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Per un governo di garanzia elettorale

Per un governo di garanzia elettorale
Agosto 11
15:31 2019


Nella politica italiana si naviga a vista. Tutto è incerto; quindi i protagonisti politici si rifugiano nell’ambiguità. Ci sono dichiarazioni ufficiali, ma in questa fase contano più i retropensieri.

Il fatto politico oggettivo è la decisione della Lega di sfiduciare il Governo presieduto da Giuseppe Conte. Del tutto discutibile, invece, che a questa scelta politica della Lega debba conseguire, necessariamente, la conclusione della diciottesima Legislatura del Parlamento.

Certo, il partito della Lega vuole le elezioni prima possibile, nella previsione di aumentare considerevolmente il numero dei propri deputati e senatori nella legislatura successiva. Non c’è, però, nessuna legge ineluttabile, di natura politica, o giuridico-costituzionale, che lo imponga.

La Lega ha ridato potenza alla destra italiana; ma è una “potenza” più apparente che reale. La strategia di continuare a contrapporsi alle Istituzioni dell’Unione Europea è di per sé sbagliata e pericolosa. Immaginare di poter, non soltanto evitare l’aumento dell’Iva, ma, contemporaneamente, di poter spendere altre ingenti risorse per ridurre significativamente le entrate tributarie, il tutto in deficit, significa non soltanto violare le regole europee in materia di tenuta dei conti pubblici, ma, soprattutto, equivale a sfidare i mercati finanziari. Considerate le dimensioni del debito pubblico italiano e tenuto conto che Mario Draghi sta per lasciare la presidenza della Banca centrale europea, assumere atteggiamenti di sfida nei confronti dei mercati finanziari è la cosa peggiore da fare.

C’è da stendere un velo pietoso, poi, sull’incultura istituzionale che contraddistingue l’uscente Ministro dell’Interno, in costume da bagno e maglietta. Egli, infatti, chiede i “pieni poteri”. Li chieda pure, ma sta proprio a quanti hanno sufficiente esperienza di mondo, memoria storica, attaccamento ai valori della Costituzione repubblicana, rispondergli cortesemente, ma con la massima fermezza, un chiaro “No”.

Nelle situazioni difficili, si vede quale sia la stoffa di un politico. L’intervista, rilasciata da Matteo Renzi al quotidiano Corriere della Sera di domenica 11 agosto 2019, dimostra come Renzi sia un uomo che non si impicca alla “coerenza”. Ciò per un politico puro è un bene, non un male. La coerenza va bene per Martin Lutero che, nell’aprile del 1521, al cospetto della Dieta imperiale di Worms, diceva: «Qui sto io. Non posso fare altrimenti. Dio mi aiuti. Amen».

I rappresentanti del popolo in Parlamento, invece, siedono nelle due Camere proprio per trovare, di volta in volta, la soluzione che sembra loro più rispondente agli interessi generali dell’Italia. Nelle situazioni difficili e confuse, devono scegliere l’orientamento che costituisca il meno peggio, per evitare un peggio certo e sicuro.

Renzi ha parlato dell’esigenza di dar vita ad un “governo di garanzia elettorale” con tutti quelli che ci stanno; va da sé, infatti, che non si possa consentire all’uscente Ministro dell’Interno di gestire tutta la delicatissima fase elettorale. Tanto più in un momento in cui la tensione fra le forze politiche è alta.

Ha poi aggiunto che bisogna far entrare in vigore la riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. L’iter è quasi completato, perché già ci sono state tre letture e manca soltanto l’ultimo e definitivo voto della Camera dei deputati.

Per quanto mi riguarda, sono sempre stato d’accordo con la proposta di ridurre il numero dei membri del Parlamento italiano. Ai rappresentanti del popolo si possono applicare i medesimi criteri che spiegano il meccanismo dell’inflazione monetaria in economia: più aumenti il numero complessivo dei rappresentanti, meno vale il singolo parlamentare. Viceversa, se fissi un numero equilibrato, avrai un parlamentare “pesante”, realmente rappresentativo di un territorio. Avrai un singolo parlamentare che conta individualmente di più, quindi può essere più incisivo. A me, poi, non piace che un troppo alto numero di persone “vivano” di politica; ossia che facciano del loro ruolo istituzionale la propria fonte di sussistenza economica. La democrazia rappresentativa ha dei costi inevitabili, certo, e ben volentieri occorre sopportarli. Non bisogna, tuttavia, ampliare a dismisura il numero degli eletti, nella falsa logica di aumentare la partecipazione democratica. Chi ha a cuore la cosa pubblica fa politica indipendentemente dalle indennità parlamentari; anzi, investe nella politica tempo e denaro proprî. Ciò di cui certamente non c’è bisogno è di mantenere, a spese dei contribuenti, un ceto politico sovradimensionato; il quale, proprio nella misura in cui è sovradimensionato, è parassitario.

Il numero alla fine individuato dalla riforma costituzionale ora in discussione, 400 deputati e 200 senatori, è equilibrato. Un Senato di 200 membri può funzionare perfettamente; mentre, invece, non avrebbe potuto funzionare un Senato di soli 100 membri, come previsto dalla scriteriata riforma costituzionale proposta proprio da Matteo Renzi ed a ragione respinta dal Corpo elettorale nel referendum del 4 dicembre 2016.

La riforma costituzionale è “minimalista”? Non realizza un bicameralismo differenziato, diversificando le competenze delle due Camere? Dal mio punto di vista è, comunque, un passo in avanti. Realizza finalmente almeno una parte di progetti riformatori che si trascinano da decenni. Quindi, non soltanto mi farebbe piacere che questa riforma costituzionale venisse approvata; ma la difenderei anche in un eventuale, successivo, Referendum confermativo.

La riduzione del numero dei parlamentari rimette in qualche modo in discussione le leggi elettorali di Camera e Senato. É previsto che si possa votare con le leggi elettorali vigenti, però rideterminando le percentuali di quanti vanno eletti nei collegi uninominali con metodo maggioritario e di quanti vanno eletti nei collegi plurinominali con metodo proporzionale. Dipendesse da me, lascerei invariato l’attuale numero dei collegi uninominali; il che presenterebbe il vantaggio di non doverli ridisegnare un’altra volta. Così, alla riduzione del numero dei parlamentari, conseguirebbe un’accentuazione del carattere maggioritario dei sistemi elettorali; nel senso che resterebbe una significativa quota di deputati e senatori eletti con metodo proporzionale, ma il loro numero non sarebbe così preponderante come adesso.

In ogni caso, posto che occorrono tempi tecnici, anche se non lunghi, per ricalibrare le leggi elettorali, l’approvazione della riforma costituzionale adesso farebbe il gioco di quanti vogliono rinviare la data della fine anticipata della Legislatura. Anche i nemici della riforma dovrebbero fare buon viso a cattiva sorte.

Il Movimento Cinque Stelle, che sembrava annientato dall’iniziativa della Lega, potrebbe rivendicare il merito di avere determinato una effettiva, concreta, riforma della Costituzione, in un senso certamente gradito alla stragrande maggioranza del popolo italiano. Ne uscirebbe così con onore, limitando i danni. Anche se l’esperienza del Governo Conte è sotto gli occhi di tutti e gli elettori avranno ora tanti elementi di giudizio in più per esprimere il proprio voto in proseguo di tempo.

Un governo di garanzia elettorale, appoggiato in qualche modo (la fantasia dei politici è illimitata) sia dal Movimento Cinque Stelle, sia dal Partito Democratico, e con l’apporto di tutte le altre forze politiche disponibili, non potrebbe mai rappresentare una bizzarria politica superiore alla bizzarria della quale ha dato prova la cosiddetta maggioranza “giallo-verde”. Ci rimettiamo, per il resto, alla saggezza del Presidente della Repubblica.

Sull'Autore

Livio Ghersi

Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell'Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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