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L’agricoltura che verrà? No alla rendita, si allo sviluppo

L’agricoltura che verrà? No alla rendita, si allo sviluppo
maggio 16
07:39 2018

 

Ho già in altre occasioni evidenziato come l’attuale sistema agricolo europeo e nazionale sia un modello che costa eccessivamente in termini di burocrazia ordinaria, tecno burocrazia, apparati nazionali e regionali. Certamente un sistema che eroga così tante risorse non può essere privo di strumenti di verifica e controllo, di procedure certe e verificabili, ma spesso si ha la sensazione che il costo di tali infrastrutture, di questi sistemi amministrativi siano, analizzando il rapporto tra costi e benefici, decisamente in deficit.

Se poi valutassimo le performance di spesa, cioè la capacità di erogare gli aiuti richiesti avremo veramente una brutta sorpresa. Stiamo per il Primo Pilatro (aiuti diretti) normalmente ad una % del 95-96%, con una esclusione per varie motivazioni di un 3-4% di aziende/anno, su un totale di 650.000 considerando solo le regioni AGEA e ARCEA (Calabria). Ciò significa che ogni anno 30-40.000 aziende restano fuori dagli aiuti diretti. Anche nei PSR la situazione è preoccupante, forse anche di più.

Qualche esempio: sul biologico, misura 11 la Regione Sicilia apre nel 2015 il bando, l’importo richiesto è di 50 milioni di euro circa, con una adesione massiccia con circa 5.200 domande. L’importo pagato  ad oggi, risulta essere poco meno del 50% . Delle domande presentate sono state ammesse meno della metà, circa 2.600. Di queste pagate circa 1.100. I numeri parlano da soli.

I motivi sono complicati per sintetizzarli: un misto di inefficienze e sottovalutazioni della Regione e di AGEA, un sistema che è apparso non coordinato, fuori assetto e quindi non utile per l’agricoltura. Nei due anni successivi la situazione migliora ma non si risolve per una buona fetta di agricoltori.

Quello indicato è un esempio che potrebbe essere applicato a quasi tutte le Regioni e che a noi serve solo per sostenere l’idea che le cose non possono che cambiare profondamente. Ma attenti, per cambiare bisogna definire regole, uscire da una cultura del “dirittismo” attraverso cui si pensa che un aiuto spetti di diritto al cittadino senza se e senza ma. In  realtà non può essere così, gli aiuti al settore agricolo sono risorse che lo Stato destina (e quando diciamo Stato, dovremmo dire noi destiniamo) a chi lavora in agricoltura su superfici produttive, non può essere un supporto alla rendita, deve garantire lo sviluppo del settore, la modernizzazione, l’innovazione e spesso sostenere le giovani imprese.

Cambiare un modello amministrativo di un Paese significa avviare un cambiamento culturale del Paese stesso, cambiare una impostazione europea significa creare una nuova coltura più in equilibrio tra un mentalità tedesco centrica e una mediterranea centrica. Due mondi, che possono collaborare, dialogare, commercializzare ma che difficilmente potranno in tempi brevi essere un soggetto in perfetto equilibrio.

Allora cosa fare? Stanno cambiando gli equilibri politici di questo Paese, si parla di una democrazia 4.0, si parla di rivedere i rapporti con Bruxelles in campo agricolo, ma dobbiamo prepararci a questo, dobbiamo creare una mentalità di sistema Paese che oggi non c’è.

Dobbiamo trasformare il “dirittismo a prescindere” con un  ”dirittismo consapevole e critico”, cioè ridefinire l’agire sociale ed economico che in agricoltura significa non coltivare la logica assistenzialista, significa stimolare l’imprenditorialità attenta ai mercati, ma consapevole del valore della terra e dell’ambiente. Non trasformare i nostri agricoltori in soggetti economici “dipendenti” dagli aiuti comunitari. Un’azienda agricola è un’impresa, è un complesso sistema che interagisce con il territorio e con il mercato.  

Sull'Autore

Simone De Rossi

Simone De Rossi

Agronomo

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