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Analogia e/o comparazione

Analogia e/o comparazione
Giugno 27
08:19 2019

Nel mio articolo sul perché non ho firmato il manifesto di Camilleri, sottolineavo l’arretratezza metodologica della nostra storiografia, questo è particolarmente evidente a proposito dell’ossessione analogica che la caratterizza. Mi spiego meglio: mi è capitato di vedere, di recente, una trasmissione in cui si cercava una spiegazione del movimento dei gilet gialli sulla base di un’ analogia con il sessantotto.

Il lavoro era fatto bene e dimostrava buona conoscenza dei due fenomeni analizzati in breve ma con buon livello professionale. Ciò nonostante, la cosa non mi ha affatto convinto: un pezzo altamente suggestivo ma che, raschia raschia, si basava su una idea di fondo che non stava in piedi: che siamo di fronte ad un nuovo sessantotto. Il che non era certo colpa del giornalista, che ha indicato con sufficiente precisione sia le somiglianze che le dissomiglianze fra i due fenomeni (anche se di dissomiglianze potremmo aggiungerne parecchie altre). Il punto è che la nostra cultura storica vive nel culto dell’analogia che, invece è uno strumento di analisi molto ingannevole, per la semplice ragione che confrontando due cose qualsiasi (fosse anche l’impero dei Mogul ed il regno borbonico) qualche somiglianza c’è sempre, così come anche due cose sostanzialmente simili (il fascismo in Italia ed in Germania) spuntano delle inevitabili differenze: nulla è completamente diverso da qualsiasi altra cosa e nulla è identico a null’altro. Eppure, da sempre, gli storici sono affascinati da questo gioco intellettuale, ad esempio le “vite parallele” di Plutarco (che pure fu storico sui generis, più interessato a descrivere le caratteristiche del personaggio che non le vicende di cui fu protagonista) sono costruite su di esso. L’idea è che, attraverso l’analogia si possano stabilire leggi (o almeno regolarità) della storia, per cui i fenomeni hanno un numero limitato di varianti e tendono a seguire sequenze particolari. Ma possiamo anche accettare che la somiglianza fra Nicia e Crasso fosse la ricchezza dei due alla base della loro ascesa politica, ma i due hanno avuto, per ben altri aspetti, vite non molto simili ed anche caratterialmente, non ebbero tanto in comune, avidità a parte.

L’analogia è una suggestione cui è difficile sottrarsi e, in alcuni casi, può fornire allo storico utili elementi di riflessione: ad esempio, il confronto fra il passaggio dalla repubblica all’impero nell’antica Roma, quello dalla democrazia comunale alla signoria possono dare qualche spunto di riflessione sull’attuale autunno della democrazia e le nuove tendenze oligarchiche indotte dal neo liberismo. Ma, poi, occorre sviluppare una ricerca specifica o non si va molto avanti nella comprensione del fenomeno studiato. Ad esempio oggi si tende a spiegare l’ondata populista in termini di fascismo, magari sulla base delle idee personali o delle radici culturali di alcuni personaggi come Bolsonaro, Le Pen, Haider ecc. In realtà, anche se Bolsonaro, di suo, è certamente imbevuto di cultura fascista (assorbita per il tramite dell’esperienza della dittatura militare che, peraltro, era un fascismo molto sui generis), il suo movimento e la sua azione si svolgono in un contesto completamente diverso da quello degli anni trenta e non basta il richiamo ideologico. Il fascismo storico aveva alle spalle capitalismo molto diverso da quello attuale e fu strumento di esso, non dell’iper capitalismo finanziario dei nostri giorni.

Ma l’analogia ha una sua capacità di rassicurazione, autorizza a pensare di avere una bussola nel viaggio attraverso la storia. E questo spiega il suo fascino perdurante.

In realtà, la storiografia oggi ha uno strumento molto più raffinato di analisi: la comparazione. Vale la pena di spendere qualche parola per indicare la diversità fra le due metodologie. In primo luogo, l’analogia cerca le somiglianze, mentre la comparazione cerca sia le somiglianze che le dissomiglianze: non è significativo solo in cosa due fenomeni storici sono simili, ma anche in cosa sono diversi.

In secondo luogo, l’analogia lavora generalmente sul confronto fra pochi casi (normalmente due o tre) e si capisce il perché: trovare solo punti di convergenza spinge a circoscrivere il numero di casi da prendere in considerazione, perché allargano il campo di osservazione, diventa sempre più difficile trovare somiglianze costanti. Vice versa la comparazione lavora sempre su diversi casi e più ce n’è più il confronto risulta approfondito e persuasivo. Ma questo la comparazione può farlo perché, ai suoi fini, le differenze hanno lo stesso valore euristico delle somiglianze.

Per la stessa ragione –e siamo al terzo punto- l’analogia lavora su un numero limitato di aspetti di poche congiunture storiche (l’andamento dell’economia oppure le trasformazioni sociali o quelle istituzionali ma, soprattutto l’andamento delle vicende politiche), mentre la comparazione prende in considerazione il maggior numero possibile di piani di discorso (politico, sociale, giuridico, economico, sociale, culturale) perché la sua analisi tende alla maggior completezza possibile nell’ambito del quesito storico posto.

In quarto luogo, l’analogia tende ( ma non necessariamente) a privilegiare l’asse diacronico, lavorando su casi di epoche diverse (il Risorgimento e la Resistenza, la decadenza dell’impero Romano e quella dell’Impero inglese ecc.), la comparazione, al contrario preferisce (ma anche qui non è obbligatorio) preferisce l’asse sincronico, cioè fra casi più o meno dello stesso tempo. E si capisce il perché: proprio perché occorre comparare piani diversi fra loro, ad esempio vogliamo comparare i fenomeni populisti in corso e quindi la composizione sociale, i sistemi politici e costituzionali, l’andamento dell’economia eccetera. E la cosa funziona meglio se si tratta di elementi dello stesso tempo. Ad esempio, che senso avrebbe comparare la composizione sociale del regno delle due Sicilie nel 1848 e quella della Francia del 2018? O delle campagne francesi al tempo delle jacqueries? O la costituzione italiana vigente con quella di Cadice del 1812? Dunque, meglio comparare fenomeni coevi, ma questo non è necessario. Questo però spiega perché gli storici amico poco questo metodo preferendo lasciarlo a sociologi e politologi.

In altri termini, la comparazione si basa su una analisi molto minuta del maggior numero di elementi, mentre l’analogia si basa solo sulla somiglianza di qualche singolo elemento per ricavare indicazioni sulle cause del fenomeno osservato, ma, proprio per la sua povertà di impianto, finisce per ripiegare quasi necessariamente su spiegazioni di ordine monocausale e, di conseguenza, inidonee a studiare fenomeni complessi. Al contrario, la comparazione, per sua natura multidisciplinare, è portata a spiegazioni multicausali interdipendenti e, perciò stesso complesse.

Pertanto, si capisce perché la comparazione è ben più fondata dell’analogia, ma gli storici fanno molta fatica ad adattarsi ad un metodo cui non sono affatto abituati.

Sull'Autore

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

Ricercatore in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Milano

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