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Villafrati, metafora del Meridione d’Italia

Villafrati, metafora del Meridione d’Italia
Maggio 09
08:05 2019


Dopo una lunga carriera a servizio della Repubblica francese (anche come vice-sindaco di Marsiglia e deputato socialista al Parlamento), Philippe San Marco ha voluto rispondere al desiderio – che era anche un bisogno dell’anima – di indagare in cerca delle radici del suo cognome italiano. Come racconta in L’eredità siciliana. Diario intimo di una ricerca genealogica (Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2013) egli scopre, così, di essere pronipote di Luigi San Marco, nato illegittimamente nel 1832 da qualche donna legata alla famiglia nobiliare dei San Marco Filangeri. Diventato adulto, Luigi sposa una donna palermitana originaria dei borghi marinari presso il cimitero dei Rotoli che partorisce ben sette figli. Purtroppo Luigi muore precocemente e la giovane vedova, poco più che trentenne, decide di lasciare per sempre una terra che non le avrebbe consentito alcun futuro dignitoso: si imbarca per Tunisi con l’intento di spostarsi a Marsiglia e da lì spiccare il volo per l’America. Per varie vicende l’emigrazione si ferma nella città francese dove uno dei sette figli pianterà stabilmente le fondamenta della casa diventando il nonno dell’autore di questa narrazione. Il quale, anche sollecitato da amici palermitani nel frattempo conosciuti, allarga la ricerca dalla genealogia familiare al contesto storico-sociale della probabile cittadina di provenienza: Villafrati. Esce così nel 2018, per i tipi di Diogene Multimedia di Bologna e grazie alla traduzione di Laura Verduci, Restituitela terra! I conti e i contadini senza terra. Colonizzazione feudale e lotta per la cittadinanza attiva (pp. 264, euro 18,00).

Il lungo racconto inizia da un affresco della Sicilia del XVII secolo e ha come data di inizio il 1596, anno in cui don Vincenzo Spuches acquista la baronia (includente una fattoria) denominata Villafrades. Già da allora è rintracciabile un sistema amministrativo che spiega, almeno in buona parte, l’origine della mafia: il barone affida a un solo locatario, il “gabellotto” la gestione esclusiva dei suoi possedimenti e questi “subaffitava la terra in piccoli lotti ai contadini del feudo che dovevano versargli fino a 5 volte la quantità di grano seminato. Nessuno poteva macinare del grano fuori dai mulini del barone. Nessuno poteva fare il pane fuori dai forni del barone. Nessuno poteva produrre pasta senza passare per le macchine del barone”. In queste condizioni feudali – che perdurano ufficialmente sino alla Costituzione liberale di stampo inglese del 1812 e, di fatto, sino alla riforma agraria del 1950 – “la povertà, addirittura l’estrema povertà rimaneva il comune denominatore dei coloni”.

Nell’impossibilità di restituire le centinaia di pagine della narrazione del professor San Marco mi limito a qualche flash che possa incuriosire il lettore e indurlo a passare dalla mia recensione stringata al testo originale.

Innanzitutto questo studio mostra in maniera eccellente la differenza (spesso poco percepita nell’immaginario collettivo) fra briganti e mafiosi. Anti-Stato è certamente il brigantaggio che si pone fuori e contro le istituzioni, ma sin dal Seicento i mafiosi(o gli antenati dei mafiosi, i premafiosi) aspirano a farsi Stato, a entrare nelle stanze dei bottoni. E ci riescono. Saranno, secondo i regimi, “amministratori”, “podestà”,“sindaci”; comunque comanderanno tirannicamente dal Palazzo e strumentalizzando la legalità a proprio uso e consumo. Nella storia di Villafrati, come dell’intera Sicilia,“di briganti ce ne sono, ma essi non sono parte dell’ordine sociale, mentre la mafia è nel cuore dell’ordine sociale, essenziale al suo mantenimento”.

Il caso di uno degli esponenti della dinastia in esame, Vincenzo Filangeri di Napoli, sposo di Caterina Cottone, che in venticinque anni prestò inizialmente giuramento al re di Spagna (1699) , poi a Vittorio Amedeo duca di Savoia (1712) , quindi all’imperatore d’Austria (1718), getta una luce amara su una caratteristica del costume siciliano (anche in considerazione del fatto che il figlio e successore di Vincenzo prestò nel 1738 un quarto giuramento a Carlo di Borbone, re di Napoli): la propensione a “sapersi adattare il prima possibile, e se possibile prima degli altri, al nuovo padrone, con l’angoscia costante di sbagliarsi, e alla fine avere come unico obiettivo la salvaguardia dei propri interessi personali”. Philippe San Marco si chiede: “Non siamo di fronte a ciò che caratterizza la mentalità siciliana del XXI secolo?”. Le adesioni plebiscitarie di elettori e politicanti siciliani a proposte programmati che provenienti dal Nord della Penisola – e per bocca di quegli stessi candidati che per decenni hanno sbeffeggiato razzisticamente le popolazioni meridionali – confermano la fondatezza della domanda retorica dell’autore. Ennio Flaiano lo diceva degli italiani in genere, ma pare che per i siciliani ciò valga in maniera ancor più marcata: “Sono sempre pronti a correre in aiuto del vincitore”.

Un’ultima sottolineatura, almeno, merita l’accenno al ruolo delle donne in occasione di varie battaglie, soprattutto al tempo dei Fasci siciliani per l’assegnazione delle terre ai contadini (ultimo decennio del XIX secolo). A conferma della tesi di quanti, come Andrea Cozzo, sostengono che le donne – in linea generale – sono più predisposte a praticare la nonviolenza autentica quale attuazione di “un modo di pensare amoroso e femminile” (Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa, pp. 83 – 90), si fa notare in questa monografia come alcune volte esse hanno scelto la prima fila negli scontri con le milizie armate proprio per disinnescare, o comunque ridurre al minimo, il rischio che i conflitti (inevitabili) degenerassero in scontri sanguinosi (evitabili).

Come ben chiude la sua dotta e appassionata Prefazione Giuseppe Oddo, questovolume costituisce “un altro prezioso regalo di Philippe a Villafrati e alla Sicilia, che vale la pena di leggere e far conoscere soprattutto alle nuove generazioni, cui è per legge di natura affidato il compito di curare e far germogliare le radici del futuro”. Qualcuno, come avviene di solito in casi simili, mostrerà risentimento sciovinista per le critiche dell’autore a tanti mali antichi e attuali della mentalità siciliana. Ma ciò sarà l’ennesima riprova di ignoranza e insipienza. Philippe San Marco rimprovera difetti effettivi e plateali nella convinzione, come sosteneva Wiesengrund Adorno, che chi ama l’uomo com’è odia l’uomo come dovrebbe essere. Invece di liquidare le sue critiche come se fossero la conferma del detto popolare che un francese in fondo è solo un italiano di cattivo umore, bisognerebbe darsi finalmente da fare affinché –grazie a profonde riforme intellettuali e etiche – le attuali, pertinenti, diagnosi diventino obsolete.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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