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Perché nel centrosinistra siciliano non si torna a parlare di democrazia, a cominciare dalla legge elettorale?

Perché nel centrosinistra siciliano non si torna a parlare di democrazia, a cominciare dalla legge elettorale?
03 Settembre
12:30 2017

Tutti sappiamo che la legge elettorale dell’Assemblea regionale siciliana è sbagliata. Si penalizzano minoranze corpose (alle elezioni del prossimo 5 novembre potrebbero restare fuori liste che raggiungono i 140 mila voti!). E, con il listino – che è già di per sé una forzatura tutt’altro che democratica – non si garantisce la maggioranza al presidente della Regione eletto. Insomma, la sinistra deve o no parlare della democrazia calpestata?

Angelo Forgia

In Sicilia, in questi giorni, si parla tanto di sinistra. Le elezioni regionali sono alle porte, se è vero che mancano due mesi al voto. Il centrosinistra, per volontà di Matteo Renzi, ha presentato come candidato il rettore dell’università di Palermo, Fabrizio Micari. Che dovrebbe essere appoggiato anche da Alleanza Popolare del Ministro Angelino Alfano. Cosa, questa, che ha fatto storcere il muso ai bersaniani di Articolo 1 MDp e Sinistra Italiana.
Ma il tema che vogliamo affrontare oggi, da sinistra, non sono le alleanze e gli schieramenti, ma quello che dovrebbe venire prima delle alleanze e degli schieramenti: il rapporto, in Sicilia, tra sinistra e democrazia.
Viviamo in un’Unione Europea che, troppo spesso, mostra il suo volto non democratico. Basti pensare ai trattati internazionali – che toccano da vicino la vita dei 500 milioni circa di abitanti dell’Europa – che vengono approvati da soggetti che nessuno ha mai eletto. Trattati che, se sottoposti al vaglio del voto popolare – è successo più volte in alcuni Paesi dell’Unione – vengono inesorabilmente ‘bocciati’.
A parole ci fregiamo della parola “democrazia”, parola che significa partecipazione popolare. Ma, nei fatti, sempre più spesso, la democrazia rimane fuori dalla porta.
Succede – spiace ricordarlo – anche in Sicilia dove, in questo momento, vige una legge elettorale per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana che è un esempio di democrazia calpestata.
La democrazia è partecipazione. Ma nelle elezioni per il Parlamento siciliano c’è uno sbarramento del 5% con l’obbligo, per chi vi prende parte, di raggiungere tale 5% in almeno tre collegi provinciali!
Fatti quattro calcoli, considerando una partecipazione al voto del 55% degli elettori aventi diritto, alle elezioni regionali siciliane del prossimo 5 novembre, una lista, per avere accesso nella nuova Assemblea regionale siciliana (che passerà dagli attuali 90 a 70 deputati), avrà bisogno di almeno 150-160 mila voti di preferenza, con l’aggiunta che il 5% dovrà essere raggiunto da tale lista in almeno tre dei nove collegi provinciali.
Se ci ragioniamo, si lasciano fuori da Sala d’Ercole partiti che hanno raggiunto quasi 150 mila voti. E’ corretto tutto questo?
Questa legge elettorale è stata approvata – questa è stata la motivazione – per assicurare governabilità. Se, però, andiamo a vedere i risultati, ci accorgiamo che, con l’attuale legge elettorale con la governabilità non ha nulla a che vedere.
L’attuale legge elettorale è servita soltanto a garantire più poltrone, all’Assemblea regionale siciliana, ai due poli: centrodestra e centrosinistra.
L’esempio macroscopico di quanto sia sbagliata questa legge elettorale siciliana si è verificato nel 2008, quando ben tre liste hanno superato i 100 mila voti, ma nessuna delle tre ha superato il 5%. Per poche migliaia di voti tutt’e tre liste sono rimaste fuori dal Parlamento siciliano. E siccome, in quella tornata elettorale, le liste di centrodestra erano arrivate a sfiorare il 70% dei consensi, è finita che i seggi non assegnati alle tre liste rimaste fuori per pochi voti sono stati assegnati tutti al PD.
Così abbiamo assistito – e questo è veramente incredibile! – a un PD che aveva perso le elezioni e che, da 18 seggi, è passato a 36 seggi! Una follia!
Nel 2012 abbiamo assistito a un’altra anomalia tipica di questa legge elettorale. Chi ha consentito l’approvazione, nel 2001, della riforma elettorale che ha introdotto in Sicilia l’elezione diretta del presidente della Regione ha commesso un errore gravissimo introducendo un listino commisurato alla presenza di due soli candidati alla guida della Sicilia.
Si tratta di un errore gravissimo, perché basta la presenza di tre candidati alla presidenza della Regione per avere i deputati eletti nel listino che non garantiscono la maggioranza al presidente eletto!
Già il listino vulnera l’idea stessa di democrazia, perché si tolgono seggi a chi ha affrontato una campagna elettorale, mettendo in campo tempo, fatica e risorse, per assegnare un certo numero di seggi al presidente che ha vinto le elezioni per garantirgli la maggioranza e, quindi, per garantire la governabilità.
Ma alle elezioni regionali del prossimo 5 novembre, con la partecipazione di quattro, cinque, forse sei o sette candidati alla presidenza della Regione, si sa già che i deputati del listino non garantiranno la maggioranza al presidente della Regione che verrà eletto. Ciò significa che sei soggetti che avranno la fortuna di essere messi nel listino del presidente della Regione eletto diventeranno deputati: toglieranno il posto di deputati a coloro i quali hanno impiegato tempo, fatica e risorse per non garantire la maggioranza al presidente eletto!
Questa legge sbagliata, lo ribadisco ancora una volta, è un fatto politico gravissimo. La responsabilità è della politica, certo. Sarebbe interessante sapere, però, se i vertici burocratici dell’Ars del 2001 hanno avvertito la politica di quegli anni – e segnatamente il presidente del Parlamento dell’Isola che ha messo in discussione e ai voti questa legge elettorale – dei problemi potenziali che avrebbe creato nel caso in cui alle elezioni si fossero presentati tre o più candidati alla presidenza della Regione di forza elettorale equivalente.
Chissà, forse oggi qualcuno potrebbe raccontare la vera genesi di una legge elettorale sbagliata.
Con questa legge elettorale hanno eliminato la rappresentanza democratica delle minoranze (peraltro a minoranze corpose, perché le liste che superano i 100 mila voti in Sicilia sono un fatto politico e culturale importante). E, con il listino – che già di per sé è una forzatura – tolgono i rappresentanti eletti democraticamente per mettere soggetti che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno nemmeno partecipato alle elezioni. Il tutto per non raggiungere il fine che giustifica la presenza dello stesso listino: la garanzia della maggioranza al presidente eletto!
Teniamo conto che il problema si è posto con la riforma elettorale delle Regioni a Statuto ordinario: e lì lo stesso problema è stato superato con il cosiddetto ‘sforamento’: attribuendo, cioè, al presidente della Regione che ha vinto un numero di seggi tali da garantirgli la maggioranza.
Ma, al di là dei tecnicismi, un fatto è certo: il centrosinistra, in Sicilia, proprio per differenziarsi dal centrodestra, deve tornare a porre i temi della cultura democratica: e cosa c’è di più democratico della stessa rappresentanza parlamentare oggi calpestata da una legge elettorale sbagliata, se non truffaldina, fatta su misura per una ‘casta’ odiosa?
Noi crediamo che, su questo, i dirigenti del centrosinistra della Sicilia debbano cominciare a riflettere.

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Angelo Forgia

Angelo Forgia

Agronomo, impegnato nel sociale, amante della natura.

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