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CAFFE’ AMARO

CAFFE’ AMARO
Marzo 10
06:31 2019

Già circola sui social media la saggia proposta di dedicare una via o una piazza di Palermo a Pino Caruso che come artista – ma anche come ideatore e organizzatore di eventi artistici – seppe confortare i palermitani onesti e culturalmente sensibili dopo le orribili stragi mafiose del Novantadue.

L’occasione potrebbe essere propizia per una “purificazione” della toponomastica cittadina, caratterizzata da eccessi di omaggi e da silenzi imperdonabili. Faccio due esempi quasi a caso.

Gli storici di tutte le tendenze concordano nel giudizio sempre più pesante su Francesco Crispi che, non contento di tradire gli ideali repubblicani e socialisti che lo avevano sollecitato ad appoggiare l’operazione garibaldina, ha contribuito in maniera determinante – da ministro dell’Interno – a stilare quel patto di complicità fra Stato centrale e mafia siciliana aristocratica e alto-borghese che avrebbe condizionato dolorosamente la storia italiana sino ai nostri giorni. In coerenza  con questa strategia di lungo periodo, lo stesso Crispi alla fine del XIX secolo capeggiò la repressione armata dei “Fasci siciliani”, una delle più significative rivoluzioni europee dell’epoca, provocando nelle organizzazioni popolari e progressiste uno sconforto morale e politico che avrebbe pesato almeno sino alla fine della Seconda guerra mondiale. A questo personaggio ambiguo e trasformista sono dedicate sia una via importante che costeggia il porto di Palermo sia una piazza centrale (la stessa dove, tanto per restare in tema, i mafiosi distrussero in una notte Villa Deliella per poterci speculare immobiliarmente): non è troppo? Non basterebbe – se proprio non si può cancellare la memoria di questo ministro arrivista – o la piazza o la via?

In sostituzione si potrebbe rimediare a un’omissione a mio parere assai grave. Proprio negli stessi anni di Crispi venne mandato a Palermo, come prefetto, il piemontese Antonio Malusardi con il compito di debellare il brigantaggio. La mafia “alta” glielo concesse e, in meno di un anno, il funzionario poté  dichiarare, con legittimo orgoglio, che il brigantaggio era stato “spento in tutta la Sicilia e con la sua totale sconfitta la vittoria restò alla Legge, all’Autorità, alla Forza pubblica”. Ma appena egli, come farà qualche decennio dopo il prefetto Mori, passa a indagare “gli organizzatori dei reati” (“coloro, per dirla in una sola parola, che costituiscono la mafia”), Crispi scatena una campagna di stampa denigratoria contro l’integerrimo (forse talora disinvolto nei metodi come d’uso all’epoca) prefetto piemontese, raggiungendo l’obiettivo di delegittimarlo e di indurlo alle dimissioni. Come scrive Giuseppe Carlo Marino nella sua documentata Storia della mafia, “in Sicilia nessuno lo avrebbe rimpianto e sarebbe stato presto dimenticato. Del resto, nel compimento della sua missione nell’isola, era stato sottilmente gestito dalle stesse forze del sistema mafioso al quale avrebbe voluto infliggere un colpo decisivo. Se ne era accorto a tratti, tra sospetti e verifiche inquietanti e, alla fine, come si è visto, con un suo personale e irreparabile danno. Lo spazio d’azione che gli si era aperto con successo contro i briganti era stato, in concreto, lo stesso spazio che un ceto politico ormai entrato in simbiosi con gli interessi della mafia aveva deciso di consentirgli”.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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