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La Sicilia che non ti aspetti

novembre 08
06:54 2017

Le elezioni regionali del 5 novembre 2017 hanno rappresentato un momento di svolta per la Regione siciliana: infatti, con una significativa novità rispetto a quanto avvenuto nei precedenti settant’anni (a partire dal 1947), il numero dei deputati dell’Assemblea regionale si è ridotto, passando da 90 a 70. Poiché la composizione dell’Assemblea regionale è stabilita direttamente dallo Statuto speciale della Regione, per realizzare questo cambiamento si è reso necessario approvare una legge costituzionale, la legge 7 febbraio 2013, n. 2. Com’è noto, per approvare una legge costituzionale, la Costituzione richiede una doppia lettura da parte di ciascuna delle due Camere del Parlamento e, in seconda lettura, l’approvazione di un testo conforme a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. É importante evidenziare che la procedura per l’approvazione della predetta legge costituzionale è stata avviata con un’iniziativa dell’Assemblea regionale siciliana, una cosiddetta “legge-voto”. La Regione, quindi, è stata protagonista della volontà della propria auto-riforma istituzionale. Si è così dimostrato che non è vero che le Istituzioni non si possano riformare; occorre soltanto la volontà politica.
La predetta legge-voto è stata approvata durante la quindicesima Legislatura dell’ARS; quando, per la cronaca, nessun deputato del Movimento Cinque Stelle sedeva fra i banchi di Sala d’Ercole. L’iniziativa fu presentata al Senato il 21 dicembre 2011. Una classe politica regionale meno superficiale avrebbe messo in rilievo questo fatto durante la recente campagna elettorale; tanto per dimostrare ai Cinque Stelle che il mondo non è iniziato con loro e che qualcosa di buono è stata realizzata anche in passato. Venti deputati regionali in meno si traducono in un bel risparmio per il pubblico erario e questo è un dato oggettivo, incontestabile.
La legge elettorale con cui si è votato è la legge regionale 20 marzo 1951, n. 29, come modificata dalla legge 3 giugno 2005, n. 7. Quest’ultima ha disciplinato l’elezione popolare diretta del Presidente della Regione e razionalizzato il metodo di riparto proporzionale dei seggi nei nove collegi provinciali, escludendo dall’attribuzione di seggi le liste che non raggiungano, nella sommatoria regionale dei loro suffragi, il cinque per cento del totale regionale dei voti validi espressi. Anche se molti non lo ricordano, la legge regionale n. 7/2005 fu confermata da un referendum popolare tenutosi il 15 maggio 2005.
L’esito delle elezioni regionali del 5 novembre 2017 dovrebbe essere studiato nei testi che trattano in modo specialistico di legislazione elettorale. Si è, infatti, realizzato il caso, davvero straordinario, che, in costanza di uno sbarramento così alto (cinque per cento), ben nove liste abbiano ottenuto rappresentanza. In particolare, bisognerebbe complimentarsi con i responsabili della campagna elettorale di ciascuna delle liste coalizzate per l’elezione del Presidente della Regione Sebastiano (Nello) Musumeci. Queste liste erano cinque. Hanno ottenuto, complessivamente, il 42,04 % del totale dei voti validi e tutte e cinque hanno superato lo sbarramento. Chapeau! Bisognerebbe togliersi il cappello, perché qui siamo di fronte non a dei professionisti, ma a dei professori universitari in fatto di pratica politica. Alla quarta esperienza con la medesima legge elettorale, le forze politiche siciliane hanno dimostrato di essere diventate espertissime nel suo uso.
Nei collegi provinciali, le cinque liste che sostenevano il Presidente Musumeci hanno conquistato, complessivamente 29 seggi dei 62 disponibili. Poiché non hanno raggiunto quota 42 (ossia, il 60 % del totale dei deputati dell’Assemblea regionale), hanno ottenuto, in aggiunta, tutti i sette seggi della lista regionale collegata. Il seggio del neo-eletto Presidente della Regione più quelli di sei deputati, in ordine alternato fra uomini e donne. La legge elettorale prevede che questa limitata quota di seggi assegnati con sistema maggioritario serva ad incentivare la costituzione di una maggioranza parlamentare. Invece, nel caso in cui la coalizione più votata avesse già eletto più del 60 % dei deputati nei collegi provinciali, i sei ulteriori seggi sarebbero stati assegnati alle liste di minoranza, in proporzione alle loro cifre elettorali, per un riequilibrio della composizione dell’Assemblea.
Quella del Movimento Cinque Stelle è risultata la lista più votata in assoluto. Ha ottenuto 513.359 voti (26,74 %), conquistando 4 seggi nei collegi di Palermo e Catania, 2 seggi in quelli di Agrigento, Messina, Siracusa e Trapani, un seggio nei restanti tre collegi. Per complessivi 19 deputati, ai quali si aggiunge il seggio attribuito a Cancelleri, quale candidato alla carica di Presidente della Regione arrivato secondo. I Cinque Stelle hanno dimostrato di aver appreso come si usano le preferenze: buon per loro che fanno un passo avanti nella strada del realismo e bene per tutti noi perché così la selezione del loro ceto politico, ad opera degli elettori, diventa una cosa più seria. I deputati eterodiretti non ci piacciono.
L’infausto esito della candidatura di Micari è sotto gli occhi di tutti. Il Rettore dell’Università di Palermo ha ottenuto oltre centomila voti in meno rispetto a quelli delle liste che sostenevano la sua candidatura. Viceversa, Cancelleri è stato il più beneficiato dal voto disgiunto, ottenendo 209.196 voti in più rispetto a quelli andati alla lista del Movimento Cinque Stelle.
Commettono un errore, tuttavia, quanti danno per defunto il Partito democratico. Il PD non soltanto conterà 11 deputati in seno all’Assemblea, ma ha eletto deputati in tutti i collegi, 2 in quelli di Palermo e Catania.
Il presidente Musumeci è persona perbene e, nell’interesse della Sicilia, gli auguriamo sinceramente ogni successo. Abbiamo molto apprezzato il riferimento che, nel primo discorso successivo alla sua elezione, ha fatto all’unità d’Italia come valore; musica per le orecchie degli estimatori della tradizione risorgimentale, quali noi siamo. É molto difficile, però, governare con 36 voti su 70. Sussiste la maggioranza assoluta (metà più uno) dei deputati; ma è giusta giusta. Tanto risicata che ogni singolo deputato di maggioranza potrebbe domani esercitare un potere di veto, o di interdizione, sui provvedimenti in discussione.
Il fatto è che non si possono chiedere miracoli alle leggi elettorali. In una condizione di incertezza e di frantumazione delle forze politiche, le maggioranze autosufficienti diventano sempre più improbabili. La simpatica onorevole Giorgia Meloni, Segretaria di Fratelli d’Italia, deve rassegnarsi al fatto che, nell’interesse del bene comune, non solo è lecito, ma necessario, che i parlamentari dialoghino fra loro sul merito dei provvedimenti, senza irrigidirsi in logiche di schieramento.
Per concludere il discorso sulle elezioni del 5 novembre, la Sinistra, tradizionalmente penalizzata nelle tornate elettorali regionali, ha superato la soglia di sbarramento. L’unico seggio va a Claudio Fava. Questa volta la vittima più illustre della regola del 5 % è la lista di Alternativa popolare. Frutto dell’alleanza del partito del Ministro degli Esteri Alfano e degli ex UDC che hanno scelto il centro-sinistra, come il senatore Casini ed il deputato nazionale D’Alia. 80.366 voti, presi nell’intera Sicilia, non sono bastati. Ne occorrevano almeno centomila. Così, tra gli altri, ha perso il seggio il presidente dell’Assemblea regionale uscente, Giovanni Ardizzone. Invece l’UDC di Cesa, rimasta nel centro-destra, ha avuto il 6,96 % dei suffragi e ottenuto 5 seggi nei collegi.

Sull'Autore

Livio Ghersi

Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell'Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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