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Guardiamo avanti Puntiamo a un partito di dimensioni europee

Guardiamo avanti Puntiamo a un partito di dimensioni europee
Marzo 12
07:40 2018

Quello che è accaduto in Italia il 4 marzo accadrà anche in altri grandi paesi europei se prima delle elezioni dell’Europarlamento (2019) non sarà proposto un chiaro e articolato progetto di Europa politica (inevitabilmente a due velocità o con una forma di cooperazione rafforzata tra i paesi dell’Eurozona). La crisi della democrazia rappresentativa indotta dalla globalizzazione si è manifestata in Europa in modo più virulento perché nel vecchio continente nessuno Stato nazionale ha le dimensioni per fare politiche di sviluppo efficaci e politiche sociali in grado di garantire effettivamente i più deboli. Tutti i tentativi fatti dagli anni ’90 in poi sono falliti o si sono rivelati insufficienti. E questo ha corroso la fiducia tra governanti e governati fino a raschiare il fondo del barile.

In Italia si è arrivati per primi a questa situazione perché da noi non ci sono soltanto le ale estreme del sistema politico come potenziali attrattori del voto di protesta. Nel nostro paese, abbiamo ereditato dal ‘900 un filone politico del tutto originale buffonesco, ma con aspetti tragici, che parte dal Manifesto del Futurismo di Marinetti (1909), passa per l’Uomo Qualunque di Giannini, arriva a Bossi, Berlusconi, Di Pietro e Grillo. Questo filone oggi è incarnato da Di Maio e Salvini e piace al popolo perché gli permette, quando è in collera, di rivivere la favola del “mondo alla rovescia” cara alla fantasia degli italiani che lo hanno filtrato dalle antiche feste italiche e medievali. Il potere politico rappresentativo, che mortifica ogni giorno gli individui con risposte inefficaci o insufficienti alle loro domande, riconosce – una tantum – i singoli elettori come re. E’ stato abile – tra gli anni ’50 e ’60 – a utilizzare la politica in versione buffonesca un vecchio volpone come Paolo Bonomi, fondatore della Coldiretti. Le assemblee confederali si svolgevano come gli antichi saturnali. In quei riti egli “giudicava e mandava” i ministri: talvolta invitandoli a discolparsi, talaltra lodandoli ma facendoli sempre passare per le forche caudine dello stesso applauso popolare. “Che facciamo – chiedeva il presidente alla folla – vogliamo dare la sufficienza a questo signore? Magari un sei meno, o un sei meno meno?”. E il personaggio esaminato, di sua natura impettito, masticava l’amaro di una così plebea confidenza, assieme al dolce di una promozione ottenuta per il rotto della cuffia.

Per questo è stato facile a noi italiani arrivare per primi alla conclusione del ciclo della democrazia rappresentativa nella dimensione nazionale. Ed è per questo che ex democristiani di antico corso (Mattarella, Zanda, Scotti e altri) si sono subito messi in moto per gestire l’esito elettorale come una volta si conduceva un’assemblea popolare fomentata, pronti a perdonare l’insulto plebeo ma anche a concordare prebende e piccole regalie per mantenere la calma.

L’unica soluzione che resta ai riformisti è dichiarare conclusa l’era dei partiti nazionali e fondare un partito democratico europeo con Macron, Rivera e i socialdemocratici europeisti della Germania. Un partito che abbia un chiaro e articolato progetto di Europa per creare le condizioni di una risposta rapida ed efficace ai bisogni dei cittadini.

Guai a leggere il voto come un’indisponibilità al riformismo. Gli italiani non ci hanno votato perché la nostra iniziativa è apparsa con un deficit di riformismo e non con un eccesso di riformismo. Non dobbiamo commettere l’errore che abbiamo fatto all’indomani del referendum costituzionale. I NO nelle urne (non quelli del ceto politico e della classe dirigente) non esprimevano un rifiuto della riforma per un senso di conservatorismo. I NO volevano trasmetterci un’insoddisfazione perché la proposta non era percepita immediatamente efficace nel creare reali cambiamenti e vantaggi per la collettività. Non è che la gente non vuole le riforme ma vuole immediatamente saggiarne il risultato in termini di cambiamento reale. Sono le classi dirigenti (i governanti in senso lato) a non voler cambiare per mantenere le proprie rendite di posizione e per timore di mettersi in gioco. I governati, per accettare i cambiamenti, si aspettano di essere accompagnati e pretendono di vedere i risultati sia nell’immediato che in tempi più lunghi. Ma questa condizione si può verificare solo con un’Europa politica. Se non facciamo presto – già a partire dalla direzione di lunedì – il prossimo Europarlamento sarà composto prevalentemente da euroscettici e sovranisti. E allora sì che calerà sul vecchio continente il buio pesto.

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Alfonso Pascale

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