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Sciascia: “Contradisse e si contradisse”

Sciascia: “Contradisse e si contradisse”
18 Novembre
15:11 2019

Trent’anni fa Leonardo Sciascia ci salutava. Il 20 novembre del 1989, dopo una sofferta malattia, ci dava il suo addio. Consegnandoci, scolpita nella sua tomba, un’epigrafe misteriosa: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. Una frase di uno scrittore simbolista francese del XIX secolo. Enigmatica quanto inattesa da un “illuminista” come Sciascia che, razionale sino agli estremi, aveva sempre manifestato il suo agnosticismo. Quell’espressione infatti sembra richiamare una forma di “sopravvivenza” oltre la morte. E peraltro sostituisce l’aforisma che Sciascia in passato aveva dettato per i suoi posteri: “Contradisse e si contradisse”.

Sono passati trent’anni dalla sua scomparsa e molto è cambiato da allora, in Sicilia, in Italia, nel mondo.

 A cominciare dal venir meno di invalicabili barriere tra i Paesi del blocco sovietico e le democrazie occidentali, preannunciato, in prossimità della sua morte, dalla caduta del muro di Berlino. La prima Repubblica è naufragata miseramente colpita dalle indagini giudiziarie del pool “Mani Pulite”. Sono scomparsi uno ad uno i vecchi partiti più o meno coinvolti nelle inchieste di Tangentopoli, a partire dalla Dc che sembrava incarnare un’ immodificabile identità italiana votata al compromesso e al culto sotterraneo del potere, e dal Psi sempre più rampante e spregiudicato sotto la guida di Craxi. E’ “sceso in campo” il “Cavaliere” a difendere in politica i suoi tanti interessi di imprenditore e a spargere i semi di un populismo che giorno dopo giorno si sarebbe oltremodo diffuso. La geografia politica nel nostro Paese è cambiata radicalmente e la politica stessa si è trasformata facendo prevalere sulle ideologie, di cui si recita il de profundis, il marketing comunicativo. La povertà è cresciuta in tutte le parti del mondo e il divario tra ricchi e meno abbienti si è accentuato. I fenomeni migratori dai paesi più poveri a quelli con maggiore benessere si sono moltiplicati e ha generato, invece che processi di integrazione tra etnie e culture diverse, preoccupanti fenomeni di xenofobia e persino di razzismo. Una destra becera e sovranista ha fatto la sua comparsa in più di un continente raccogliendo consensi in un elettorato impoverito nel suo background culturale. La tecnologia ha fatto passi importanti, internet e i social media hanno cambiato stili di vita e di comunicazione. La natura è stata di anno in anno aggredita e si sono registrati turbamenti e cambi climatici gravi. La Sicilia povera era e povera resta, come se la povertà sia una condizione irrinunciabile, un suo connotato identitario. Era mal governata e, in questi trent’anni, è stata governata ancora peggio: l’elezione diretta dei suoi governatori ha favorito, invece che una maggiore vicinanza tra politici e cittadini, narcisismi e protagonismi poco edificanti ai vertici della Regione. Cosa Nostra è passata dalle stragi eclatanti della gestione corleonese a un declino (apparente?) e a manifestazioni comunque assai meno visibili e più subdole; tanta antimafia ha rivelato con evidenza la sua strumentalità, pericolo che Sciascia anzitempo aveva avvistato.

E’ cambiato molto, insomma, da quel 20 novembre dell’’89.

Siamo migliorati o siamo peggiorati? Di sicuro tutto è diventato più fluido, soggetto a rapidi cambiamenti (non a caso  Bauman ha teorizzato “la società liquida”). Il progresso tecnologico, a partire dal mondo del lavoro, richiede risposte intelligenti affinché prevalgano i suoi aspetti positivi su quelli collaterali negativi. L’umanità rischia d’incattivirsi e di smarrire le bussole –fondamentali- della cultura e della solidarietà.

Tutto questo Sciascia non l’ha vissuto e la sua voce – lucida,  controcorrente  e capace di precorrere i tempi – c’è mancata tanto. Chissà come avrebbe commentato vicende e fenomeni succedutisi alla sua scomparsa. Già, perché Sciascia non fu solo uno scrittore affascinante per i suoi personalissimi “gialli”, le cui storie, partendo da situazioni apparentemente limpide, rivelavano, man mano ci si addentrava nelle loro trame, gli aspetti sinistri e torbidi del potere. E’ stato qualcosa di più: un intellettuale (appellativo in verità che non amava) civile, impegnato a leggere, con raro acume, i segni della società.

Ma ciascun uomo ha un suo tempo, vive quel tempo che gli è stato assegnato. E’ figlio di quel tempo. Perciò inutile invocare chi non c’è più e non può più tornare, come Sciascia. Semmai è lecito aspettarci da altri lo stesso spirito libero e la stessa lungimiranza. E purtroppo siamo ancora in attesa.

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Antonino Cangemi

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