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Venezuela: no a golpe ed invasione militare, ma appoggiare Maduro “senza se e senza ma” proprio non si può

Venezuela: no a golpe ed invasione militare, ma appoggiare Maduro “senza se e senza ma” proprio non si può
Maggio 19
08:11 2019

Per me scrivere sul e del Venezuela diventa sempre più difficile. Lo é perché pur avendoci trascorso in diverse permanenze quasi 9 mesi, non ci metto più piede da quasi 6 anni, e perché di fronte alla complessità raggiunta lì dalla situazione, scrivendone a distanza si rischia di perdere dei pezzi importanti della situazione concreta sul terreno. Proverò lo stesso a fissare alcuni punti, aiutato forse dal fatto che trovandomi in Argentina, si tratta di una distanza relativa che perlomeno apre squarci sulle differenti sensibilità con le quali da quaggiù si guarda agli eventi in corso.

Cominciamo da Juan Guaido’.
Che quella da lui incarnata sia una strategia di tipo golpista, mi pare fuori di dubbio. Se non bastassero gli ossessivi richiami alla ribellione delle forze armate, si guardi coloro che ne sono, in nome di democrazia e diritti umani, i principali sponsor nella regione.

Cominciamo dalla Colombia di Ivan Duque. Secondo le stime più ottimistiche, nonostante gli accordi siglati con le Farc, nel solo 2018 in Colombia son stati assassinati quasi 160 attivisti e dirigenti politici e sociali di opposizione. Altre stime invece sempre per il solo 2018, portano questa cifra ad oltre 600. Può quindi un paese, che ancora oggi spicca nel mondo come un terrificante mattatoio di chi non é allineato al potere, ergersi a fustigatore del governo Venezuelano in nome della democrazia…? Direi di no.

Scarse anche le credenziali a riguardo esibite da due altri ”fari della democrazia” nel mondo, distintisi per gli attacchi a Maduro: gli Usa di Trump ed il Brasile di Jair Bolsonaro.

Infine guardiamo all’Argentina di Mauricio Macri, che mentre con una mano si atteggia a restauratore della democrazia in Venezuela, con l’altra promuove il consolidamento di uno stato di polizia nel suo paese, dove le brutali politiche neoliberali promosse dal suo governo, stentano ad imporsi a fronte di una energica e diffusa opposizione politica, sociale e sindacale.

Che tutti questi signori, fieramente impegnati a distruggere o mantenere ai minimi termini la democrazia nei loro paesi, abbiano poi tanto a cuore la democrazia in Venezuela, risulta perlomeno sospetto…..e puzza molto di bruciato.

Aggiungo solo che un fattore determinante in questo scenario, é certamente il limpido ed evidente rafforzamento del cambio della politica USA verso il Sudamerica. Potenza declinante, impegnata in una fiera competizione non solo con le nuove potenze globali emergenti o ri-emergenti, ma anche verso i suoi stessi presunti alleati, gli Stati Uniti han bisogno di riprendere il controllo del ”cortile di casa”, in parte sfuggito con l’inizio del nuovo secolo, cortile che come noto custodisce immense risorse di ogni genere. Il Venezuela in particolare ne custodisce più di altri. Se no ditemi voi che ci va davvero a fare lo scorso Aprile il segretario di stato USA nonché ex direttore della CIA Mike Pompeo, in un posto un po’ sperduto come Cucuta, al confine fra Colombia e Venezuela?

Detto questo allora tutto é a posto….? Possiamo aderire felicemente all’appello di quanti nel mondo e anche in Italia dicono che ora é il momento di serrare i ranghi ed “appoggiare Maduro senza se e senza ma”..?e

La lettura golpista della vicenda politica venezuelana da parte delle opposizioni antichaviste non é una novità: basti solo pensare al fallito golpe dell’aprile 2002, o all’indomani della pesante sconfitta chavista alle elezioni parlamentari del dicembre 2015, alle minacce dell’allora presidente della neo eletta Assemblea Nazionale, di cacciare Maduro dalla presidenza in sei mesi.

La differenza però é che sino a che al timone ci stava Chavez, alle strategie golpiste replicava con le armi del consenso e della egemonia fra i settori popolari. Armi delle quali disponeva.

La svolta avviene esattamente dopo la sconfitta al voto di fine 2015. Di fronte alla prima vera batosta elettorale, il gruppo di potere raccolto intorno a Maduro, invece di tentare di riprendere lo spirito originale del chavismo, fondato su consenso, partecipazione di massa, e costruzione di forme di democrazia più avanzate di quella rappresentativa, sceglie un altra strada. Una strada del tutto analoga a quella scelta da molte delle giustamente tanto vituperate democrazie neoliberali, quando sono in crisi di consenso.

La strada scelta da Maduro é quella della verticalizzazione e concentrazione di potere, della costruzione di meccanismi che permettano di ”mantenere la governabilità” a tutti i costi, anche quando il consenso comincia a scarseggiare. Quindi é vero che Maduro é ”democratico”, ma nel senso peggiore e manipolatorio del termine.

Gli argomenti a sostegno di quanto sopra scritto sono sovrabbondanti, e quindi rimando a quanto contenuto in miei precedenti contributi. Mi limito solo a citare alcuni passaggi. L’Assemblea Nazionale dominata dalla opposizione viene neutralizzata dal Tribunale Supremo che la dichiara ”inadempiente” per avere confermato l’insediamento di tre deputati sui quali pendevano accuse di brogli, quando sarebbe risultato più logico limitarsi a ripetere le elezioni dei tre deputati contestati. L’azzeramento della Assemblea Nazionale si perfeziona con la successiva elezione di una Assemblea Costituente, utilizzando un sistema elettorale peggiore dell’Italicum di Matteo Renzi, e che a seguito del boicottaggio elettorale delle opposizioni diviene un monocolore madurista che vota all’unanimità tutto quel che vuole il governo. Inoltre una Assemblea Costituente che invece di occuparsi solo di stendere una nuova costituzione, vota su qualunque cosa sostituendosi nei fatti alla Assemblea Nazionale.

A completare il quadro la inabilitazione a candidarsi a cariche pubbliche, di importanti esponenti dell’opposizione, fra cui quel Capriles Radonski che aveva perso per un pelo le elezioni presidenziali vinte da Maduro nell’Aprile 2013. E se non bastasse ancora nelle ultime elezioni dei governatori degli stati, ai neo eletti governatori non Maduristi viene imposto di giurare fedeltà alla contestata Assemblea Costituente. Il neo eletto governatore dell’importante stato di Zulia, quello che ha come capitale Maracaibo, si rifiuta di farlo, viene bloccato il suo insediamento, si ripetono le elezioni le quali vengono stavolta vinte da un Madurista.

Il definitivo scioglimento manu militari della Assemblea Nazionale, che proprio in questo periodo si torna a ventilare, sarebbe un ulteriore passaggio di questo processo di concentrazione autoritaria del potere. Ma non sottovaluterei nemmeno il blocco/censura dell’accesso al sito di www.aporrea.org, da me spesso utilizzato come una delle mie fonti; sito chavista e bolivariano ma non filogovernativo, al quale dallo scorso 14 Febbraio non si può accedere dal Venezuela usando i portali dello stato.

Qualcuno pensa che basti che spunti il neo golpista Guaido’, per cancellare tutto questo e convincere tutt@ a schierarsi con Maduro ”senza se e ma”?

La realtà dimostra che non é così. Le poche mobilitazioni convocate in Italia sulle vicende recenti venezuelane, han tentato di vincolare strettamente la opposizione alle minacce golpiste e di intervento militare esterno contro il Venezuela, al sostegno compatto ed acritico al governo di Maduro. Il fatto che nessuna di queste manifestazioni abbia mobilitato presenze significative, dimostra che questo ragionamento non convince.

Allo stesso tempo va però riconosciuto che quelle di cui sopra son state le uniche o maggiori iniziative promosse, per quanto a mio avviso limitate e discutibili. In altre parole, sulla recente escalation della crisi venezuelana, non sono emerse in Italia altre posizioni, altri approcci capaci di concretizzarsi in iniziativa pubblica. Questo é dovuto non solo ad una certa debolezza o scarsa presenza dei movimenti di base italiani sui temi internazionali o della lotta contro l’imperialismo e la guerra. In questo caso gioca anche la oggettiva difficoltà a schierarsi in una situazione intricata come quella Venezuelana e la non abbondanza di fonti dirette di informazione su cosa davvero sta accadendo.

Pur scontando il limite di non essere più tornato in Venezuela da quasi sei anni, azzardo comunque qualche riflessione in più su questo ultimo punto cruciale: come é ora la concreta situazione nel paese?

Riesce difficile anche solo pensare cosa voglia dire vivere in un paese con inflazione fuori controllo come quella attuale in Venezuela. Già qui in Argentina, secondo paese nel Sudamerica per tasso di inflazione, con un ”modesto” tasso del 50% annuo, i problemi per le persone comuni non son pochi. Immagino come possa essere la situazione in Venezuela, dove fonti seppur non neutre ed interessate come il FMI, prevedono per il 2019 un tasso di inflazione di 10 milioni per cento.

Se quindi nonostante le enormi difficoltà il paese non é ancora andato del tutto a scatafascio, immagino sia per la proverbiale arte di arrangiarsi elevata al cubo, della quale i Venezuelani han già dato prove in altre crisi come durante la serrata petrolifera del 2003. Grazie a forme di solidarietà, resilienza e resistenza dal basso. Suppongo anche grazie alle per quanto insufficienti erogazioni alimentari e politiche di assistenza mantenute dal governo.

Infine all’apparente equilibrio di forze oggi esistente nel paese fra governo e opposizione, in fondo attestato dallo stesso fatto che Juan Guaido’ sia ancora a piede libero, contribuiscono non solo i vari sponsor internazionali dei due campi, ma la stessa smaccata presenza degli USA di Trump dietro il tentativo golpista di Guaido’. Una parte rilevante della popolazione che aveva con entusiasmo appoggiato Hugo Chavez ma delusa da Maduro, di certo non può che esser diffidente verso il giovane deputato che vanta il sostegno di uno che non solo é presidente degli Stati Uniti, ma si é fra le altre cose distinto per le aggressive politiche contro i migranti latini.

I vertici militari invece, i quali nel bene e nel male durante la intera epopea chavista han goduto di grandi poteri e privilegi, ho la sensazione che molleranno Maduro solo quando percepiranno che i rapporti di forza son cambiati a danno di quest’ultimo. Invece per la parte di essi e dei quadri inferiori, genuinamente nazionalista e bolivariana, vale suppongo quanto detto per i chavisti delusi da Maduro.

Detto questo poco fa pensare che l’attuale apparente equilibrio di forze sia molto stabile.

Per concludere, anche se non é semplice, io credo che su quel che sta accadendo in Venezuela occorra schierarsi. Anzitutto occorre schierarsi contro qualunque forma di aggressione militare o intervento militare esterno in Venezuela, in qualunque modo esso venga mascherato o giustificato. Già adesso il Venezuela é uno dei paesi più violenti della regione, con un tasso annuo di omicidi ogni 100.000 abitanti altissimo, inclusi dirigenti e attivisti sociali, di base, sindacali e indigeni. Immaginiamo in un contesto del genere che impatto genererebbe una invasione militare ed una guerra. E se a sconsigliare un intervento militare esterno non basta guardare le facce e gli inquietanti pedigree politici di coloro che lo sponsorizzano, sia dentro che fuori del Venezuela, si guardi anche alla attuale situazione di Irak o Libia, o Siria ed Ucraina, altri ”beneficiari” delle azioni filantropiche di USA ed alleati in nome della ”promozione della democrazia” nel mondo.

Ma vincolare in modo perentorio la opposizione al golpe ed alla invasione, al sostegno obbligato ed incondizionato al governo di Maduro, oltre che arrogante e miope, é anche poco efficace dal punto di vista della promozione di campagne politiche che raggiungano un minimo di soglia critica di partecipazione ed efficacia.

Occorre opporsi al golpe ed alla minaccia di aggressione o invasione, lasciando invece che sulle politiche del governo di Maduro, si sviluppi il più ampio e libero dibattito.

Uno dei motivi per il quale oltre 14 anni fa iniziai a occuparmi di Venezuela, derivava dalla sensazione che lì con l’esperimento bolivariano animato da Hugo Chavez, 10 anni dopo la caduta del muro di Berlino, si stesse mettendo in moto un nuovo tentativo di costruire una alternativa al capitalismo ed al liberismo, che fosse anche una alternativa umanamente, socialmente ed eticamente sostenibile, presentabile e desiderabile. Faccio davvero fatica a cogliere questo tratto di alternativa desiderabile e presentabile, nelle scelte politiche fatte dal governo di Maduro dalla fine del 2015 in poi. Che poi da queste parti non sia certo solo Maduro a giocare sporco, si veda Paraguay, Honduras, Brasile, ci chiarisce il contesto e la fase politica regionale ma non cambia la sostanza. Perlomeno quegli altri non proclamano che stan costruendo un socialismo di tipo nuovo.

Del resto se c’è un angolo di mondo dove il dibattito critico sul governo di Maduro si era molto sviluppato in questi anni, é proprio il Sudamerica, vedendo come protagoniste persone che pure avevano sostenuto l’esperimento chavista sin dagli esordi. Certo da queste parti per ovvie ragioni si ha una percezione rafforzata delle minacce di interferenze USA, individuate come pericolo prioritario, e quindi dall’avvio della nuova campagna golpista di Guaido’ e soci, così smaccatamente sponsorizzata da Trump e destra sudamericana, si tende a mettere un poco più in sordina le critiche a Maduro. Ma il risultato finale del meccanismo, persino qui invece di produrre attivazione e mobilitazione, produce una sorta di rimozione, a mio avviso segno di una difficoltà politica, presente anche quaggiù, nella definizione di una posizione.

Faccio un esempio concreto. Sarà pur vero che ora qui in Argentina, con inflazione al 50 %, povertà in aumento ed elezioni presidenziali a fine anno, sono un poco concentrati sulle loro vicende interne. Sarà anche vero che tutte le mobilitazioni convocate sinora, sia a favore di Guaido’, che a favore di Maduro, che quelle contro golpe ed invasione ma critiche verso Maduro promosse dalla sinistra Trotskista, non hanno mobilitato moltitudini oceaniche. Ma il dato che a me ha più colpito é un altro ancora.

Negli ultimi 2 anni ho trascorso parecchi mesi a Buenos Aires, ed ho partecipato a moltissime marce, cortei e concentramenti di ogni tipo. Non mi é mai praticamente capitato, nemmeno in queste ultime settimane convulse segnate dalla nuova escalation golpista, di vedere in piazza striscioni o cartelli in appoggio a Maduro, o se é avvenuto si é trattato di eventi quasi sporadici. In pratica, si colgono comprensibili remore nell’attaccarlo pubblicamente, ma anche nel difenderlo….Un bel dilemma.

Un dilemma che si può affrontare, tornando all’Italia, solo se tutte le realtà di movimento e di base che sinora non si sono pronunciate o attivate, prendono atto che una eventuale invasione o aggressione militare ai danni del Venezuela avrebbe effetti altamente disastrosi per l’intero subcontinente e per ognuno che abbia a cuore la lotta contro ingiustizia ed oppressione nel mondo. E che si può distinguere la lotta contro le minacce militari di Trump e sodali, lotta urgente e doverosa, dal dibattito sulle attuali politiche del governo madurista, che va alimentato dal confronto fra diverse posizioni e lasciato libero.

Chi invece di questa libertà ha paura, e ritiene di avere già risolto il dilemma coi proclami di appoggio a Maduro ”senza se e senza ma”, mi suscita il dubbio che lo faccia perché mentre con le mani inalbera la bandiera del ”Socialismo del siglo XXI” del compianto Hugo Chavez, sotto sotto col cuore e la mente non si é ancora troppo smarcato dal Socialismo Reale del Siglo XX, anni trenta sovietici inclusi.

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Angelo Zaccaria

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