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Del governo a 5 Stelle

Del governo a 5 Stelle
Marzo 07
22:13 2018

Consideriamo le otto regioni dell’Italia meridionale ed insulare: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna. Nelle elezioni della Camera dei deputati, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 76 collegi uninominali su 80. Nelle elezioni del Senato, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 37 collegi uninominali su 39.
Come era logico che accadesse, con il sistema maggioritario in collegi uninominali l’Italia non è risultata tripolare, ma bipolare, perché uno dei tre poli di partenza, in questo caso il centro-sinistra, è uscito fortemente ridimensionato. Noi avevamo sperato, invece, che ad essere ridimensionato fosse il Movimento 5 Stelle che consideravamo partito di protesta, privo di reale radicamento.
Il problema è che il 4 marzo 2018 il vento della protesta è stato incontenibile, anche se localizzato soprattutto al Sud.
Consideriamo altre zone geografiche, di cui conosciamo i risultati definitivi. In Lombardia la coalizione di centro-destra ha conquistato, per la Camera, 34 collegi uninominali su 37 e, per il Senato, 17 collegi uninominali su 18.
Le ex regioni “rosse”, Toscana ed Emilia-Romagna, non sono più rosse (ma questa non è una novità). Per la Camera, la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 16 collegi uninominali su 31, mentre gli altri 15 collegi sono andati alla coalizione di centro-destra. Per il Senato, nelle medesime due regioni la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 7 collegi uninominali su 15, mentre la coalizione di centro-destra ne ha conquistati 8.
A tre giorni di distanza dal voto, purtroppo non possediamo ancora i risultati definitivi in termini di seggi, ma è già chiaro che né il centro-destra, né il Movimento 5 Stelle possono avere una maggioranza numerica nei due rami del Parlamento. Anzi, sono entrambi lontani dal poter disporre di una maggioranza.
Tutte le tensioni, conseguentemente, si scaricano sul terzo raggruppamento, che fa capo al Partito democratico. Ho ascoltato il discorso con cui Renzi ha motivato le sue dimissioni dalla carica di Segretario del PD e, pur non essendo un suo estimatore, ho apprezzato la linea che ha enunciato: passaggio all’opposizione, senza sbandamenti a sostegno di questo e di quello.
Stanno venendo allo scoperto esponenti del Partito democratico pronti ad immaginare un sostegno esterno ad un governo espresso dal Movimento 5 Stelle. Sono per lo più meridionali, in particolare pugliesi e siciliani, ma non soltanto meridionali. La cosiddetta “sinistra” del Partito pensa di avere più cose in comune con i 5 Stelle, di quante ne possa avere con la Lega di Salvini.
Ciò induce a riflettere su che cosa sia il raggruppamento che fa capo a Di Maio. É vero che è stato massicciamente votato da elettori che, in precedenza, votavano per il Partito democratico e si consideravano “di sinistra”. Tuttavia, il Movimento 5 Stelle, ricondotto alle teste pensanti che lo dirigono ed al suo ceto politico, non è una formazione “di sinistra”. Somiglia, piuttosto, ai partiti “acchiappatutto”, che abbiamo ben conosciuto. In particolare, secondo l’esperienza storica, sono partiti “acchiappatutto” quelli che si riconoscono in un’ideologia nazionalista (la Nazione sta al di sopra delle classi sociali) e quelli che fanno leva sul rancore sociale e, quindi, sono pronti a cavalcare tutte le proteste, anche di segno contraddittorio fra loro.
Come meridionale, non soltanto non mi sento gratificato dal fatto che oggi esista un così forte partito del Sud, ma mi aspetto il peggio proprio per il mio Sud. Che da noi esistano motivi validi per alimentare il rancore sociale, è fuori discussione. Sono in crisi i due tradizionali motori della raccolta del consenso clientelare: la spesa pubblica e l’impiego (ossia, il “posto” sicuro) nelle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, qualche “posto” da dare ancora c’è. La cosa che fa letteralmente impazzire la gente è che questo ambitissimo posto venga attribuito sempre a chi è “figlio di”, o “amico di”, al di fuori di ogni logica meritocratica; anzi, il più delle volte, in evidente spregio alla meritocrazia. Così, per uno che viene accontentato, mille si sentono offesi e covano un rancore e una rabbia montanti.
Non scambiate tutto questo per “ansia” di giustizia sociale. La mentalità predominante è individualistica. Qualora si aprisse uno spiraglio per dare il posto al proprio figlio, o figlia, al proprio genero, o nuora, immediatamente cambierebbe la considerazione nei confronti degli uomini di governo e degli amministratori: questi diverrebbero subito bravi e illuminati. Quello che manca – e ciò è disperante – è il senso della buona gestione del pubblico denaro e della buona amministrazione della cosa comune. Se, ad esempio, un uomo di governo si occupasse davvero, con onestà, della gestione dei rifiuti urbani, trovando una soluzione per evitare che gli autocompattatori debbano percorrere un centinaio di chilometri in autostrada per conferire i rifiuti in discariche sempre più lontane, e per di più pagando i soggetti privati che hanno la concessione delle discariche, allora quell’uomo di governo verrebbe visto come un alieno. In nome dell’ecologia, guai parlare della costruzione di termovalorizzatori. In nome dell’economia di mercato (quando serve a soddisfare interessi privati, anche l’economia di mercato può essere evocata come un valore), è evidente che la gestione delle discariche debba essere affidata a soggetti privati. Mentre il potere pubblico deve limitarsi a “controllare” che i concessionari rispettino tutte le normative in materia di trattamento dei rifiuti (risate omeriche).
Così la regola diventa quella delle mazzette a chi deve assegnare l’appalto per la gestione delle discariche e delle mazzette a chi deve poi dimenticarsi di fare verifiche e controlli. Salvo poi organizzare convegni sulla diffusione del fenomeno della corruzione.
Ogni tanto si scopre che la criminalità organizzata fa lucrosi affari nel settore dei rifiuti. Ma va?
Il Movimento 5 Stelle può modificare questo andazzo? Pensiamo proprio di no. Il tutto si risolverà unicamente in un ascensore sociale che consentirà ad un ristretto numero di persone, finora fuori dai giochi, di entrare a far parte del ceto politico con funzioni di rappresentanza, di amministrazione e di governo. Potere finalmente guardare dall’alto in basso quelli che, per nascita e per relazioni, finora hanno addentato la polpa della vita: questo il vero programma politico!
Fateli governare consecutivamente per cinque anni e poi vedrete se, a loro volta, non saranno travolti dalla protesta sociale. Il problema è: dopo cinque anni, che cosa resterà della nostra Italia?
Temo che sinistra di cultura post socialista e Movimento 5 Stelle possano accordarsi su una politica economica basata sulla spesa in deficit. Il povero Keynes, che era un economista bravo e degno del massimo rispetto, qui c’entra poco: muovendo da un debito pubblico che supera il 130 % del PIL (Prodotto interno lordo), nessun economista keynesiano serio si avventurerebbe sulla strada dell’espansione massiccia del deficit, quindi del debito.
Qui si fantastica, invece, di un reddito di cittadinanza, di entità consistente, che poi si sommerebbe inevitabilmente al lavoro in nero (tanto, chi controlla?).
Il Presidente della Repubblica si troverà a svolgere un ben difficile compito; nessuno vorrebbe essere nei suoi panni.
Per quanto direttamente ci riguarda, noi pochi liberali di tradizione risorgimentale siamo abituati ad essere minoranza. Dopo il 4 marzo 2018 lo saremo ancor di più. Del resto, il consenso sociale espresso per i 5 Stelle, soprattutto dalle generazioni più giovani, rispecchia perfettamente lo scadimento qualitativo del sistema scolastico pubblico. Riformatori di centro-sinistra e di centro-destra hanno dato il meglio di sé per scassare definitivamente la Scuola pubblica. Niente cultura “nozionistica”, ridimensionamento progressivo dell’importanza di materie quali storia, geografia, filosofia, lingua latina, promozione garantita comunque a tutti. Fino all’alternanza fra scuola e “lavoro”: qualunque cosa va bene pur di non studiare seriamente. Davvero complimenti, ed ora non stupitevi che un Di Maio possa essere scambiato per un uomo di Stato!
Cercheremo di resistere, di restare in sintonia con le dinamiche dell’Unione Europea, ma è bene iniziare ad attrezzarsi per svolgere un’opposizione all’altezza delle emergenze che viviamo.

Sull'Autore

Livio Ghersi

Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell'Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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