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Nel “paradiso” castelbuonese Da casina a… castelli di pace

Nel “paradiso” castelbuonese  Da casina a… castelli di pace
Agosto 18
07:17 2018

Proprio quando chiudi gli occhi per sempre dovresti tenerli aperti… per vedere di cosa è capace il trasformismo umano.

La mia esistenza tra i conterranei non fu tra le più gioiose e quel sano mondo di contrada S. Ippolito riuscì a farmi cambiare idea. Nemmeno la mia “croce” mi capiva. La mia vita fu quella che fu e, a sessanta anni, la lanciai dal nono piano di viale Croce Rossa, a Palermo.

 A Castelbuono si diede attenzione alla mia opera dopo il tragico evento. l’Obiettivo organizzò, insieme all’Università di Palermo, un seminario di studio sui miei scritti. Poi mi si intitolò anche una via.

 Nella casina di S. Ippolito trascorrevo le estati. Le visite degli amici e le lunghe chiacchierate all’aperto, sotto il glicine, mi facevano stare bene, erano quelli i momenti di pace e di ristoro della mia anima inquieta.

Recentemente, l’anziana signora Di Pace, mia erede, ha donato la casina al Comune di Castelbuono, liberando si dal peso delle tasse, dei costi delle utenze e della necessaria manutenzione che lei avrebbe dovuto sostenere. Subito dopo, la signora ha promosso e costituito con i suoi amici un’Associazione finalizzata all’utilizzazione dell’immobile come sede di attività culturali. Il nuovo organismo fece subito richiesta di avere in uso quello stesso edificio prima posseduto dalla sua presidente onoraria Loredana Di Pace.

Di recente, l’Associazione ha organizzato al Municipio la prima manifestazione-passerella in mia memoria, con l’assistenza finanziaria del Comune, grazie al quale la stessa signora Di Pace si è liberata dell’immobile ma senza lasciarlo del tutto. Inoltre, la lungimirante donna palermitana ha provveduto a immortalare, insieme al mio, il proprio cognome nella intitolazione dell’organismo associativo che si chiama, per l’appunto, “Castelli-Di Pace”. Ora sarà più facile ricordare a chi non lo sapesse che la signora è stata mia moglie.

Troppe vetrine per persone come me. Il 13 agosto scorso, un appuntamento musicale a S. Ippolito ha coronato il sogno di “Liana”, quello di aprire alla pubblicità il cancello della casina Castelli. E così l’antica tranquillità misurata del luogo che mi vedeva passeggiare e sedere da un ponticello all’altro a contemplare la campagna di Castelbuono, quel giorno è stata sostituita dall’assedio di automobili che hanno intralciato seriamente la circolazione stradale. Vigili urbani assenti in un Comune distratto che sa distrarre.

Intanto, ai piedi della casina, si è violato un angolo di riservata poetica delicatezza, si è fatta musica e festa ed è accorsa tanta gente ignara delle contraddizioni meno apparenti. Un congruo finanziamento pubblico, prima o poi, sosterrà la manutenzione dell’edificio. Tasse e lavori li pagherà Pantalone, grazie a quel circuito di potere dei clamori e degli sprechi che ho sempre abiurato, da cui sono sempre stato distante, rivoltandomi in vita e ora anche nella tomba.

Scusatemi, concittadini castelbuonesi, se ho dovuto farmi risentire disturbando i vostri “castelli di… pace”, sede di cultura e di quiete (artificiali).

                                                                                                                                                                                                                                 Il fantasma di Antonio Castelli

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