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ELEZIONI/Il sussulto dell’Italia dimenticata

ELEZIONI/Il sussulto dell’Italia dimenticata
Marzo 11
07:38 2018

Poco dopo l’annuncio dell’esito dell’impietosa disfatta nella corsa al collegio uninominale di Acerra, nel quale il leader pentastellato Luigi Di Maio lo ha sopravanzato di oltre 40 punti, Vittorio Sgarbi si è scagliato contro gli elettori che lo avevano clamorosamente bocciato riferendosi alla regione della periferia napoletana come a “un territorio di disperati che danno i voti a un personaggetto, a uno che non sa neanche guidare”, attratti da promesse assistenzialistiche.

Nell’autogiustificazione penosa e ipocrita di Sgarbi, uno dei peggiori protagonisti dell’Italia contemporanea, si possono cogliere le motivazioni che hanno portato il Movimento Cinque Stelle a dilagare nell’Italia meridionale: la linea del Garigliano, confine tra Lazio e Campania, segna i limiti del nuovo bipolarismo che demarca la politica italiana e la soglia oltre la quale i Cinque Stelle la fanno assolutamente da padroni. Il 61-0 conquistato da Berlusconi in Sicilia nel 2001 sbiadisce di fronte alla valanga del 4 marzo: nei collegi uninominali Di Maio e i suoi hanno fatto cappotto in Sicilia (28 su 28 tra Camera e Senato), Sardegna (9 su 9), Puglia (24 su 24), Molise (3 su 3) e Basilicata (3 su 3) e dominato in Campania (32 su 33) e Calabria (11 su 12), infliggendo al centro-destra un 110-2 che di fatto ha scombussolato i piani della coalizione per la conquista della maggioranza assoluta.

Nell’analisi aggregata del voto, le ragioni della marea pentastellata al Sud sono molto più complesse del prevedibile diluvio del centro-destra al Nord, frutto del consenso per la piattaforma programmatica e di un radicamento territoriale storicamente consolidato: il voto al Movimento Cinque Stelle al Sud ha rappresentanto, prima ancora che una manifestazione di consensi al programma di Di Maio, su certi punti di vista abbastanza discutibile, una gigantesca manifestazione di rifiuto di una politica tradizionale, in larga misura clientelare, che ha svuotato il Sud di prospettive e futuro. Forza Italia e Partito Democratico tracollano sulla scia del disastro economico, sociale e, negli ultimi tempi, addirittura democratico che ha portato nel corso di lunghi decenni il Sud Italia alla rovina. Come scrive Gian Antonio Stella: “Dice tutto un sondaggio del dossier Eurispes 2018. Alla domanda «quali di questi elementi rappresentano un vero pericolo per la vita quotidiana sua personale e della sua famiglia?» le risposte degli italiani erano centrate (più che sull’immigrazione!) su tre temi legati (soprattutto) al Mezzogiorno: la mafia, la corruzione e «i politici incompetenti». Colpevoli di aver buttato via per decenni decine e decine di miliardi di fondi europei”. L’autore del Corriere della Sera ha poi citato alcuni, impietosi dati: “Tutte le regioni della Repubblica Ceca hanno oggi un Pil pro capite superiore a tutto il nostro Sud e così l’intera Slovenia e l’intera Slovacchia. La regione bulgara Yugozapaden, poi, ci umilia: nel 2000 aveva un Pil al 37% della media europea e in tre lustri di rincorsa ha sorpassato tutto il Mezzogiorno, arretrato fino a un disperato 60% della Calabria, mangiando 50 punti alla Campania, 56 alla Sicilia, 64 alla Sardegna”.

Il Sud ma non solo: altri elementi del voto ci consentono di affermare che il 4 marzo sono andati in scena un forte sussulto di un’Italia periferica, dimenticata e enormemente distante dalle realtà che caratterizzano città come Milano, Brescia, Torino, dove infatti la tenuta dei partiti tradizionali è più salda. Stefano Cingolani di Linkiesta parla di “rabbia, rancore, rivincita” come motivazioni trainanti del “ rimescolamento delle preferenze politiche in quella parte del paese chiamata Terza Italia che non coincide necessariamente con il centro, ma piuttosto rappresenta l’architrave del modello economico come si è formato dagli Anni ’70 del secolo scorso in poi: l’Italia dei distretti, […] affluente, laboriosa e politicamente moderata, allevata con cura dalla grande chioccia democristiana e dalle cooperative rosse per lo più in competizione collusiva, poi oscillante tra centro destra e centro sinistra”, la cui crisi ha cominciato a palesarsi “durante il lungo e doloroso addio della grande industria. Grazie ai suoi ammortizzatori locali (famiglia, banche popolari, cooperative di consumo e quant’altro) ha assorbito in parte anche lo shock della moneta unica, finché non è stata attraversata, nel decennio della lunga recessione, da sciabolate e fendenti micidiali”.

Un’Italia che parte dal Veneto, attraversa l’Emilia Romagna e le Marche per arrivare all’Abruzzo, ma che si ritrova anche alle periferie di diverse grandi città. Per la prima volta, in maniera più forte e precipua rispetto al 4 marzo, il Paese sperimenta una duplice linea di faglia che è il frutto più significativo dell’impatto della globalizzazione e dell’evoluzione travolgente dell’economia mondiale sui sistemi nazionali. Le elezioni hanno portato alla scoperta di fratture simili a quelle che sono emerse negli scorsi anni anche in Regno Unito, negli Stati Uniti, in Francia e in Germania.

Il dominio della Lega su Forza Italia, i veri e propri exploit del Carroccio in città come Macerata (21%) e Pomezia (31% per il candidato all’uninominale) e la crescita del Movimento Cinque Stelle, certificata dalla valanga del Sud Italia, certificano che ad avvantaggiarsi del riassetto elettorale dell’Italia siano state proprio quelle forze percepite, dai votanti, come in discontinuità rispetto al clima dominante nel crepuscolo della Seconda Repubblica: Marcello Foa ha ribadito che “l’era dei Berlusconi e dei Renzi” è finita per sempre e che in futuro, realisticamente, saranno proprio la Lega e il Movimento le forze chiamate a rispondere alle sfide politiche, economiche e sociali che il terremoto del 4 marzo ha portato in primo piano anche nel nostro Paese e alla frattura dell’Italia palesatasi non solo sull’asse Nord-Sud ma anche in diverse realtà territoriali.

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Andrea Muratore

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