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Vi racconto la guerra in Siria

Vi racconto la guerra in Siria
04 Aprile
05:30 2018

Cosa siano 7 anni di guerra, me lo ha raccontato  Mustafa, mentre tornavamo in macchina da Qamishli a Kobane – strada lunga, piatta, che invoglia al racconto.
C’era questa famiglia, gli Hassan di Kobane. Il primo tra loro ad accorgersi di cosa sia una guerra è stato il padre, quando sul finire del 2013 un’autobomba dell’esercito libero siriano (qui a Kobane si sono accorti prima di molti di noi, quanto libero fosse questo esercito) uccide otto davanti alla sede della Mezzaluna Rossa – “mio fratello che ci lavorava, se ne era andato da 5 minuti” racconta Mustafa. Papà Hassan invece no. E nell’attentato muore.
Passa un anno, l’ISIS avanza. La sua dichiarazione di guerra a Kobane la fa il 21 ottobre del 2014 su una collina 18 Km a ovest della città.
Shirin Hassan è di guardia su questa collina. Ha poco più di 20 anni, insegnava curdo, ma ora si è unita alle ragazze YPJ.
L’ISIS attacca la collina. La famiglia Hassan, come tutta Kobane, presto lo sa. E si allarma. Poi riceve una telefonata dal cellulare di Shirin e tira un sospiro, che durerà poco. “Siamo ad-Dàula al-Islamiya, lo Stato Islamico” – dice una voce che non è Shirin perchè è un uomo a parlare – “abbiamo la testa di vostra figlia, non preoccupatevi ve la restituiremo”. Sui social, il capo mozzato di Shirin Hassan è già esibito, su una delle torri della vicina città di Jarablus.
Prosegue, il racconto di Mustafa: la strada è lunga, la storia non finita. L’assedio comincia, Kobane resiste, combatte, si libera. Contrattacca.
Ma un giorno, un giorno d’estate dell’anno dopo – siamo arrivati al 2015 – l’ISIS camuffato da YPG, all’alba rientra a Kobane, sorprendendola nel sonno.
Lo ricordo quel giorno, erano le otto del mattino, ero nel sud dell’Iraq, a Kerbala. Mi chiama, da Rainews24, Saji Assi: “Kobane è caduta”, mi annuncia. Non è possibile. Penso a chi, dentro, conosco.
Rientro subito su Baghdad, volo su Istanbul, poi Sanliurfa e in auto a Suruc. Non è passato un giorno, sono sulle colline di Mursitpinar a vedere, di nuovo, l’agonia di Kobane.
Di quel giorno ci ricordiamo in pochi, perché un pazzo sulle spiagge di Sousse, nelle stesse ore fa strage di turisti in Tunisia, nel nome, anche lui, del Califfato. E si sa, 40 morti dei nostri cancellano i 250 di Kobane. Ma tra questi c’è ancora la famiglia Hassan. La madre, uno dei fratelli di Shirin, la donna con cui si era appena sposato, un’altra sorella. Le due sorelline più piccole, nascoste nell’altra stanza, scampano per miracolo alla strage.
Nella casa ormai vuota della famiglia Hassan, oggi chi è rimasto ha allestito una biblioteca. L’ha intitolata a una delle vittime, il fratello di Shirin, quello che si era sposato da poco.
Ancora scioccata dal racconto, quasi non mi accorgo che ormai siamo arrivati. Accendo il computer, a Kobane c’è finalmente un po’ di rete: guardo le ultime agenzie. C’è Donald Trump che dice: presto ce ne andremo dalla Siria.

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Lucia Goracci

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