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La mia seconda volta con “Europa”… riflettendo sul contagio del male

La mia seconda volta con “Europa”… riflettendo sul contagio del male
09 Novembre
08:41 2015

La prima volta che l’ho visto è stato un pugno allo stomaco. Perché le prime volte per me sono quelle in cui patisco per i destini dei protagonisti. Piango, mi dispero, mi immalinconisco. Come da bambina quando a otto anni vidi per la prima volta in uno dei tanti passaggi televisivi Jurij che muore urlando con voce strozzata: “Lara…”. Papà mi consolò cercando di convincermi che fosse solo un film, fantasia, immaginazione, ipnosi collettiva (non utilizzò esattamente questa terminologia con una bimba, ma se avesse potuto lo avrebbe fatto e comunque il senso era proprio questo).

“Europa”, terzo capitolo della trilogia europea di Lars Von Trier (“L’elemento del crimine”, “Epidemic” e appunto “Europa” del 1991), vincitore del Premio della giuria al 44º Festival di Cannes, inizia come un gioco empatico (o apparentemente tale) di specchi tra spettatore e film, una proiezione di fobie inconfessabili che si fanno sapiente tocco registico, montaggio fluido ma cadenzato nel contempo, sorretto da una certa dinamicità della macchina da presa che non passa inosservata neanche ad uno sguardo da semplice cultore. L’ipnosi sarà elemento di rottura, ma anche filo conduttore per l’intero film.

Uno due tre…dieci! Eccoci dentro in soggettiva in un contesto stilistico caratterizzato da una fotografia volutamente retrò e che evoca un periodo più risalente persino rispetto all’epoca che racconta, con l’arrivo a destinazione dell’Americano di origini tedesche Leopold Kessler. Siamo in Germania, alla fine della seconda guerra mondiale, e Leopold, desideroso di partecipare al lavoro di ricostruzione del suo Paese di origine, grazie all’aiuto di un parente che gli offre un lavoro da cuccettista nei treni, entrerà nelle grazie della ricca famiglia filo-nazista proprietaria della società ferroviaria Zentropa. Ben presto e senza volerlo il protagonista si troverà invischiato nel giro degli intrighi della resistenza all’occupazione da parte degli Americani.

Girato in un bianco e nero cupo e portatore di infausti presagi, interrotto di rado e in momenti topici da colori espressionistici disvelanti di dettagli che si fanno, da parte del tutto, totalità assorbente e distraente come tessuto e corredo emozionale delle relazioni umane, lascia sullo sfondo e senza apparente risposta la domanda sul primato della ratio individuale sulla coscienza collettiva o viceversa. Trama dalla vena surreale e attraversata da archetipi psicanalitici, confezionata con una maestria degna del migliore repertorio del regista danese, costruita e strutturata attorno alla lotta clandestina dei “werwolf” contro gli occupatori stranieri raccontata senza retorica ideologica e con una certa e interessante insistenza sui sentimenti di vendetta e riscatto, deforma le figure sia dei cattivi classici (senza far perdere loro però la connotazione di lupi mannari che lavano nel sangue il loro personale peccato originale), sia dei buoni classici visti come assassini sanguinari, ma con una sospensione asettica del giudizio che però nel contempo non assolve. E il grottesco in un lampo diventa tragedia. Tutto lascia presagire una nemesi che deve necessariamente compiersi e che appunto arriva in un finale che è insieme ineluttabile e sorprendente, kafkiano e claustrofobico. Chiudendo così la trilogia del contagio del male con una pellicola sul male che si propaga e diffonde come idea egemonica classica, fino a pervenire ad una sorta di reazione a catena irrefrenabile destinata a scoppiare e capace di trasformare ogni chiaroscuro in un’ipotesi di apnea che è soffocamento in potenza.

È possibile raccontare e raccontarsi eliminando la necessarietà del giudizio? Signore e signori, eccovi servito il potere della persuasione del potere, se mi si passa il gioco di parole. La seconda volta che ho visto “Europa”, qualche giorno fa, mi sono sorpresa nella scena iniziale a contare fino a dieci e a dimenticarmi che le sequenze sono fatte per essere interrotte, perché se non le interrompi ti incaselli e autoetichetti. Se non le interrompi sei destinato ad essere tirato dentro e a compiere un destino segnato in partenza, con un narratore-creatore che ti muove, perché non lo sai più se stai percorrendo il cammino, se hai solo l’illusione di poterlo fare o, nella peggiore delle ipotesi, se sei sotto ipnosi. “Abre los ojos”, suggerirebbe Amenabar…

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