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Razzisti eravamo e razzisti (in buona parte) restiamo

Razzisti eravamo e razzisti (in buona parte) restiamo
Agosto 01
18:36 2019

Il successo delle politiche sull’immigrazione decise da Salvini e dalla sua Lega sono la risultante di vari fattori: gli errori dei precedenti governi a guida PD, il tasso di corruzione degli italiani coinvolti nel sistema dell’accoglienza, la disinformazione sull’effettiva entità degli sbarchi e sugli effettivi benefici dei lavoratori stranieri integrati…e così ancora. Questa miscela esplosiva non avrebbe raggiunto il consenso sociale attuale (pari, grosso modo, a metà degli elettori) se non avesse trovato un terreno culturalmente favorevole: una mentalità silenziosamente, subdolamente, implicitamente razzista secondo la quale gli stranieri – specie se di pelle nera – appartengono a strati di umanità inferiori rispetto all’occidentale ‘medio’. Si tratta di un pregiudizio culturale antico che ha supportato il colonialismo imperialistico europeo fra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento: anche la disastrosa avventura da operetta del colonialismo italiano realizzato sia dai governi liberali del Regno d’Italia sia dal Fascismo. Con una differenza rispetto alle vicende storiche di altri Stati: che in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, non c’è stata nessuna seria autocritica e, dunque, nessuna radicale revisione delle premesse ideologiche che avevano inspirato le politiche del ri-nato Impero romano.

Su questa mancata de-colonizzazione fa riflettere la bella, documentata, monografia di Barbara Tonzar Colonie letterarie. Immagini dell’Africa italiana dalla fine del sogno imperiale agli anni Sessanta (Carocci, Roma 2017) che esamina alcune opere di scrittori italiani (Paolo Cesarini, Ennio Flaiano, Mario Tobino ed Enrico Emanuelli) operanti fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento. Anche da questi scritti risulta quanto antico e persistente – sino ai nostri giorni – sia stata la mistificazione dell’immagine dell’Africa agli occhi degli italiani: una terra “vergine”, da “conquistare” e “penetrare”, da riscattare dai vizi e dai ritardi dei suoi abitanti, elevandola ai livelli invidiabili della nostra “civiltà”. Un mondo ‘altro’ (di pigri, di vigliacchi, di primitivi) rispetto al quale edificare – per opposizione dialettica – l’identità nazionale, e nazionalistica, degli italiani.

 In misura differente, i romanzi presi in esame evidenziano come in questa “misericordiosa” opera di civilizzazione si siano consumati stragi, delitti, stupri fisici e metaforici…E così hanno contribuito a mettere in crisi la narrazione – falsa e depistante – degli italiani “brava gente”, vittime innocenti della propaganda fascista perché , di per sé, incapaci di quelle crudeltà di cui si sono resi responsabili, ad esempio, i militi britannici e tedeschi.

La verità, però, è ben altra. Come scrive la Tonzar sintetizzando alcune pagine di Mario Tobino, il nostro colonialismo (in Libia, ma non solo) ha riprodotto, “amplificati come sotto una lente, i maggiori vizi degli italiani: la vigliaccheria, l’opportunismo, l’obnubilamento mentale, l’ottusità e la crudeltà degli alti gradi dell’esercito, da un lato, e la cortigianeria dei sottoposti, dall’altro, l’assuefazione ai veleni della retorica e la sudditanza al cieco potere della burocrazia”. Vizi che, mai sottoposti a un esame di coscienza collettivo, sono rimasti ad avvelenare il clima nazionale post-bellico (direi sino ai nostri giorni). Celebre l’apparente candore – ancora più terribile se sincero – con cui Indro Montanelli raccontava negli anni Settanta in televisione di aver sposato a 23 anni una bambina abissina di 12 anni, “docile come un animaletto”, dopo averla acquistata dal padre, perché aveva bisogno di una donna…

Ma un popolo inconsapevole dei suoi errori non avverte il dovere – morale e intellettuale – di fare i conti col proprio passato, condannandosi a rivivere, in pieno XXI secolo, le pulsioni xenofobe e razziste che si è limitato a rimuovere (proprio in senso psicanalitico). Ecco, dunque, che nell’immaginario collettivo, a dispetto di qualsiasi dato sociologico, sui barconi tentano la traversata delinquenti primitivi, non cittadini diplomati e laureati; prostitute a basso costo, non infermiere o atlete; bambini da addestrare come venditori di droghe, non da istruire ed educare affinché possano ritornare dai genitori in momenti migliori della storia dei Paesi d’origine. L’ignoranza del passato – tutto sommato recente – impedisce di riconoscere in loro i figli, e le vittime,  di un sistema politico-economico ingiusto, fondato sulla comune ricerca di profitti a ogni costo  da parte delle élites africane e delle imprese capitalistiche occidentali.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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