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” Capire la mafia” il nuovo libro di Amelia Crisantino

” Capire la mafia” il nuovo libro di Amelia Crisantino
Settembre 07
07:16 2019

Gli storici più letti sono anche abili scrittori: d’altronde, viceversa, i bravi letterati non sono narratori di storie interessanti? Ancora una volta Amelia Crisantino dà prova del suo duplice carisma nel recentissimo Capire la mafia. Dal feudo alla finanza (Di Girolamo, Trapani 2019, pp. 236, euro 18,00). Dico subito che raffinatezza stilistica e precisione chirurgica nei riferimenti documentali costituiscono il pregio e il limite del volume: lo rendono attraente agli occhi del lettore mediamente istruito in cerca di una sintesi panoramica di quanto appreso in anni di studi pluri-disciplinari, ma inficiano il desiderio dell’autrice di vederlo girare “fra i banchi di scuola” dal momento che presuppone conoscenze impossibili da chiedere a uno studente medio (il quale – per limitarmi a un esempio – avrebbe difficoltà a decifrare passi come: “l’intraprendenza della politica siciliana si esaurisce nel sollecitare afflussi di denaro pubblico e rivendicare autonomia nella gestione dei capitali. Sgradevole ma logica conseguenza è la crescita di un ceto terziario parassitario, che sostituisce il blocco agrario nell’ostacolare qualsiasi politica di rinnovamento”). 

E’ significativo del notevole livello di questa monografia il fatto che essa non offra in nessuna pagina una definizione pronta-da-portar-via: alla fine, il lettore sa tutto sulla mafia (o per lo meno molto), tranne che una configurazione definitoria. E’ come se l’autrice – preoccupata di evitare toni didattici e registri divulgativi – lasciasse a chi legge il compito di raccogliere qua e là i pezzi di un puzzle per costruirla : “la mafia” è “un’organizzazione segreta” (p. 37) che “accumula enormi capitali” (p. 171), ma anche e ancor più “un sistema di potere, un metodo che ha garantito stabilità politica” (ivi); essa persegue “il fine di lucro” “attraverso forme di intermediazione e di inserimento parassitario, l’uso sistematico della violenza e soprattutto il collegamento con i pubblici poteri” (p. 150, dalla relazione finale del 1972 della prima Commissione parlamentare antimafia); è adusa, inoltre,  a “vampirizzare il patrimonio della cultura popolare per ottenere consenso, veicolando un’immagine ancorata al passato e fondata sui saldi principi dell’onore, della fedeltà, dell’amicizia” (p. 207). Dunque i “gruppi mafiosi”, lungi dal costituire un corpo separato “da una società che si pretende sana”, “fanno parte a pieno titolo dell’economia e della vita politica” (p. 37). 

Dagli anni Cinquanta del secolo scorso “si organizza in una struttura gerarchica; alla base della piramide ci sono i soldati o picciotti, salendo si trova il capo-decina che controlla dieci uomini, più in alto c’è il capofamiglia: due o tre capifamiglia eleggono un capo-mandamento, la città di Palermo è suddivisa in otto mandamenti. La Commissione provinciale, chiamata anche Cupola, è formata dai più potenti capifamiglia e prende le decisioni più importanti” (p. 202).

Un soggetto pluridimensionale (politico, economico, militare, culturale), dunque, che  costituisce “un insieme micidiale di modernizzazione ed elementi arcaici, ma, come metodo di prevaricazione, è rimasta sostanzialmente fedele alle sue origini” (p. 173). 

Sbirciando con attenzione, la fotografia sincronica della struttura e della fisiologia mafiosa viene integrata da uno sguardo diacronico sulla sua storia (dall’Ottocento ai nostri giorni): “i reati legati alle attività della masseria, le estorsioni e il ricavato delle mediazioni in genere” (per esempio abigeati, pizzo sul commercio dei prodotti agricoli e dello zolfo, controllo delle risorse idriche ) “hanno permesso l’accumulo di capitali necessari ad entrare nel mercato edilizio” (prevalentemente, se non esclusivamente, metropolitano). “In seguito, i soldi degli appalti gonfiati hanno consentito l’ingresso nel traffico della droga; in ultimo, i guadagni derivanti dall’eroina e dal commercio delle armi ne fanno crescere l’aspetto di impresa finanziaria” (p. 188).

Per capire la mafia è istruttivo sapere anche cosa non è, quali delle sue immagini correnti siano “stereotipi” depistanti: 

  • essa non è presente solo quando spara: “quando gli omicidi diminuiscono non significa che non c’è più la mafia, ma solo che il dominio di una delle sue parti si è consolidato” (p. 170); 
  • non c’è e non c’è mai stata la differenza fra “vecchia mafia” (buona) e “nuova mafia” (cattiva) perché, “prima di diventare interessati custodi della tradizione, i gruppi mafiosi percorrono tutti la stessa carriera; quelli che si presentano come garanti dell’ordine sono stati anche loro ‘nuova mafia’ ” (pp. 172 – 173); 
  • non è vero che “la mafia non uccideva gli innocenti” sia perché sono stati assassinati in ogni epoca scomodi testimoni occasionali di delitti mafiosi sia, soprattutto, perché “di racket sono morti in tanti” che non hanno smesso “d’essere innocenti” per il solo fatto che si sono rifiutati “di subire un’estorsione” (p. 174);
  • non è vero che la mafia sia “un risultato del sottosviluppo, della mancanza di prospettive dovuta alla carenza di risorse”; in realtà, “il problema del sottosviluppo meridionale non è legato alla quantità delle risorse ma al loro controllo: anzi, la spesa pubblica gestita in maniera clientelare è diventata una formidabile occasione per mantenere il controllo mafioso sul territorio” (p. 174);
  • non è vero che “mafia, camorra e ‘ndrangheta siano specialità regionali e i meridionali sono fatti così, asociali e amorali”: “vengono ignorate le lotte” (dei meridionali contro i mafiosi), “viene taciuta la storia e lo Stato viene visto come un corpo sano attaccato dall’esterno” (p. 175).

Dall’insieme del volume emerge un’idea di mafia non come meteorite piombata, per caso, da chi sa quale cielo (o come mostro sbucato improvvisamente da chi sa quale inferno), ma come fenomeno storico che matura quale frutto coerente di un coacervo di fattori economici, sociali, politici e culturali e che ha trovato in alcuni esponenti particolarmente determinati della classe “media” il nucleo promotore. Personalmente aggiungo che lo storico, una volta individuate le condizioni di possibilità di un evento o di una organizzazione sociale, non può andare oltre: che le cose siano andate in una direzione, piuttosto che in un’altra, dipende anche dall’insondabile enigma della libertà individuale. Era necessario che molti borghesi meridionali preferissero trasformarsi in “capitalisti della mediazione” (P. e J. Schneider) anziché diventare protagonisti di quella rivoluzione complessiva che ha meritato l’ammirazione dello stesso Marx ? Che alcuni di essi dedicassero alla “industria della violenza” (Franchetti) quelle “doti di ordine, previdenza e circospezione”( p. 57) che altrove contraddistinguevano la pacifica operosità borghese? Ed era necessario che segmenti notevoli della “classe media” ottocentesca investissero intelligenza, progettualità, perseveranza nel ritagliarsi un “partito” autoreferenziale per salvaguardare i propri miopi interessi davanti e contro lo Stato unitario, senza nessuna prospettiva strategica di sviluppo globale, lasciando a pochi esponenti (decisamente minoritari) della stessa borghesia il compito di  sensibilizzare i ceti deboli, di organizzarli sindacalmente e/o politicamente, di rappresentarli nei palazzi romani nella consapevolezza che contadini, operai, tecnici, intellettuali del Meridione costituivano una risorsa potenziale irrinunciabile per la costruzione di un Paese inedito? E’ ovvio che il terrore di dividere i feudi strappati a nobili e chierici, i privilegi sociali, il monopolio delle amministrazioni pubbliche…ha indotto la maggioranza della borghesia parassitaria meridionale a farsi la prima responsabile (la borghesia imprenditrice settentrionale è solo la seconda) della condizione di semi-schiavitù del resto della popolazione. E del martirio di quei numerosi sindacalisti, dirigenti politici, amministratori locali, giudici, imprenditori, giornalisti…che – pur appartenendo alla stessa classe sociale dei mafiosi – hanno tentato di spostare i piatti della bilancia. Oggi come ieri è illusorio attendersi che siano fasce sociali poco istruite, attanagliate da problemi di sussistenza economica quotidiana, inebetiti da una pluralità di fonti d’informazione la cui attendibilità è inversamente proporzionale alla moltiplicazione quantitativa, ad avere consapevolezza dei loro diritti e delle possibili forme organizzative da assumere per difenderli. E’ chi ha il privilegio di poter fare cultura e politica che deve decidersi in nome, e a vantaggio di chi, farle. Ovviamente, prima di tutto, provando a coinvolgere l’intera popolazione in un processo di coscientizzazione soggettiva e di emancipazione collettiva.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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