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Caro signor Roberto Vecchioni: la vogliamo chiudere o no ‘sta polemica inutile sulla Sicilia?

Caro signor Roberto Vecchioni: la vogliamo chiudere o no ‘sta polemica inutile sulla Sicilia?
06 Dicembre
20:16 2015

Le rettifiche, si sa, non sono altro che notizie date due volte. Se poi sbagli pure a scriverla, è un gran casino. E’ il caso di Roberto Vecchioni, cantautore di gran classe, intellettuale raffinato, che nei giorni scorsi è arrivato a Palermo per tenere una lezione ai giovani e ha ingranato una marcia sbagliata. Ha pronunciato una frase scurrile: “La Sicilia è un’Isola di merda”. Per carità, ha detto questo nel quadro di un discorso ampio, di certo interessante. Ma perché pronunciare la parola “merda”? Se qualche ora dopo, quando sulla rete è iniziata la baraonda mediatica, Vecchioni avesse detto: “Signori, ho sbagliato a utilizzare l’infelice parola merda. Chiedo scusa”, tutto sarebbe rientrato. Invece ha impiegato circa ventiquattr’ore per una replica che ha affidato al Corriere della Sera: una replica che non ha fatto altro che peggiorare le cose.

Dice Vecchioni al Corriere: “Non è mai possibile che la natura più bella del mondo sia lasciata al caso e la cultura, l’ intelligenza più alta del mondo si sciolga nella pigrizia, nel mancato rispetto degli altri, nel disordine, nello sconforto: una cultura così immensa come quella siciliana merita una civiltà che sia alla sua pari. Ed ecco il punto: la Sicilia è un’isola di merda se non si ribella. Non la Sicilia è un’isola di merda. Lo è se non si ribella. Da questa professione d’amore i media hanno estrapolato solo il punto di odio più squallido”.

In queste quindici righe, di certo in buona fede, il cantautore riesce ad offendere, contemporaneamente, chi si è sempre ribellato alla Malasignoria che ha governato l’Isola e anche i media che si sono limitati a riportare le sua parole. La storia della mafia, tanto per entrare in tela, è anche la storia dell’antimafia: quella seria, ovviamente, non certo quella dei ‘Professionisti dell’Antimafia’ e della Sezione di prevenzione del Tribunale di Palermo made in Silvana Saguto e company.

La Sicilia si ribella da oltre 150 anni, signor Vecchioni: si è ribellata ai Savoia ai quali i massoni del Risorgimenti, che Dio li abbia in gloria, hanno regalato la nostra Isola; si è ribellata ai generali piemontesi mandati in Sicilia scannare i giovani che si rifiutavano di svolgere sette anni di servizio militare per quei ‘simpatici’ di piemontesi; si è ribellata ai mafiosi che proteggevano Francesco Crispi e che da questi venivano protetti (vedi gli assassini di Emanuele Nortarbartolo e, soprattutto, i mandanti di tale delitto); si è ribellata ai Prefetti di Giovanni Giolitti, che Gaetano Salvemini ha ribattezzato “Il ministro della malavita”; si è ribellata agli esponenti della borghesia mafiosa che Mussolini impose al Prefetto Cesare Mori di non sbattere in galera; si è ribellata ai mafiosi che si opponevano alla divisione delle terre incolte dopo la seconda guerra mondiale; si è ribellata alla mafia degli anni successivi: Vecchioni, se si recherà nella piazza antistante il nuovo Tribunale di Palermo, potrà leggere le scritte delle lapidi di tutti i magistrati ammazzati dalla mafia, da Pietro Scaglione a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Non dimenticando i poliziotti ammazzati dalla mafia: anche loro, nell’esercizio della loro funzione, si sono ‘ribellati’ alla mafia; idem i Carabinieri. E non mancano i politici seri uccisi dalla mafia (da distinguere da quelli che sono morti di mafia: ma questa è un’altra storia).

Insomma, in Sicilia non sono mancate le ribellioni contro la Malasignoria mafiosa e politica. Ma se cambiare la Sicilia è difficile – il trasformismo è sempre in agguato e Federico De Roberto ne I vicerè, ha descritto in modo magistrale le difficoltà che in Sicilia incontra il cambiamento – beh, questo non significa che l’Isola sia di merda! Le generalizzazioni, Vecchioni lo sa, sconfinano nelle semplificazioni: semplificazioni che non fanno onore a chi vi ricorre e non rendono giustizia a chi li subisce.

E che c’entrano, poi, i media? Dal suo ragionamento “i media hanno estrapolato solo il punto di odio più squallido”, dice il cantautore. A parte il fatto che la rete è divisa a metà tra chi difende e chi attacca Vecchioni, a noi, con tutta la buona volontà del caso, il punto non sembra questo. Se lei, signor Vecchioni, utilizza la parola “merda” e la associa alla Sicilia, i media che dovrebbero fare? Nascondere tale parola?

“Io ho nonni siciliani, di Messina – dice sempre il cantautore al Corriere della Sera -. Dieci anni fa mi sono detto: adesso vado a vedermela la mia Sicilia. E mi sono commosso davanti al mare, a Selinunte, al monte di Segesta, alle piane immense assolate, al barocco, all’arabo. Tornavo in albergo la sera e strizzavo gli occhi dalla commozione. E poi scendevo sulle spiagge e le vedevo avvilite da alberghi fatiscenti, turismo che non aveva la minima idea di quei paradisi di natura. E io forse ho sognato che tutta l’umanità assomigliasse alla Sicilia. Da vecchio romantico, illuso professore di greco antico, ma non è così oggi la vita. La vita è che se dici merda che significa ti amo, non ti capiscono e soprattutto non ti capiscono i pusillanimi e i mafiosi”.

Nell’ultimo passaggio di questo periodo – che aveva iniziato bene e che poi è stato da lei completato, come dire?, a coda di topo – lei riesce, sempre, immaginiamo, senza volerlo, a offendere coloro i quali non avrebbero capito che per lei la parola “merda”, riferita alla Sicilia, significa ti amo. Questo le sembra un modo di ragionare su quello che, alla fine, è stata solo una parola infelice? Via!

Ci creda, signor Vecchioni: scriviamo queste note con il dolore di chi ha amato e ama ancora le sue canzoni, che sono bellissime (ne ricordiamo una su Alessandro Magno che è impareggiabile: ma ne potremmo citare tante altre, da Samarcanda alla canzone che ha scritto dopo l’incredibile vicenda di Marsala, quando un giudice la fece arrestare perché, due anni prima, lei aveva fatto qualcosa che non aveva mai fatto: tipica storia italiana. Una follia giudiziaria che, se non ricordiamo male, le costò quattro giorni di ingiusta galera a Marsala. Quel giudice la fece arrestare sulla base di indizi inconsistenti (non a caso poi lei è stato assolto) e poi, se non ricordiamo male, lo stesso giudice se ne andò al mare.

Come dimenticare le parole della stupenda canzone, che dovrebbe essere Lettera da Marsala: “Signor giudice le stelle sono chiare per chi le può vedere magari stando al mare… Signor giudice lei venga quando vuole, più ci farà aspettare più sarà bello uscire”.

Insomma, non ci piace tutta questa baldoria mediatica su di lei. Dia retta a noi: dica che ha sbagliato a utilizzare la parola “merda”, chieda scusa per tutti gli equivoci che si sono creati e chiudiamola lì. E in Sicilia può tornare quando vuole. La aspettiamo.

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Angelo Forgia

Angelo Forgia

Agronomo, impegnato nel sociale, amante della natura.

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