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“Pensare il Mediterraneo – mediterraneizzare il pensiero”

“Pensare il Mediterraneo – mediterraneizzare il pensiero”
Dicembre 01
16:05 2019

Nel 1999 Edgar Morin, filosofo e sociologo francese incline a un approccio multidisciplinare ai temi di cui si occupa, pubblicava sulla rivista Confluences Méditerranée un breve ma interessantissimo saggio sul Mediterraneo quale luogo d’incontro e di scontro di civiltà diverse. Vent’anni dopo, per merito dell’editore indipendente Di Girolamo e del saggista Augusto Cavadi, che ne ha curato la traduzione in italiano oltre che la prefazione, quel testo può essere conosciuto in Italia. Il testo di Morin, infatti, è adesso pubblicato da Di Girolamo col titolo “Pensare il Mediterraneo – mediterraneizzare il pensiero” e col sottotitolo “Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze” nella collana Sponde della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Sezione san Luigi.

Il saggio di Morin su cui si sofferma può a pieno titolo qualificarsi “un classico”, come osserva Cavadi nella prefazione, per almeno un motivo: più passa il tempo più diventa attuale.

In “Pensare il Mediterraneo – mediterraneizzare il pensiero” Morin osserva innanzitutto come questo mare fu all’epoca dell’impero romano il perno dell’unità politica e che il suo nome deriva dalla sua centralità tra tante terre e civiltà diverse. Col tempo però il Mediterraneo si è trasformato in  punto d’incontro e insieme di divergenza: attorno a esso sono confluiti  “l’unità”, la “diversità”, “gli “opposti”. Da un canto il pensiero umanista del Rinascimento e la razionalità, dall’altro il fanatismo, da un lato il monoteismo, dall’altro il politeismo, da un versante la tolleranza, dall’altro l’integralismo. Ciò ha fatto sì che il Mediterraneo assumesse una particolare importanza non solo nello sviluppo del pensiero ma anche e soprattutto nelle relazioni politiche. La sua mission, pertanto, è stata quella di conciliare gli antagonismi e mediare tra forze contrapposte: impresa non facile. Il Mediterraneo, soprattutto, è diventato il luogo in cui si sono fronteggiate la civiltà occidentale e quella araba-musulmana e con esse le loro religioni: quella dell’occidente, inizialmente connotata dall’assolutismo, col tempo ha rivelato un’apertura “laica”; quella araba-musulmana, all’origine “tollerante”, si è poi manifestata nella sua assolutezza. Secondo Morin, il dialogo tra questi due opposti universi si è complicato ulteriormente quando si è verificato nell’occidente quel fenomeno che il pensatore francese definisce “la perdita della speranza”. Quando cioè, da un lato, gli ideali marxisti sono stati mortificati dai regimi totalitari comunisti e ed è tramontato l’ideale di una palingenesi socialista e, dall’altro, il liberalismo illuministico è stato contraddetto da un liberismo capitalistico tecnocratico e privo d’anima che ha accentuato il divario tra i ricchi e i poveri. “La perdita della speranza” non è stata priva di conseguenze deleterie, secondo l’analisi lucidissima di Edgar Morin. Scrive il filosofo francese: “Quando il futuro è perduto e il presente è malato, allora non resta che rifugiarsi nel passato, cioè a dire nel ritorno alle radici etniche, nazionali e religiose”. Ed ecco l’insorgere dei “nazionalismi”, quei “nazionalismi” che oggi, rispetto a vent’anni fa, quando scriveva Morin, sono più accentuati e diffusi. E purtroppo le cronache politiche dei nostri  giorni, il tanto sangue versato nelle acque del Mediterraneo, i fenomeni di migrazione di massa dai paesi africani a quelli europei, la politica di chiusura dei porti in Europa o comunque la mancanza di coesione e di una visione umanista da parte dell’occidente fanno di Morin un pensatore “veggente”.

Morin però nel suo saggio preconizza una religione dell’umanesimo fondata sulla fraternità e sulla solidarietà dei popoli che restituisce al Mediterraneo la centralità del dialogo democratico. La sua tesi è un’utopia? Oppure si può ancora sperare nella salvifica “reciproca comprensione delle differenze”? Una risposta la si trova nell’articolata e intelligente postfazione di Alberto Cacopardo, docente di Antropologia presso l’Università degli Studi di Firenze. Una risposta che, pur non tacendo le responsabilità politiche dei paesi dell’Occidente e in primo luogo degli Stati Uniti d’America, offre spiragli di speranza.

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Antonino Cangemi

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