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L’autrice di “Va dove ti porta il ruolo”: ecco perché folle l’esodo degli insegnanti

L’autrice di “Va dove ti porta il ruolo”: ecco perché folle l’esodo degli insegnanti
11 Agosto
08:27 2016

Dovrebbero gioire e stappare bottiglie di spumante, per salutare quel tanto agognato contratto a tempo indeterminato, promessa di un avvenire non più precario. Invece, dopo anni passati a “mummificare” in graduatoria, in tanti, in tantissimi sono costretti a riporre le bottiglie e a mettere mano alle valige, per quello che è stato definito un vero e proprio esodo: centinaia di insegnanti, per la maggior parte meridionali, che dal primo settembre dovranno reinventarsi una nuova esistenza in città sconosciute, dove un non ben precisato algoritmo li ha sbattuti, dopo decenni passati a collezionare incarichi nella propria terra.
È vero: gli anni passati a inseguire supplenze sono stati mortificanti e estenuanti. Ma alle soglie dei cinquant’anni, come si fa a essere contenti di dover mollare affetti, casa e abitudini per ottenere ciò che la Costituzione definisce un diritto?
È forse l’Italia una repubblica democratica fondata sul lavoro? Nessuno, tra i lavoratori del pubblico impiego, dunque, può sapere più di un prof quanto è raminga la vita da docente: dopo il registro, la cosa più preziosa è l’auto, indispensabile e vitale per gli spostamenti. Ma una cosa è raggiungere comuni molto distanti tra loro, magari posti agli antipodi e tuttavia all’interno della stessa regione, ben altra doversi trasferire in Lombardia, Veneto o chissà dove.
Nessuno, perciò, tra i precari osa rivendicare il lavoro sotto casa, semplicemente perché è nella natura stessa del lavoro di docente il seme del vagabondaggio. Malgrado ciò, è motivo di angoscia, per non dire di disperazione, essere posti di fronte a quello che ha il sapore di un ricatto: sei precario da vent’anni? Vuoi finalmente il posto fisso? Bene: vallo a prendere. È a Como.
Non meraviglia, perciò, che alcuni professori, dimostrando sangue freddo, abbiano deciso di non presentare la domanda per questa crudele tombola, accettando consapevolmente di rischiare: un anno ancora da precari, forse due, ma con la certezza (se nel folle mondo della scuola può parlarsi di certezza) di poter accudire figli, mariti e magari genitori anziani.
Agli altri, invece, che altrettanto coscientemente hanno scelto di mettersi in gioco, non resta che cominciare a preparare le valige. Triste litania di un sud sempre più spopolato: è un dato di fatto, del resto, che le cattedre sono numericamente di più al Nord o comunque da Roma in su. Cosa ne sarà del Mezzogiorno se anche la scuola, agenzia formativa per eccellenza, comincia lentamente a chiudere i battenti? I meridionali: briganti o emigranti.

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Lucia Di Gregorio

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