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“Filiera Italia” non è la panacea Si continuano ad illudere gli agricoltori prima con l’etichetta obbligatoria poi con pseudo contratti di filiera, senza risolvere i problemi strutturali del settore

“Filiera Italia” non è la panacea Si continuano ad illudere gli agricoltori prima con l’etichetta obbligatoria poi con pseudo contratti di filiera, senza risolvere i problemi strutturali del settore
maggio 11
09:10 2018

La crescita competitiva del sistema agroalimentare italiano è stata storicamente
condizionata, in negativo, dalla scarsa concentrazione dell’offerta produttiva e dal
disequilibrio dei rapporti di filiera. Sono ostacoli insormontabili in modo evidente per le
imprese meno strutturate, ovvero quelle collocate in una posizione negoziale più debole
lungo la catena del valore. Una situazione insostenibile che si traduce in ridotte capacità
d’investimenti, costi ingiustificati e profitti inferiori alle attese.
Partendo da questa breve premessa, voglio affidare a queste poche righe alcune mie
riflessioni e condividerle , nella speranza di aprire un proficuo dibattito attorno a
recenti iniziative che, sbandierate in pompa magna come la panacea di tutti i mali,
nascondono, invece, al loro interno preoccupanti inganni nei confronti degli agricoltori.
Il riferimento è a “Filiera Italia” che, come leggo sul web, si candiderebbe a
rappresentare un “grande progetto che per la prima volta vede agricoltura e industria
alimentare italiana d’eccellenza insieme per difendere, sostenere e valorizzare il Made in
Italy”. La realtà dei fatti è di tutt’altro ordine. Ad essere sacrificati sull’altare del populismo
sono gli agricoltori. In particolare quelli rappresentati dalla Coldiretti capofila della cordata e
che, pur non avendo alcun titolo per stipulare contratti di fornitura, si arroga un diritto che
non le spetta. Non è difficile intuire che si tratti di una manovra squisitamente mediatica
realizzata, ancora una volta, sulla pelle delle imprese agricole. A trarne beneficio, un gruppo
ristretto di imprenditori “amici” appartenenti alla sfera agroindustriale.
Un’operazione dai contorni opachi che sembra riportarci ad un passato, che
speravamo ormai dimenticato, dove gli agricoltori erano costretti a dividere i loro profitti con
i più forti e i rapporti contrattuali erano caratterizzati da forme di sudditanza negoziale e di
dipendenza personale a sfavore dei più deboli. Cia-Agricoltori italiani ha sempre posto al
centro della sua visione strategica le politiche di filiera. Sono i modelli scelti e le soluzioni
individuate ad essere, fortunatamente aggiungo, diametralmente opposti a quelli
riconducibili a “Filiera Italia”.
Noi puntiamo su una progettazione di filiera condivisa, senza posizioni
dominanti e di subalternità. Vogliamo affermare una filiera alla pari con l’agricoltura
centrale e strategica, così come lo devono essere l’agroindustria, la
commercializzazione e i consumatori.
Questo significa in primo luogo rafforzare le strategie che mirano all’aggregazione e
allo sviluppo dell’economia contrattuale. Il modello di contrattazione su cui puntiamo è quello
che fa riferimento alla cooperazione, alle OP “vere”, partecipate e controllate dagli agricoltori
e operative nei mercati.
Scendendo più a valle, nell’ambito dell’innovazione organizzativa siamo impegnati per
l’eliminazione delle pratiche commerciali sleali lungo la filiera e per favorire una regolazione autogestita mediante organismi interprofessionali efficaci. Organizzazioni che, in piena
sintonia con le regole comunitarie, devono essere uniche, nazionali, costituite dalle
rappresentanze delle attività economiche, dalla produzione agricola ai consumatori, con un
forte protagonismo delle imprese.
È questa la nostra visione, animata da un unico scopo: la valorizzazione sui
mercati del Made in Italy agroalimentare da attuarsi mediante uno schema
complessivo.
In tale ottica, fatta eccezione per i prodotti ad Indicazione Geografica, l’approccio ai sistemi
di etichettatura della materia prima agricola dovrebbe essere facoltativo e flessibile.
Siamo convinti, infatti, che se gli agricoltori potessero liberamente scegliere se
dotarsi o meno di un sistema di etichettatura, sceglierebbero l’indicazione su base
volontaria, che diventerebbe così un elemento negoziale vincente all’interno dei
rapporti di filiera.
Al contrario, un obbligo calato dall’alto, finirebbe per essere un’arma spuntata in
mano alle imprese agricole, generando confusione tra i consumatori che, dopo tanti anni e
difficoltà, iniziano ad orientare le loro scelte verso prodotti di qualità riconducibili a quei
sistemi di etichettatura europei.
L’aggregazione non è un bene in sé, lo diventa se permette di raggiungere potenzialità
economiche efficaci nelle strategie di mercato.

Sull'Autore

Dino Scanavino

Dino Scanavino

Inprenditore agricolo e presidente CIA-Agricoltori italiani

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