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Il delicato compito del giornalista Montante fa rima con Morgante?

Il delicato compito del giornalista  Montante fa rima con Morgante?
giugno 10
06:28 2018

Una ventina di anni fa, fui richiamato all’ordine dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia per avere scritto che la categoria è indifendibile, fatte salve le doverose eccezioni. Fui convocato dal Consiglio regionale per l’eventuale radiazione. Interrogato, dopo aver dato le mie spiegazioni, risposi all’allora presidente Natale Conti: “Radiatemi, andrò a scrivere sui muri!”. Il Consiglio dell’Ordine mi “perdonò”.

Oggi, nel caso Montante, vengono messi in discussione decine di giornalisti che per lavorare avevano l’abitudine di sedersi a tavola, ma non solo, per concertare, con personaggi politici istituzionali, la divulgazione o meno di certe questioni. Ci ritroviamo, oggi, dinanzi ad uno scandalo di immani dimensioni che coinvolge anche autorevolissime firme del panorama editoriale regionale e nazionale. “I nuovi Vespri siciliani” qualcuno definisce quanto sta accadendo. Alla ribalta un fenomeno che sprofonda nel sistema di potere, un sistema peraltro sbandierato come antimafioso.

Tra i giornalisti coinvolti, si trovano nella lista dei compagni di tavola del presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, i nomi del direttore dei Tg regionali RAI, Vincenzo Morgante, l’editorialista Felice Cavallaro del Corriere della Sera, Giuseppe Sottile del quotidiano Il Foglio, Lirio Abbate, vicedirettore del settimanale L’Espresso, e molti altri. Quest’ultimo, secondo gli appunti ritrovati a Montante, gli si è seduto accanto a tavola una ventina di volte.

Oggi ritorna prepotentemente legittimo l’interrogativo sull’inquinamento della magistratura, della politica e della stampa, tutte istituzioni che dovrebbero curare il loro servizio a tutela dei cittadini. Se è stato così lo sapremo, prima o poi, quando si concluderà la corposa inchiesta che tende a far luce sui poteri forti del sistema.

Il giorno 8 giugno, nella sala rossa di Palazzo dei Normanni, a Palermo, in occasione del corso formativo dell’OdG, si è svolto l’incontro sul tema La cronaca parlamentare in Sicilia. È intervenuto il decano Giovanni Ciancimino, presidente dei cronisti parlamentari dell’Isola, che ha spiegato alcuni segreti del suo lavoro. Gli ho chiesto se si fosse mai seduto a pranzo con un deputato. Ha risposto categoricamente di no, aggiungendo che sarebbe stata la fine della sua dignità professionale e un colpo all’indipendenza dell’informazione.

È difficile dire quanti sono stati come lui. Quel giorno, tra i relatori, c’era anche Mario Nanni, membro dell’Associazione nazionale Stampa parlamentare di Roma, che ha offerto uno spaccato della politica e del giornalismo italiani attraverso il racconto di aneddoti del “transatlantico” di Montecitorio, la sede della Camera dei Deputati. Sia Ciancimino che Nanni, dall’alto della loro esperienza, hanno ammesso che, se non si sta attenti, ci stanno poco i politici a mettere nel sacco i giornalisti sprovveduti, menandoli per il naso, propinando solo ciò che gli interessa. Ma quando il giornalista è debole, la corruzione, e quindi la cattiva informazione, sono roba quotidiana.

Oggi, sono costretto, non senza il dovuto distacco, ad ammettere la precarietà del nostro lavoro e le difficoltà nel rimanere integri. In tali condizioni prolifera l’accozzaglia di canaglie con la penna in mano. E la mafia se la ride. Anzi, pirandellianamente, si veste pure di antimafia, a giudicare da quanto sta venendo fuori dallo scandalo Montante e Catanzaro, gli ultimi due presidenti di Confindustria siciliana.

Ho incontrato a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, l’ex sindaco Salvatore Petrotto, giornalista e docente di Lettere, ‘silurato’ perché, negli anni in cui il ‘sistema antimafioso’ era in piedi, mise in discussione e denunciò, da primo cittadino del suo paese, la gestione discutibile dei rifiuti e dell’acqua. Ha subìto gravi ritorsioni dal potere di allora fino allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Consiglio comunale che lo ha visto sindaco alcuni di anni addietro. Le autorità che hanno celebrato quell’evento all’insegna dell’antimafia oggi sono in gran parte inquisite. Tra esse anche giornalisti, prefetti, magistrati.

Lo scrittore e giornalista di Racalmuto, appunto Sciascia, raccontò, nella sua letteratura, l’atmosfera mafiosa siciliana, ma non andò mai in una caserma dell’Arma o in Procura a denunciare un mafioso. Lo ha affermato lo stesso Salvatore Petrotto che lo frequentò. Idem per un altro giornalista e scrittore contemporaneo, agrigentino di Porto Empedocle, Andrea Camilleri, che ha scimmiottato la lingua siciliana con i suoi numerosi libri sul commissario Montalbano. Anche in questo caso la mafia ringrazia. Il professore Petrotto, anche lui letterato e docente, sta scrivendo il suo libro, ma per aver denunciato il malaffare mafioso in Procura ad Agrigento ora sta subendo il relativo pesante rischio. Col paradosso che gli viene difficile spiegare alla moglie e ai suoi tre figli come è possibile che sia stato raggiunto da decine e decine di querele per diffamazione dopo aver denunciato gli intrallazzi di questa regione. Subendo intimidazioni e delegittimazione, rischiando la vita.

 

 

Sull'Autore

Ignazio Maiorana

Ignazio Maiorana

Direttore responsabile presso l'Obiettivo, Quindicinale siciliano del libero pensiero

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