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Meglio tardi che mai

Meglio tardi che mai
ottobre 30
08:04 2018

Giornali e telegiornali hanno dato grande risalto a quanto detto da papa Francesco a un gruppo di giovani francesi, ricevuti in udienza il 17 settembre, che lo avevano interpellato, tra gli altri temi, anche su amore e sessualità. E cosa ha detto il papa di così straordinario da meritare tanta risonanza?

Ecco la sua risposta: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. [… Gesù] dice: per questo l’uomo, e anche la donna, lascerà suo padre e sua madre e si uniranno e saranno… una sola persona?… una sola identità?… una sola fede di matrimonio?… Una sola carne: questa è la grandezza della sessualità. E si deve parlare della sessualità così. E si deve vivere la sessualità così, in questa dimensione: dell’amore tra uomo e donna per tutta la vita. È vero che le nostre debolezze, le nostre cadute spirituali, ci portano a usare la sessualità al di fuori di questa strada tanto bella, dell’amore tra l’uomo e la donna. Ma sono cadute, come tutti i peccati. La bugia, l’ira, la gola… Sono peccati: peccati capitali. Ma questa non è la sessualità dell’amore: è la sessualità “cosificata”, staccata dall’amore e usata per divertimento. È interessante come la sessualità sia il punto più bello della creazione, nel senso che l’uomo e la donna sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, e la sessualità è la più attaccata dalla mondanità, dallo spirito del male” (Bollettino Sala Stampa della Santa Sede, 18/9/2018). Tutto qui.

Ebbene, se si esaminano attentamente le parole del papa, si può dire che, nella sostanza, non ci sia nulla di nuovo rispetto alla catechesi pontificia degli ultimi decenni. Certo, fa piacere sentire che della sessualità si può parlare senza arrossire, perché non è un tabù, un argomento indecente su cui è meglio sorvolare. Anzi, il sesso è qualcosa di positivo, è un dono di Dio, e l’unione sessuale ha un particolare valore, perché proprio grazie ad essa l’uomo e la donna diventano ‘una sola carne: questa è la grandezza della sessualità’. Ovviamente, il papa non può non ricordare che il sesso ‘ha due scopi: amarsi e generare vita’: non deve perciò essere separato da un amore appassionato, che dura tutta la vita, ed essere aperto alla procreazione. Perciò, se la sessualità è ‘staccata dall’amore e usata per divertimento’, viene ‘cosificata’: ‘sono cadute, come tutti i peccati. La bugia, l’ira, la gola… Sono peccati: peccati capitali’.

Sicuramente si può restare colpiti da espressioni a dir poco inconsuete nel linguaggio ecclesiastico – il sesso è definito addirittura, forse con eccesso di entusiasmo fa neofita, ‘il punto più bello della creazione’ – e si può avere la sensazione che la sessualità ‘usata per divertimento’, ora accostata a una bugia o a uno scatto d’ira, anche se rimane un peccato capitale non meriti tuttavia il particolare rilievo e non abbia la specifica gravità che le attribuisce con linguaggio perentorio il Catechismo della Chiesa Cattolica: “l’atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale” (2390).

Tutto ciò non basterebbe, tuttavia, a spiegare l’interesse dei media per il discorso di Francesco se si dimenticasse che le parole degli ultimi pontefici su amore e sessualità, che possono sembrare ovvie ai più giovani, suscitano inevitabilmente, invece, lo stupore di coloro che, avendo una certa età, sono stati educati secondo i precetti della morale sessuale tradizionale.

Per secoli, infatti, dei recenti giudizi del papa sulla sessualità – ‘punto più bello della creazione’ ma anche obiettivo privilegiato di attacchi ‘dallo spirito del male’ – il pensiero cristiano ha conosciuto solo il secondo. Il sesso è stato considerato, in un mondo corrotto dal peccato originale, un pericolo per la salvezza dell’anima: qualcosa di vergognoso, che inchioda l’uomo ai piaceri terreni e lo allontana così dai beni celesti. Ecco, per esempio, cosa dice della sessualità Tommaso d’Aquino, la cui posizione è, per quanto possa sembrare incredibile, la più equilibrata tra quelle formulate dalla tradizione cristiana.

Il grande teologo medievale considera del tutto estraneo alla dimensione spirituale dell’uomo il desiderio sessuale, che sarebbe un semplice desiderio di contatto fisico, e perciò qualcosa di animalesco: la virtù che ha il compito di regolarlo, la temperanza, ha un particolare decoro «a causa dell’indecenza del vizio contrario, da cui allontana, per il fatto che modera piaceri comuni a noi e agli animali bruti» (Somma Teologica II-II, 141, 8 ad 1m), e parallelamente l’intemperanza è il vizio più «vergognoso» (II-II, 142, 4), perché ricerca piaceri che possono dirsi «sommamente servili», dato che in essi «meno risplende il lume della ragione» (ivi).

Tali piaceri possono perciò essere ammessi, quasi malvolentieri, solo in vista della procreazione e all’interno dell’istituto matrimoniale, che consente l’educazione della prole. Tutte le manifestazioni sessuali che esulano da tale contesto rientrano, perciò, nel vizio della lussuria, la cui espressione peggiore è il peccato contro natura, quello cioè che impedisce il raggiungimento dello scopo procreativo (cfr. II-II, 154, 12). Esso implica un disordine più radicale di peccati come l’incesto o l’adulterio, che compromettono solo la possibilità di creare le condizioni più adatte all’educazione della prole, ed è più grave di questi non solo nel caso dell’omosessualità ma anche – udite, udite! – in quello della masturbazione (cfr. II-II, 154, 11).

Evidentemente anche carezze e baci, che possono essere il preludio delle più svariate forme di lussuria, sono da considerare, al di fuori del matrimonio, peccati mortali (cfr. II-II, 154, 4). Ma neanche all’interno del matrimonio e in vista della procreazione la vita sessuale è esente da ogni sospetto perché, a causa del peccato originale, «la concupiscenza e il piacere venerei non soggiacciono al comando e al governo della ragione» (II-II, 153, 2 ad 2m). Un piacere che non si può padroneggiare appare dunque a Tommaso intrinsecamente disordinato: inevitabilmente l’uomo «durante il coito diventa una bestia, perché non può moderare con la ragione il piacere del coito e il fervore della concupiscenza» (I, 98, 2 ad 3m), sicché si può parlare della «sconcezza della concupiscenza, quale si trova nel coito nello stato attuale» (I, 98, 2).

Anche nel matrimonio, dunque, la sensualità è frequentemente occasione di peccati almeno veniali: infatti, «c’è peccato veniale quando qualcuno si accosta alla moglie mosso da desiderio sensuale, sebbene non ecceda i limiti del matrimonio; quindi è chiaro che è peccato veniale nell’uomo sposato lo stesso moto del desiderio sensuale preveniente il giudizio della ragione» (De Ventate, 25, 5 ad 7m). Il desiderio sessuale, insomma, anche se non è un peccato, gli si avvicina tanto, in questo mondo che porta le conseguenze del peccato originale, da implicare anche negli uomini più santi un certo disordine: per questo l’Aquinate condivide l’opinione di Agostino, secondo la quale «nel matrimonio di Maria e di Giuseppe mancò soltanto l’atto coniugale, perché non avrebbe potuto compiersi senza una certa concupiscenza carnale derivante dal peccato» (III, 28, 1).

Ci sono, è vero, valori – la procreazione e l’educazione dei figli, la fedeltà sessuale e il valore sacramentale (Supplemento 49, 2) – che «scusano il matrimonio e gli danno dignità» (ivi 49, 1). Ma l’indecenza del coito non si cancella, per cui sarebbe auspicabile che anche gli sposi imparassero a resistere al desiderio sessuale, e infatti Paolo invita i coniugi a vivere come se non fossero sposati (cfrI Corinti 7, 29): a vivere cioè, spiega Tommaso, «dedicandosi al servizio di Dio, non all’opera della carne, esigendo cioè il debito» (Super primam epistolam ad Corinthios). L’ideale resta quindi per tutti gli uomini la liberazione da una cosa così sconcia come la sessualità. Ma, ammessa tale poco realistica ipotesi, non verrebbe frustrato il fine proprio del matrimonio, cioè la procreazione? Tommaso pensa di no, perché il suo fine ultimo, più che la generazione della prole, è «il compimento del numero degli eletti, che prima sarebbe completato se tutti fossero continenti» (ivi).

Dopo questo breve promemoria, da una parte si può capire come mai le recenti affermazioni di Francesco – che di per sé contengono solo delle ovvietà – suscitino tanto clamore e appaiano così rivoluzionarie, e dall’altra ci si può rallegrare del fatto che, liberando i fedeli da una lunga e ossessiva insistenza sui peccati della carne, anche un papa esalti finalmente la bellezza della sessualità,: non è mai troppo tardi!

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Elio Rindone

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