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Crisi di governo Tra Di Maio e Zingaretti

Crisi di governo Tra Di Maio e Zingaretti
Settembre 01
08:29 2019

Cronache di una crisi di governo. La soluzione sembra trovata. Circolano i nomi dei possibili nuovi ministri. Poi il leader politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, esce dall’incontro con il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, e rilascia una lunga dichiarazione pubblica che rimette tutto in discussione. Siamo al pomeriggio di venerdì 30 agosto 2019. Tra qualche giorno, il 2 o il 3 settembre, il Presidente Conte dovrebbe sciogliere la riserva, in un senso, o nell’altro.

Da osservatore esterno, rilevo alcune cose poco chiare.

Il Partito Democratico ha esordito chiedendo e pretendendo “discontinuità” rispetto all’esperienza del Governo uscente. Ciò significa chiedere al Movimento Cinque Stelle di adottare indirizzi politici molto diversi, nei contenuti, rispetto a quelli seguiti nel periodo dell’alleanza con la Lega. Luigi Di Maio, da parte sua, si è seduto al tavolo della trattativa affermando che non si pentiva di niente. Sembrava di ascoltare la indimenticabile Edith Piaf: «Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien».

Il Partito Democratico muove dal presupposto che il Presidente Conte sia il rappresentante politico del Movimento Cinque Stelle. Osservazione di buon senso: ma non spetterebbe al Movimento Cinque Stelle stabilire quali sono i propri equilibri politici interni e chi ha il ruolo di guidare la delegazione dei ministri del Movimento nell’eventuale nuovo Esecutivo? Può un partito come il PD, che ha intenzione di avviare un’alleanza politica, pretendere dall’altro partito che si dia una rappresentanza istituzionale definita in un certo modo, piuttosto che un’altra?

Esponenti significativi del Partito Democratico, come il Vicesegretario Andrea Orlando, si sono seduti, con l’aria un po’ schifata, al tavolo della trattativa e si sono dichiarati disposti ad ingoiare l’amaro boccone, a condizione di dar vita ad un nuovo Governo, con caratteristiche tali da essere “il più a Sinistra” nella storia dell’Italia repubblicana. Orlando conosce i risultati delle elezioni politiche del 2018 e delle elezioni europee del 2019? Ha contezza degli esiti di tutte le elezioni regionali che si sono tenute nel medesimo lasso di tempo? Di conseguenza, la richiesta di un Governo “più a Sinistra” è tanto lontana dalla realtà, ossia tantovelleitaria, da apparire un’inutile provocazione.

Altri esponenti del PD, come Matteo Orfini, in ciò in perfetta sintonia con esponenti politici della Sinistra italiana, quali Nicola Fratoianni, hanno chiesto l’immediata revoca di alcuni fra i più rilevanti provvedimenti adottati dal Governo uscente, con particolare riferimento al contenimento del fenomeno dell’immigrazione (decreti cosiddetti “sicurezza”, uno e due). La linea ufficiale del Partito Democratico, espressa dal Segretario Zingaretti, è più morbida: semplice correzione delle normative, accogliendo i rilievi a suo tempo espressi per iscritto dal Presidente della Repubblica. Sarebbe un eufemismo scrivere che, su questo argomento, l’ambiguità si taglia col coltello.

Consideriamo, in ultimo, la questione del completamento della riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. Posto che manca soltanto la quarta lettura, spettante alla Camera dei Deputati, basterebbe stabilire una data. O definire un “cronoprogramma”, come dicono gli addetti ai lavori.

Invece, il Partito Democratico ha cominciato a chiedere “garanzie
costituzionali”, prima di approvare la riforma. Frase ambigua, che potrebbe anche significare: ricominciamo daccapo, perché la riduzione dei parlamentari è accettabile solo se si modificano, contestualmente, le attribuzioni della Camera e del Senato, arrivando ad un bicameralismo differenziato. Altri dicono: bisogna sospendere l’ultimo voto sulla riforma costituzionale, ed approvare prima una nuova legge elettorale e modificare i Regolamenti parlamentari.

Si può comprendere che gli esponenti del Partito Democratico, dall’alto della loro scienza ed esperienza, considerino i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle come dei “Minus habentes”; ma questi proprio fessi, non sono.

É ovvio che alla riforma costituzionale debbano conseguire conseguenti modifiche della legge elettorale e dei Regolamenti parlamentari; ma devono “seguire” appunto. Nel senso che prima si definisce il quadro normativo a livello costituzionale; poi gli si dà compiuta e coerente attuazione.

C’è da chiedersi, poi, perché mai questa ipotetica nuova legge elettorale dovrebbe essere integralmente proporzionale. Il Partito Democratico ha sempre insistito sulla esigenza della “governabilità”. Il che significa prevedere leggi elettorali prevalentemente maggioritarie, che trasformino maggioranze relative di voti in maggioranze stabili di seggi parlamentari. La fantasia istituzionale del Partito Democratico, negli ultimi anni, ha prodotto degli autentici “mostri giuridici”, nella vana ricerca della legge elettorale maggioritaria più confacente agli interessi del medesimo PD.

C’è invece un rimedio antico e ben collaudato: quello dei collegi uninominali. Mutuati dall’esperienza storica inglese. Ogni territorio ha il suo rappresentante istituzionale assicurato e questo ruolo va al candidato più votato nel collegio di riferimento, con esclusione di tutti gli altri. Un sistema pulito, lineare, che si basa su una sana competizione politica (vince chi sa ottenere più consenso), e che agevola il formarsi di coalizioni politiche che si mettono insieme per esprimere candidati comuni nei singoli collegi. La legge elettorale vigente, la legge 3 novembre 2017, n. 165, prevede che circa un terzo dei parlamentari siano eletti in collegi uninominali con metodo maggioritario. Per l’esattezza, sono eletti con metodo maggioritario 232 deputati su un totale di 630; e 116 senatori, su un totale di 315. La delimitazione territoriale dei collegi è stata fatta di recente, in modo coerente con i dati più aggiornati sulla popolazione residente. Perché bisognerebbe buttare questo lavoro e ricominciare daccapo?

I fautori di una legge elettorale integralmente proporzionale sostengono che questa sarebbe l’unico rimedio per non far vincere la Lega e le altre formazioni di
Destra e di Centro-destra. Per il modo in cui attualmente è configurato il sistema politico italiano (è configurato come peggio non si potrebbe!), le destre, infatti, più facilmente raggiungono un legame di coalizione politica. Coalizione che ha i suoi presupposti nelle esperienze degli anni Novanta del secolo scorso, quando era egemone Silvio Berlusconi, ma che ha avuto tante importanti conferme recenti, soprattutto nelle elezioni regionali e locali.

Il campo del Centro-sinistra, invece, è molto più indietro, quanto a possibilità di dar vita ad una alleanza politica fra più soggetti politici solidi, ciascuno dotato di una propria fisionomia ideale e programmatica, e ciascuno con un proprio affidabile radicamento territoriale. Il Movimento Cinque Stelle, poi, finora si è completamente sottratto alla logica della coalizione; ciò lo ha condannato alla puntuale sconfitta in tutte le elezioni regionali e locali.

Accettare, senza riserve mentali, il sistema maggioritario in collegi uninominali significherebbe aprirsi ad una reale concorrenza politica: nella quale non si ha paura di confrontarsi con l’avversario, perché si ha fiducia nei propri valori di riferimento e nei propri programmi. Certo, una quota di seggi andrebbe comunque attribuita con metodo proporzionale, per garantire il pluralismo delle Assemblee parlamentari ed assicurare una sorta di diritto di tribuna pure alle liste minori.

Il senso dell’intervento di Luigi Di Maio si può così riassumere. Il Movimento Cinque stelle ha una propria fisionomia politica che si esprime in una serie di punti programmatici; ha anche una rappresentanza parlamentare di gran lunga più consistente di quella del Partito Democratico. Di conseguenza, è irricevibile la pretesa del PD di dettare una nuova linea politica al Movimento. Ci possono essere soltanto convergenze programmatiche.

Come si può concludere la crisi? Bisogna ricordarsi che la proposta di dar
vita ad un Governo che, prima di andare al voto, facesse poche cose, come mettere al sicuro i conti pubblici ed evitare l’aumento dell’IVA, e che consentisse nel contempo la conclusione dell’iter della riforma costituzionale, è partita non dal Segretario del PD Nicola Zingaretti, ma da Matteo Renzi.

Zingaretti, anzi, non era d’accordo. Ha detto “No” a governicchi (l’ipotesi minimalista di Renzi) ed ha rilanciato, proponendo addirittura un governo di Legislatura. Governo che, nelle condizioni date, non sta né in cielo, né in terra.

Non sono soltanto gli esponenti del Movimento Cinque Stelle a dover
maturare. Possiamo dire che la classe dirigente “zingarettiana” si sta dimostrando inadeguata, velleitaria, ammalata del peggiore politicismo?

Senso della realtà, ci vorrebbe. Accompagnato dalla sincera volontà di servire il Paese, di fare ciò che è meglio per l’Italia. Intanto, i mercati finanziari ci guardano con sospetto e l’avvenire è assai incerto.

Sull'Autore

Livio Ghersi

Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell'Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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