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Pd: la fine di un mondo

Pd: la fine di un mondo
Marzo 09
07:31 2018

Il Pd è in un vicolo cieco e come la fa la sbaglia: se appoggia un governo M5s, perde almeno un quarto dei suoi elettori che non glielo perdonano, se appoggia il centro destra (un inciucio a trazione leghista) perde la metà dei suoi elettori, se resta sull’Aventino, e si va ad elezioni anticipate, perde i due terzi dei suoi elettori. Come dire che ha tre scelte: spararsi nella tempia sinistra, spararsi un quella destra oppure spararsi sotto il mento. Fate voi.

Il quadro della situazione è desolante: il Pd si trova più che dimezzato rispetto ai suoi risultati migliori, non ha candidati credibili di ricambio a Renzi, è condannato alla retrocessione fra i partiti di serie B, destinati a fare da “cespuglio”, è destinato a perdere larghe fette del suo potere locale, non ha più un blocco sociale di riferimento e quel che gli rimane è un elettorato in larga parte fatto da ultrasessantenni, qualsiasi cosa dicano non sono più credibili, e forse è avviato a nuove scissioni. Insomma, diciamola tutta: è un partito finito e senza prospettive di ripresa. Questa non è una Caporetto: è una Waterloo.

Al solito i dirigenti del Pd non vedono più lontano del loro naso e pensano ad una campagna elettorale infelice o, al massimo, ad una legge elettorale sbagliata e che ora si deve lavorare alla ripresa. Ma queste cose (campagna elettorale sbagliata e legge elettorale demenziale ed autolesionistica), che pure ci sono, sono solo una piccolissima parte delle ragioni del tracollo, quantomeno ci sarebbe da considerare la sconfitta del 4 dicembre 2016 sulla indecente riforma costituzionale, e poi ancora i 4 anni obbrobriosi di governo di Renzi. Ma anche questo non è sufficiente a spiegare il tutto. E’ una sconfitta che viene da lontano, da molto lontano, quantomeno da Occhetto. A volte per capire un quadro bisogna allontanarsi per vederlo nella sua interezza e spesso le cause di una dinamica risalgono a molto tempo prima, perché i processi a volte sono molto lunghi nel loro svolgimento. In fondo la storia serve a questo (permettetemi di difendere l’utilità della mia disciplina contro lo scemenzaio recentista tipico del tempo del neoliberismo).

Il Pci fu un partito popolare a trazione burocratica: la base era robustamente operaia, con fasce di piccolissima borghesia, guidata da un ceto funzionariale autoritario ma che sapeva aver cura del suo seguito. Dopo, a partire dalla metà anni settanta, iniziò una metamorfosi grazie all’espansione della sua base elettorale verso i ceti medi e medio alti. Ma la svolta decisiva venne negli anni ottanta ed un ruolo decisivo lo ebbe Repubblica, la cui cultura politica era quella della destra azionista (La Malfa, Cianca, Tarchiani) ed il cui obiettivo era quello di una sorta di Pri di massa. L’operazione in gran parte riuscì ed il risultato venne conclamato con Occhetto. Il Pds fu un partito sempre a base popolare (per quanto più ridotta) ma a trainarlo non era più l’apparato dei funzionari, quanto una certa borghesia professionale, accademica, giornalistica, manageriale. Fu il tempo della sinistra da salotto e da terrazza romana che celebrò i suoi fasti al tempo di Veltroni. Si trattava di uno strato sociale di carrieristi, faccendieri, affaristi e, al bisogno, anche di tangentari grandi e piccoli. Gente priva di una sostanziale cultura politica, che non poteva sentir parlare di lotta di classe e che non aveva nessun senso della politica, ma che era in sintonia con lo spirito del tempo neo liberista. Pretendevano di essere loro la sinistra, anzi la nuova sinistra degli anni duemila, i blairiani d’Italia.

Innamorati della finanza ed allergici al lavoro, spinsero il partito a diventare il principale interlocutore del capitale finanziario in Italia. Ed anche questo era nello spirito dei tempi e rifletteva il nuovo compromesso socialdemocratico fra l’internazionale socialista e l’iper capitalismo finanziario.

La cosa ha funzionato per un quindicennio, poi… è venuta la crisi. Il modello si è incarognito ed ha tagliato tutti gli spazi di mediazione riformistica obbligando i partiti socialisti al governo (vale anche per Tsipras) a politiche apertamente antipopolari. Ed il meccanismo non ha più funzionato, come dimostrano i risultati ad una cifra di quasi tutti i partiti socialisti europei dalla Spagna all’Austria, dalla Francia alla Grecia, dal Belgio alla repubblica ceca. La loro base popolare è risucchiata dall’ondata populista. Quel modello è fallito in Europa ed ora anche in Italia nella quale la stagione renziana è stata solo una bizzarra anomalia subito normalizzata.

E questa è la sorte odierna del Pd destinato rapidamente a scendere ad un risultato ad una cifra ed all’assoluta irrilevanza politica: capolinea, signori si scende!

Sull'Autore

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

Ricercatore in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Milano

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