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Un sinodo eretico e apòstata?

Un sinodo eretico e apòstata?
Ottobre 24
14:52 2019

Il 27 ottobre prossimo si chiuderà a Roma il sinodo dei vescovi convocato sull’Amazzonia sulla base di un documento di lavoro  (Instrumentum laboris)   reso pubblico il 17 giugno 2019 e subito oggetto di pesanti accuse da esponenti del clero cattolico. Fra le molte critiche avanzate sul testo spiccano le accuse di “eresia” e di “apostasia” formulate dal cardinale tedesco Walter Brandmüller (90 anni, insigne storico della Chiesa, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche dal 1998 al 2009 e coautore, nel 2016, dei celebri “Dubbi” sulla retta interpretazione e applicazione di Amoris laetitia ).

Non sarebbe possibile, nel breve spazio di un articolo, esaminare uno per uno i capi d’accusa elencati dall’illustre porporato: rivalutazione delle religioni naturali praticate da popolazioni indigene, recupero del linguaggio mitico rispetto al registro della concettualizzazione razionale, ipotesi di ordinazione presbiteriale di uomini anziani sposati e di ordinazione diaconale di donne.

A inizio del suo j’accuse Sua Eminenza Brandmüller offre una chiave di lettura che, a mio avviso, molto acutamente evidenzia una delle ragioni radicali del suo dissenso: “Per cominciare, occorre chiedersi perché un sinodo dei vescovi dovrebbe trattare argomenti, che – come è il caso dei tre quarti dell’ Instrumentum laboris – hanno solo marginalmente qualcosa a che fare con i Vangeli e la Chiesa. Ovviamente, da parte di questo sinodo dei vescovi viene compiuta anche un’aggressiva intrusione negli affari puramente mondani dello Stato e della società del Brasile. C’è da chiedersi: che cosa hanno a che fare l’ecologia, l’economia e la politica con il mandato e la missione della Chiesa? E soprattutto: quale competenza professionale autorizza un sinodo ecclesiale dei vescovi a emettere dichiarazioni in questi campi? Se il sinodo dei vescovi davvero lo facesse, ciò costituirebbe uno sconfinamento e una presunzione clericale, che le autorità statali avrebbero motivo di respingere”.

Si potrebbe chiedere come mai il cardinale teutonico, nei lunghi decenni di insegnamento e di governo pastorale, non abbia avuto mai da contestare la Dottrina sociale della Chiesa che, dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) sino a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, si è espressa proprio su quelle tematiche (“l’ecologia, l’economia e la politica”) che, a suo autorevole ma forse tardivo parere, non avrebbero nulla – o avrebbero poco – a che fare “con il mandato e la missione della Chiesa”. Ma questa sarebbe un’obiezione ad hominem e trovo più interessante la questione di principio, di ordine generale. Che pensarne?

Personalmente sono perfettamente d’accordo con il grandissimo teologo olandese Edward Schillebeeckx (1914 – 2009) che ha sintetizzato, anche per i lettori non disposti a leggere i suoi tomi più voluminosi, le proprie idee sul tema nell’agile volumetto Perché la politica non è tutto. Parlare di Dio in un mondo minacciato (1986, tradotto in italiano dalla meritoria editrice Queriniana nel 1987). L’autore concorderebbe con l’invito del cardinale tedesco ad evitare il clericalismo invadente: infatti egli scriveva che il Magistero cattolico non può parlare di politica o di economia (l’ecologia era meno presente nel dibattito pubblico) come se avesse le risposte pre-confezionate dall’alto e dovesse, semplicemente, trasmetterle, verso il basso, a governanti e elettori. Tuttavia, la Chiesa – deposti i panni di Mater et Magistra – ha non solo il diritto ma più radicalmente il dovere di entrare, sia pur con discrezione e rispetto, nel grande “cantiere dell’etica” in cui è impegnata incessantemente l’intera umanità. Certo, se il messaggio evangelico – come è stato troppo stesso interpretato, riduttivamente – fosse un messaggio esclusivamente rivolto alla dimensione immateriale dell’uomo considerato in quanto individuo, la Chiesa non avrebbe nulla da dire sulla ricerca del Bene terrestre e collettivo. Ma se, invece, come attestano anche gli esegeti più esperti, il messaggio evangelico fosse anche un messaggio rivolto alla dimensione carnale e storica dell’essere umano considerato in quanto membro di una comunità più ampia che è l’umanità, la Chiesa non potrebbe sottrarsi al compito di contribuire alla determinazione teorica del Bene comune e alla individuazione dei metodi più congrui per perseguirlo. Essa non può tacere davanti ai crimini del socialismo sovietico, del nazionalsocialismo tedesco, del fascismo italiano, del capitalismo selvaggio; davanti al rischio di una guerra nucleare; davanti allo sterminio di popolazioni che fuggono da regioni desolate dai conflitti inter-etnici, dallo sfruttamento delle grandi multinazionali occidentali, dalla corruzione dei ceti dirigenti locali, dalla sete, dalla fame… La Destra cattolica, come le Destre attive in tutte le chiese cristiane, pretenderebbero questo silenzio omertosamente complice: ma chi, come papa Francesco, preferisce seguire le indicazioni evangeliche – e non  i sondaggi di elettori abbrutiti dal consumismo e dall’ignoranza capillare – sa che non può tacere.

Queste non sono soltanto le idee della Teologia della Liberazione latinoamericana: sono le convinzioni – in buona sostanza recepite dall’ultimo Concilio ecumenico, il Vaticano II (1962 – 1965) – di grandi papi come Giovanni XXIII e Paolo VI. Quest’ultimo ha lasciato una formula che per molti della mia generazione ha costituito un faro (la cui attenuazione, nel mondo ecclesiale e più ampiamente nel panorama culturale-politico contemporaneo, è all’origine del grande buio che stiamo attraversando): il messaggio evangelico, come ogni proposta sapienziale degna di considerazione, ha come destinatari “tutto l’uomo e tutti gli uomini”. Su “tutti gli uomini” l’Eminentissimo Brandmüller sembra avere le idee chiare (almeno, si spera): non altrettanto, pare, su “tutto l’uomo”.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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