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Elezioni comunali: sale la Lega, resiste il Pd, tracolla il M5s

Elezioni comunali: sale la Lega, resiste il Pd, tracolla il M5s
giugno 13
07:02 2018

Con le elezioni comunali di domenica scorsa si è conclusa la tornata di elezioni post 4 marzo confermando e sottolineando le tendenze emerse già in Friuli, Molise e Val d’Aosta: il centro destra avanza e si compatta intorno alla Lega, il Pd si ridimensiona ulteriormente perdendo molte amministrazioni comunali, ma rallenta la caduta, unico ad andare decisamente male è il M5s.

Dei partiti minori (Leu e Fdi) e delle tendenze di dettaglio (ad es i travasi da Fi alla Lega o dal M5s all’astensione o alla Lega) non possiamo dire sono troppo frammentati ed occorrerebbe fare una infinità di calcoli per ricavare indicazioni di insieme, inoltre la presenza di molte liste civiche rende meno leggibili i dati. Per cui quello di cui si può parlare sono le tendenze dei principali partiti che, peraltro, sono abbastanza costanti rispetto alle regionali di un mese e mezzo fa. Entriamo nel merito:

a- l’avanzata del centro destra era già evidente in Molise e confermata in Friuli, ma non aveva aspetti travolgenti: una avanzata contenuta dove, semmai, prevaleva la redistribuzione interna dei suffragi; nel voto delle comunali la tendenza all’aumento dei voti del centro destra sembra più consistente e lascia ipotizzare flussi non trascurabili sia dal Pd che, ancor più, dal M5s. Difficile dire di che entità, ma l’idea che il blocco di centro destra stia tranquillamente varcando la soglia del 40% che potrebbe determinare la vittoria in molto collegi uninominali in più rispetto al 4 marzo. I risultati di Ancora, Terni e di diversi centri pugliesi e siciliani che avevano assegnato i rispettivi seggi uninominali al M5s, stando ai risultati odierni, potrebbero passare al centro destra: ancora non possiamo quantificare quanti potrebbero essere i collegi a rischio, ma la tendenza sembra questa.

b- La Lega si giova dell’effetto combinato fra la tendenza ad aumentare, propria del partiti che hanno vinto elezioni politiche nei sei mesi precedenti, e quella simmetrica a perdere di Forza Italia. Ma probabilmente è il prodotto anche del successo di immagine di Salvini nella gestione del dopo voto. Per quanto la contrattazione per il nuovo governo sia stata troppo lunga e logorante, Salvini ne è uscito come quello insieme più ragionevole ma anche più deciso. Il distacco da Forza Italia non gli è costato, anzi gli ha giovato, e, nonostante sia il socio di minoranza della coalizione –con il suo 17% di voti- appare come il “socio forte” della coalizione, e sta cavalcando con successo l’isteria anti immigrati che probabilmente spiega un possibile flusso di voti dal M5s.

c- Le due cose insieme (la tendenza a crescere del centro destra nel suo complesso ed il rafforzamento della Lega in esso) hanno l’effetto di rilanciare la coalizione e rendere meno stabile l’attuale coalizione di governo. Se i sondaggi dovessero confermarlo, Salvini potrebbe avere la forte tentazione di tornare alle elezioni mettendosi a capo di una rinnovata coalizione di centro destra: perché mai governare a mezzadria con il M5s, con un Presidente del Consiglio che pende da quella parte, quando potrebbe fare il Presidente del Consiglio di un governo di centro destra? Anche se non dovessse subire questa attrazione fatale a tornare con i suoi vecchi partner prima della primavera del 2019, potrebbero essere le elezioni europee a dare la spinta definitiva.

d- Simmetricamente è il M5s ad uscire perdente dal confronto. Sappiamo che il M5s alle amministrative va male rispetto alle politiche e che, nonostante il successo del 4 marzo, non è riuscito ad eliminare questa fragilità, ma questi risultati vanno al di là di tale debolezza endemica. Ad esempio a Brescia il M5s arretra anche rispetto alle comunali precedenti e si attesta al 5%. In diversi centri perde sino al 75-80% del suo elettorato del 4 marzo (e in Friuli aveva più che dimezzato i suoi voti). Gravissima poi è la sconfitta romana, dove nei due municipi in cui si è votato ha perso sensibilmente rispetto alle comunali di due anni fa ed anche rispetto al 4 marzo che pure segnava già un regresso. Dunque non si tratta solo della solita fisarmonica politiche-amministrative, c’è un dissenso politico specifico da capire in base alle vie di fuga prese dall’elettorato, che possono essere state tre: verso l’astensione, verso la Lega, verso le civiche, mentre appaiono poco rilevanti quelle verso il Pd e decisamente improbabili travasi verso Fi, Fdi o Leu. Le analisi elettorali ci diranno in che misura si sono distribuiti, l’impressione momentanea è che il flusso maggiore sia andato all’astensione e costituisca il contributo maggiore a quel -6% rispetto alle comunali precedenti.

e- Il M5s ha avuto un successo al di là delle previsioni dei sondaggi il 4 marzo, mentre oggi registra risultati molto al di sotto di esse. In parte questo è dovuto al meccanismo particolare dei sondaggi di cui abbiamo detto in altra occasione, ma potrebbe esserci un’altra spiegazione: il 4 marzo il Pd e Fi erano ancora in ballo come forze competitive e c’era il timore di una loro alleanza se nessuno avesse avuto la maggioranza assoluta e questo ha spinto molti elettori a votare per i due partiti “antisistema” in funzione di sbarramento. Poi la somma dei voti di Fi e Pd è andata poco oltre il 30% ed il “piano B” della “grosse coalition” è sfumato, per cui l’elettorato “contro” è stato meno motivato ad andare a votare. Pd e Fi non fanno più paura a nessuno, ma, mentre la Lega ha potuto cannibalizzare Fi, il M5s non ha attinto dal Pd: l’accordo con la Lega ha fermato questo possibile flusso. Inoltre, il M5s ha una quota maggiore di “elettori contro” rispetto a quelli di adesione (quel che i suoi dirigenti non hanno mai capito) per cui ha sofferto di più del riflusso di questi elettori.

f- In secondo luogo, occorre considerare che Di Maio ha gestito molto male la fase post voto, facendo l’errore di personalizzare troppo la questione della Presidenza del Consiglio, il che può non piacere ad un elettorato “moralista” come quello grillino. Ci sono stati errori madornali : come zompettare dalla Lega al Pd (la politica dei due forni poteva farla un peso massimo come Andreotti, non un perso piuma come Di Maio) per non dire della ridicola richiesta di messa in stato d’accusa di Mattarella, salvo tornare tre giorni dopo a dirsi pronti a collaborare con lui. Ma, soprattutto, il personaggio non è apparso pari al ruolo: Di Maio è stato un buon vice presidente della Camera ed avrebbe potuto essere un ottimo Presidente, ma fare il leader nazionale con aspirazioni a capeggiare il governo è un’altra cosa e richiede altre spalle.

g- Accanto a questo occorre considerare che l’alleanza con la Lega ha deluso e respinto una quota di elettorato di sinistra del Movimento (ed era facile prevederlo).

h- Infine la scelta di Conte: affiancare una figura debole come Di Maio con un’altra figura debole (Conte) è stato un errore rovinoso: la somma di due figure deboli non ne fa una forte, ma una debolissima che l’elettorato ha messo sul solo conto del M5s. e’ poi facile ipotizzare che questo risultato indebolirà Di Maio nel movimento: per ora a parlar chiaro sono solo tre o quattro persone, mentre gli altri non sono neppure alla mormorazione, ma al semplice bofonchiamento, ma le cose possono cambiare man mano che i segnali dell’indebolimento dovessero rendersi più evidenti.

i- Morale: o i 5 stelle si danno una mossa per contrappesare il protagonismo di Salvini o alle europee sarà un bagno di sangue.

j- Infine il Pd: decadenza lenta più che altro per assenza di alternative, ma nessun segno di ripresa e graduale scomparsa anche dal potere locale. Direi che la strada è segnata.

Sull'Autore

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

Ricercatore in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Milano

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