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La debolezza di un’antimafia dalla memoria corta

La debolezza di un’antimafia dalla memoria corta
giugno 16
08:58 2018

Quando, negli anni Settanta del secolo scorso, un giovane uomo si presentò spontaneamente alla magistratura palermitana (nessuno lo aveva inquisito né accusato) per raccontare di essere membro di una cosca mafiosa, di aver compiuto vari delitti e di come i mafiosi fossero in stretti rapporti di complicità con politici, burocrati, professionisti…le sue rivelazioni sembrarono così inverosimili da non essere recepite come veridiche. Il pentito – uno dei pochi collaboratori di giustizia davvero “pentiti” nella storia della mafia – fu condannato per i reati di cui si accusava, ma inviato a scontare la pena al manicomio criminale di Pozzo di Gotto (in provincia di Messina). Una volta ritornato a casa la mafia, Leonardo Vitale fu assassinato dalla mafia che, in tal modo, confermava la fondatezza della sua testimonianza. Così si dovettero aspettare ancora alcuni anni prima che Tommaso Buscetta raccontasse a Giovanni Falcone la struttura organizzativa e il modus operandi di Cosa nostra. Ma le notizie di Buscetta sono state davvero così inedite come si disse e si ripete da decenni? O l’azione giudiziaria sarebbe stata meno incerta, e più efficace, se la collettività non accusasse un preoccupante deficit di memoria storica anche in questo ambito di vicende?
Infatti già nell’ultimo scorcio dell’Ottocento una serie di studiosi e di operatori giudiziari – sui quali spicca per ricchezza di dati, acutezza di analisi, costanza di impegno il questore Ermanno Sangiorgi – avevano offerto un quadro complessivamente articolato e convincente della “criminosa associazione”: ma questa elaborazione si è dispersa nell’oblio e – tranne rare eccezioni – le generazioni successive di osservatori della mafia e di protagonisti dell’antimafia non ne hanno fruito. Perché ciò non accada anche nel presente e nel futuro, Umberto Santino – affiancandosi ad attenti esponenti della ricerca storiografica contemporanea, come Francesco Renda e Salvatore Lupo – ha sintetizzato in un poderoso volume (La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico, Melampo, Milano 2017, pp. 643, euro 20,00) tutto l’essenziale che bisogna sapere, e custodire in memoria, sulle origini del fenomeno mafioso siciliano dal 1861 ai processi del 1903-4 intentati nella (vana) ricerca di mandanti e esecutori del delitto Notarbartolo.
In quel periodo storico prendono forma sia le descrizioni scientifiche della mafia (una “compagine di malviventi” – secondo le parole incisive del questore Sangiorgi –“organizzati in sezioni, divisi in gruppi”, capeggiati ciascuno da un “capo-rione”, coordinati da “un capo supremo”: malviventi che “stanno sotto la salvaguardia di Senatori, Deputati ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono, per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi”) sia le letture più o meno intenzionalmente mistificanti e depistanti alla Giuseppe Pitré, secondo cui “la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino [ma] semplicemente un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso; nel qual senso l’esser mafioso è necessario, anzi indispensabile”.
Le notizie, le opinioni, le controversie riprese nell’istruttivo volume di Santino costituiscono una miniera di spunti per quanti volessero approfondire tematiche specifiche e personaggi poco noti: per limitarmi a un esempio che mi ha colpito particolarmente, la bettoliera di via Sampolo Giuseppa Di Sano cui i mafiosi uccidono nel 1897 la giovane figlia Emanuela. La signora, per altro “seriamente ferita” ella stessa, invece di chiudersi in un atterrito silenzio, “collabora attivamente con la giustizia. Il suo negozio è disertato dagli avventori, ma lei non si arrende”. Confortata dai pochi clienti che “non sentono l’influenza della mafia”, depone al processo e ottiene la condanna a 30 anni di uno degli assassini della figlia. Né la fermano ulteriori minacce di morte da parte dei complici del condannato. Il suo esempio non rimane isolato: le due casalinghe Agata Mazzola e Margherita Lo Verde, rimaste entrambe vedove per ritorsioni interne alla cosca mafiosa cui appartenevano i rispettivi mariti, non esitano a presentarsi in questura e a fare i nomi dei probabili assassini.
Con la storia della mafia, insomma, comincia la storia dell’antimafia: e Santino riporta con abbondanti citazioni le ricette via via elaborate e divulgate dagli esperti, purtroppo rimaste quasi sempre inapplicate. Molte di esse conservano intatta la loro attualità e, collegate reciprocamente, restituiscono i tratti essenziali di una strategia complessa come complesso è il fenomeno che si intende contrastare: una strategia che sia legislativa e giudiziaria, ma anche culturale e pedagogica, capace di incidere nella trasformazione delle istituzioni politico-amministrative come delle pratiche sociali ed economiche quotidiane. Per dirla con Napoleone Colajanni (1896), “il regno della Mafia in Sicilia non cesserà se non il giorno in cui con una vera instauratio ab imis i siciliani acquisteranno la libertà vera, il diritto e i mezzi per punire i prepotenti, di mettere alla gogna i ladri ed assicurare a tutti la giustizia giusta”.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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