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Prevedere il futuro politico italiano? Meglio impegnarsi a determinarlo

Prevedere il futuro politico italiano? Meglio impegnarsi a determinarlo
Agosto 18
07:21 2019

Ci sono dei momenti storici in cui solo i cretini hanno le idee chiare. La fase politica che stiamo attraversando in Italia è una di queste. Solo degli stupidi fanatici – che rischiano di essere la maggioranza sul web e di diventarla alle urne elettorali – possono affermare, con toni netti e forti, di chi sia la responsabilità della situazione di questi giorni (Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini…) e come se ne possa uscire senza passare dalla padella alla brace.

Come cittadino che non ha mai venduto il cervello a nessuna sigla partitica (pur non avendo mai saltato un solo turno elettorale, preferendo il criterio del male minore al criterio del tanto peggio tanto meglio) e come filosofo (dunque erede del “so di non sapere” di Socrate) devo confessare di trovarmi nella condizione di uno che si informa, dialoga, riflette…ma si rallegra di non dover decidere in giornata stessa.

Mi limito a una sola questione che, però, è cifra e chiave interpretativa di molte altre: siamo davvero in un’emergenza democratica o l’assetto costituzionale repubblicano non corre nessun serio pericolo? 

Sappiamo, dai giornali e dai social, che si oppongono pareri – non di rado autorevoli – sia in un senso che in un altro. 

Come dare torto a chi sostiene che ci sono molte somiglianze fra la situazione socio-economica e culturale-politica dell’Italia contemporanea con l’Italietta del 1922 o con la Repubblica di Weimar del 1933? Come non preoccuparsi ascoltando il cervello della Lega, Giorgetti, dichiarare al meeting di “Comunione e Liberazione” (il movimento cattolico che, fedele al suo più prestigioso esponente, Formigoni – oggi in stato di detenzione – ha applaudito il peggio della politica italiana, da Andreotti a Berlusconi) che “la democrazia rappresentativa è ormai superata, il Parlamento non conta più nulla ed è inutile farne un feticcio: le persone lo vedono come un luogo di inconcludenza. Il populismo ha vinto, prima in America e ora un po’ ovunque, e consacra il rapporto diretto tra leader e popolo”. O come non allarmarsi davanti a un’ignoranza compatta, senza neppure una piccola crepa, dell’alfabeto costituzionale rivelata da dichiarazioni come questa di Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato: “Inaudita ed illegale decisione del #TardelLazio pro clandestini e pro #Ong : ci vorrebbe la galera per chi ha preso questa decisione. Siete d’accordo?”.

Dall’altra parte, però, non mi sembrano senza consistenza le obiezioni di quanti trovano eccessivamente allarmistiche queste preoccupazioni dal momento che la svolta dittatoriale dovrebbe avere come protagonista un ragazzotto da discoteca, incapace da sempre di ottenere un titolo di studio universitario o di svolgere una qualsiasi prestazione lavorativa, addirittura meno credibile di Mussolini (maestro elementare) e di Hitler (soldato pluridecorato per azioni belliche). 

Personalmente incerto fra l’una e l’altra previsione, preferisco rinunziare a prevedere il futuro e impegnarmi nel presente. Se ognuno intensifica il proprio impegno civico nel contesto in cui opera; se rinunzia a perdere tempo con le chiacchiere da salotto o da comizio e lo impiega per uscire dall’analfabetismo in ambito giuridico, sociologico, storico, economico e politico; se, grazie a un minimo di strumenti cognitivi in più, dedica il tempo – sottratto alle polemiche sloganistiche da Facebook – a documentarsi sui dati oggettivi delle questioni in gioco, certamente non sbaglia. Il futuro non è scritto anticipatamente da nessuna parte. Lo scriveremo noi sessanta milioni di cittadini italiani, soprattutto se chi ha il privilegio immeritato di avere qualche marcia (intellettuale, morale e professionale in più) si deciderà ad interloquire – dunque ad ascoltare e a parlare – senza spocchia con le fasce meno abbienti della società. Una volta era questo il compito che i grandi partiti – infelicemente definiti di “massa” – e i grandi sindacati di ispirazione democratica affidavano alle scuole di formazione, alle sezioni territoriali, alle cellule nei luoghi di lavoro, ai centri sociali, ai circoli sindacali, alle case del popolo…Lo facevano in maniera quasi sempre dogmatica, unilaterale, faziosa (e, da questo punto di vista, è difficile rimpiangerne le iniziative); ma lo facevano. Si tratta adesso di riattivare quella rete capillare di pedagogia popolare per far passare contenuti più problematici, più poliedrici: e perciò, alla lunga distanza, più fruttuosi. Non so se i populismi deteriori di destra hanno già la maggioranza elettorale, ma ciò che mi preoccupa è se abbiamo già – direbbe Antonio Gramsci – l’egemonia culturale: detto altrimenti, se nei cittadini si è radicata la convinzione che l’individualismo (soggettivo) e il sovranismo (nazionale) siano davvero la strada migliore per migliorare la qualità della vita propria e dei propri figli. Sul piano elettorale, spetta ai partiti sinceramente democratici trovare dei punti di intesa al di là delle legittime divergenze su tematiche specifiche; ma sul piano dell’egemonia culturale la “riforma intellettuale e morale” spetta alle agenzie educative e alla paziente, quotidiana, fatica dei cittadini e delle cittadine.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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