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La legge sulla “Buona Scuola”: una sfida per promuovere l’innovazione e per formare i cittadini del futuro

La legge sulla “Buona Scuola”: una sfida per promuovere l’innovazione e per formare i cittadini del futuro
09 Febbraio
06:43 2016

Flavia Piccoli Nardelli, presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati

La riforma sulla “Buona scuola” è una sfida. Una sfida che deve rispondere ad alcune domande: sapremo essere produttori di cultura e non solo consumatori? E sapremo generare e promuovere innovazione senza doverla rincorrere? Ecco, queste sfide ci propone la legge 107, la legge sulla “Buona scuola”. Una sfida a modernizzare la scuola, una vera riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione. E domande retoriche, se volete, alle quali dovremo essere in grado di rispondere positivamente.
Per vincere questa sfida abbiamo bisogno di valorizzare tutte le capacità innovative dei singoli, non in una concezione elitaria, quanto in uno sforzo che attraverso una buona legge favorisca e non deprima la creatività. La legge sulla “Buona Scuola” parte dalla consapevolezza che le scelte di ambito culturale che facciamo oggi condizioneranno il futuro del Paese, il ruolo attivo o passivo che giocherà l’Italia in Europa e nel mondo globalizzato, con la conseguente ricaduta positiva o negativa su occupazione e benessere, ma anche il riconoscimento dei valori nei quali crediamo.
Data la velocità dell’evoluzione delle conoscenze e delle possibilità tecnologiche, la collaborazione tra scuola e università, tra didattica e ricerca sarà sempre più uno snodo importante. Ambedue queste istituzioni hanno bisogno di rinnovarsi per continuare a svolgere il loro ruolo, ma devono farlo in maniera armonica.
La 107 è una buona legge. Più che una rivoluzione è l’applicazione, a quindici anni di distanza, della legge sull’autonomia della scuola, voluta da Berlinguer e mai realizzata. Per realizzarla il Governo Renzi ci ha messo le risorse: tante risorse subito un miliardo di euro e poi ne arriveranno altri tre.
Moltissimi dei provvedimenti che hanno creato conflitti e proteste, ci sono già, ma sono inattuati. Ma noi ci fidiamo delle scuole, che nella loro autonomia e nel loro essere fortemente legate ai territori cui appartengono, ne sanno interpretare al meglio bisogni e potenzialità. Noi abbiamo fiducia nelle scuole e negli insegnanti. Nei buoni insegnanti.

Nella legge 107 c’è la consapevolezza che non può esserci “Buona scuola” senza buoni insegnanti. Per avere buoni insegnanti occorre formarli bene, reclutarli in base al merito, e sostenerli affinché possano facilmente aggiornare le proprie competenze e metodologie didattiche.
Il piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato di personale docente, 100 mila nuove assunzioni – che diventeranno 160 mila, con il concorso previsto a dicembre 2015 – rappresenta un investimento straordinario in un momento di crisi occupazionale come quello che si sta vivendo non solo in Italia ma in tutta Europa. Ogni scuola potrà contare su un organico potenziato di sette, otto, insegnanti in più, da utilizzare per potenziare l’offerta formativa, per consentire percorsi individualizzati, per offrire insegnamenti come la storia dell’arte particolarmente importante in un Paese come il nostro.
Ma non è tutto, il provvedimento affianca alle assunzioni un piano di reclutamento dei nuovi insegnanti, che verrà definito nelle deleghe affidate al governo e che eviterà la formazione di nuovo precariato. Il provvedimento accorpa la fase della formazione iniziale con quella dell’accesso alla professione e prevede che d’ora in poi si accederà all’insegnamento solo superando un concorso su posti certi, con un tirocinio retribuito simile al modello francese. E stanzia 40 milioni di euro per la formazione degli insegnanti in servizio, cosa di cui si sentiva uno straordinario bisogno.

Un punto di grande rilievo della riforma sulla buona scuola è il legame fortissimo fra scuola e mondo della cultura in senso ampio. Gli insegnanti sono visti, sostenuti e valutati per il loro complessivo profilo di uomini di cultura, restituendo forza e dignità ad una professione che lo merita e che ha svolto con successo questo ruolo per lunghi anni nella storia di questo Paese.
Il profilo professionale di tutti gli insegnanti sarà pubblicato in rete e non riporterà più soltanto il punteggio di laurea e quello di abilitazione all’insegnamento, ma indicherà anche il volontariato nell’università o nei musei, o il lavoro negli archivi, eventuali corsi svolti come quelli di bibliotecoeconomia, insomma le scelte culturali che caratterizzano e connotano la professionalità di ogni docente. Saranno anche questi elementi a consentire al dirigente scolastico di individuare i profili professionali più idonei a sviluppare i progetti educativi individuati dalle diverse scuole.
Il bonus di 500 euro l’anno, riconosciuto ad ogni insegnante, per consumi culturali che vanno dall’acquisto di libri, tecnologie, software o corsi di specializzazione, alla possibilità di fruire di beni e servizi riferibili a consumi culturali, come mostre, concerti o teatri, sono tutti elementi che dicono quanto la legge sulla buona scuola punti sulla qualità e si preoccupi di avere insegnati sempre più aggiornati e preparati.
Un ulteriore elemento innovativo è l’alternanza scuola-lavoro, un principio da tempo riconosciuto in molti Paesi europei. L’alternanza scuola-lavoro offre più possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro una volta terminato il percorso di formazione, ma soprattutto dà agli studenti l’opportunità di accostarsi alle metodologie del mondo del lavoro inserendoli nei propri percorsi formativi e potenziando l’autonomia scolastica; esalta la flessibilità; risponde ai bisogni diversi degli alunni; agisce come mezzo di contrasto alla dispersione scolastica. Soprattutto riconosce il principio meritocratico come valore sociale e culturale.
Alle 400 ore riconosciute come percorso scolastico a tutti gli effetti per le scuole tecnico professionali, si affiancano le 200 ore per i licei, tempo di formazione che può essere speso in biblioteche, archivi, musei, istituti culturali, in tutti quei mondi in cui la cultura si declina in termini professionali.
La legge 107 assicura 300 milioni di euro per costruire 50 nuove scuole nel nostro Paese. Scuole innovative, che offrano un’occasione straordinaria a giovani architetti chiamati a misurarsi con l’innovazione tecnologica. La green economy, ma anche le buone regole di un sapere che deve essere davvero il motivo dominante nella vita della scuola.

Come non pensare alle nuove scuole già presenti in alcuni territori del nostro Paese dove ad esempio la biblioteca scolastica ed il libro sono al centro della vita della scuola stessa: una moltitudine di scaffali aperti che circondano l’ingresso della scuola e diventano metafora del sapere, ma al contempo sono un modo per coinvolgere e condurre, fin dall’inizio del percorso scolastico, gli allievi nel vasto mondo del sapere.
Insieme ai principi fondanti che danno anima e corpo al testo di riforma, bisognerà verificare quei fattori di criticità che hanno bisogno di essere attentamente monitorati affinché il provvedimento funzioni. Primo fra tutti, il divario esistente tra la disponibilità di cattedre in gran parte al Nord e il numeroso precariato residente nel Sud del Paese. Ma la consapevolezza della difficoltà di un anno di trasferimento, perché tale probabilmente sarà, non deve impedire di cogliere l’opportunità di ottenere un contratto a tempo indeterminato. Già il prossimo anno, infatti, sarà ragionevolmente possibile una ridistribuzione del personale scolastico che tenga conto dei luoghi di appartenenza.

Un altro problema è quello dei “vicari”. Le precedenti politiche di spending review, legge di stabilità 2015, avevano disposto l’abolizione dell’esonero dalla didattica dei collaboratori del dirigente scolastico. La legge 107 ovvia al problema, con l’assegnazione dell’organico per il potenziamento della scuola: si consente ai dirigenti scolastici di potersi avvalere di collaboratori individuati nella misura fino al dieci per cento dei docenti. È una grande opportunità che rischia però di arrivare troppo tardi. A settembre le scuole devono avere i “vicari” per poter funzionare. Il Ministero ne è consapevole e sta lavorando per risolvere nel più breve tempo possibile il problema.
Il governo è anche impegnato a dipanare la questione del personale ATA della scuola, anch’esso ridotto dalle precedenti politiche di revisione della spesa. Il ministero sta infatti intervenendo territorialmente, in sede di adeguamento d’organico, richiedendo l’incremento necessario per ristabilire la quota del diritto del 2014/2015, assicurando che tutte le scuole possano disporre del fondamentale ausilio del personale amministrativo che occorre per il funzionamento dei loro servizi.

Al di là di alcuni nodi che dovranno essere sciolti nell’applicazione della riforma nel più breve tempo possibile, la legge per la “Buona Scuola” è una straordinaria opportunità per la scuola italiana, perché riafferma il ruolo centrale della scuola nella società e nell’economia della conoscenza, innalza i livelli di istruzione e le competenze degli studenti, contrasta le disuguaglianze socio-culturali e territoriali, previene e recupera l’abbandono e la dispersione scolastica, realizza una scuola aperta, garantisce il diritto allo studio, garantisce il diritto alle pari opportunità di successo formativo e di istruzione permanente dei cittadini.
L’obiettivo è formare “cittadini”, siano essi docenti o studenti. Ma devono essere cittadini in grado non solo di rispondere e governare le sfide della nostra epoca, e di quella che verrà, ma anche di convertire in opportunità quelle che appaiono come criticità tipiche del processo di trasformazione sociale, culturale ed economico che stiamo vivendo.

 

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