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Emigrazione e devastazione, fanno un deserto e lo chiamano Sud

Emigrazione e devastazione, fanno un deserto e lo chiamano Sud
novembre 14
07:00 2017

Il rapporto Svimez, passato sotto silenzio dai grandi media del Nord, parla chiaro, tra 50 anni il Mezzogiorno rischia la desertificazione demografica. Nell’ultimo anno sono 154.000 i cittadini del Sud che, a malincuore hanno dovuto lasciare la propria terra per cercare lavoro, in maggioranza al Nord, in minima parte all’estero. Negli ultimi dieci anni, sono stati oltre un milione e nei prossimi cinquanta li seguiranno altri cinque milioni che si aggiungeranno ai venti milioni di lavoratori meridionali emigrati nell’ultimo secolo, tanto da fare di Napoli solo la quinta città al mondo abitata da napoletani.
La disoccupazione nelle regioni meridionali è il doppio di quella del Nord, quella giovanile supera il 60% e se sei giovane, donna e meridionale non hai scampo, la tua categoria è all’80%. E ciò, nonostante la crescita in Campania e Puglia nell’ultimo anno sia stata superiore a quella del Nord, ma il gap è abissale e ove vi fosse un piano di salvezza per il Sud, occorrerebbe un secolo per colmarlo. Ma il piano di salvezza non c’è, al contrario ce n’è uno di affondamento.
A che serve ricordarne le cause ripetutamente denunciate dai grandi meridionalisti? “L’unità d’Italia non è avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città-campagna. il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del SUD e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. L’Italia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento”. Così scriveva Gramsci un secolo fa, stigmatizzando la condotta scellerata di una borghesia arraffona che concentrava gli investimenti nel triangolo industriale a spese delle regioni meridionali.
Se nel secolo passato erano le braccia da lavoro a lasciare il Sud con la valigia di cartone, ora si tratta soprattutto di giovani laureati con il trolley. Duecentomila i laureati meridionali emigrati al Nord negli ultimi 15 anni. Il danno economico apportato al Sud, stimato dallo Svimez, in termini di plusvalore a vantaggio del Nord è di 30 miliardi di euro. Probabilmente le stime Svimez del danno economico per il Sud e del conseguente plusvalore per il Nord sono molto prudenti. Nel calcolo totale, bisogna far rientrare non solo il mancato guadagno che la permanenza dei migliori cervelli apporterebbe alla propria terra, ma anche i costi di formazione sostenuti dalle famiglie e l’aiuto economico che queste spesso sono costrette a dare ai giovani emigrati per permettere loro di sopravvivere con i mille euro al mese e anche meno di stipendio che incassano, insufficienti a vivere in una città del Nord. Se calcoliamo in almeno 5.000 euro l’anno i costi di sussistenza e di formazione scolastica che una famiglia sostiene per circa 25 anni, ogni laureato è costato circa 125.000 euro. Moltiplicando tale cifra per 200.000, abbiamo un costo aggiuntivo di 25 miliardi, ai quali bisogna aggiungere le rimesse che i genitori fanno ai figli, anche per comprare casa, al contrario del passato quando gli emigrati le facevano alle famiglie di origine. Famiglie meridionali già povere di loro, il Pil per abitante nel 2016 è 17.866 euro contro i 29.856 del Piemonte e i 36.379 della Lombardia.
Ovvio che lo Stato italiano non si dia pena della desertificazione demografica delle regioni meridionali, doppiamente funzionale agli interessi del Nord, da una parte si utilizza la forza lavoro a basso costo, dall’altra in una terra lasciata con pochi abitanti è più facile far operare, al riparo delle proteste della popolazione, fabbriche devastanti per l’ambiente quali l’Ilva a Taranto e i pozzi petroliferi in Basilicata, e scaricare le deiezioni industriali del Nord, in gran parte illegalmente sversate al Sud. E’ l’eterna legge del profitto, perseguito in modo miope a danno dei più, anche dello stesso Nord che potrebbe giovare della crescita economica del Sud, mentre al contrario lo lascia senza infrastrutture e ne ostacola lo sviluppo: è la regola di una nazione duale come la nostra.

Sull'Autore

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

Giornalista e scrittore

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