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Laureati italiani pochi e somari e quelli del Sud ancora peggio?

Laureati italiani pochi e somari e quelli del Sud ancora peggio?
ottobre 09
08:50 2017

L’analisi dell’Ocse è impietosa: “Solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato rispetto alla media Ocse del 30%.  Gli italiani laureati hanno un più basso tasso di competenze in lettura e matematica (26esimo posto su 29 paesi Ocse), gli studenti del Sud nella formazione sono un anno indietro rispetto a quelli del Nord. Da una parte offerta insufficiente, dall’altra una fiacca domanda che viene dal mercato, dalle imprese. ” Si direbbe la classica scoperta dell’acqua calda, se non fosse che il tutto viene giocato sulla pelle di milioni di giovani italiani lasciati senza speranza di futuro, più di tutto al Sud. Vediamo un po’ quali sono le possibili cause della débâcle italiana.
I casi sono due, o i nostri giovani sono asini per DNA oppure è il sistema politico-universitario che non funziona. Poiché solo uno sciocco lombrosiano può rifarsi a un’ipotetica incapacità connaturata dei nostri ragazzi, tra l’altro in un paese che ha dato uomini geniali al mondo in ogni campo, non resta che puntare il dito contro il sistema. L’Italia investe nell’istruzione il 4% del Pil, a fronte di paesi come la Danimarca e la Svezia che investono il 7%, è trentesima in Europa, al penultimo posto, dopo di noi solo la povera Grecia.
Nella ricerca scientifica, l’Italia investe 26 miliardi di Euro l’anno, appena l’1,27% del Pil, contro una Germania che ne investe 107, il 3% del suo Pil, parametro ritenuto ottimale, e Stati Uniti, Cina, Corea, Israele che vanno intorno al 4%. Persino l’india ci supera. Meno ricerca significa meno fondi alle università, meno borse di studio, meno laureati, meno prospettive di lavoro, crescita minore dell’industria. Ma come dare soldi alla ricerca se l’evasione fiscale in Italia supera i cento miliardi di Euro l’anno e la corruzione altrettanto, rovinando le finanze statali e ponendoci agli ultimi posti tra i paesi europei? Come dare soldi alla ricerca se un chilometro di alta velocità ferroviaria tra Torino e Milano è costato 67 milioni di Euro a fronte dei 10 milioni spesi dai francesi?
Dunque meno soldi investiti in ricerca e istruzione, uguale a un minor numero di laureati e a minori competenze. Elementare Watson? Quasi, poiché insieme alla minore disponibilità finanziaria, nelle nostre università malate di nepotismo baronale il merito è un optional.
Veniamo al Sud, ancora una volta “stigmatizzato” per via del suo ritardo, non solo in campo economico ma anche in quello scolastico-formativo, che secondo alcuni test per i ragazzi meridionali arriverebbe addirittura a un anno rispetto a quelli del Trentino-Alto Adige. Stai e vedere che gli studenti “terroni”, eredi di Pitagora, Archimede, Vico, sono asini per natura? Ops, Ma non avevamo detto che non è questione di DNA ma di meno soldi investiti nell’istruzione che equivalgono a una minore formazione scolastica? Se il principio vale per l’Italia rispetto al mondo, deve valere anche per il Sud dell’Italia rispetto al Nord.
Veniamo al dunque, a partire dagli asili, poiché è proprio dalla prima formazione infantile che i bambini acquistano vantaggi o svantaggi formativi, non a caso le nazioni che investono maggiormente nell’istruzione è proprio dagli asili e dalle scuole d’infanzia a tempo pieno che staccano l’Italia, dando una copertura quasi totale ai loro bambini. In Italia che succede? Maluccio il Nord, malissimo il Sud e non per colpa sua. Sapete quanto vale per lo Stato italiano un cittadino meridionale nella spesa pubblica? 525 Euro, a fronte dei 981, quasi il doppio, che lo stato spende per uno del Nord. Tant’è, i dati sono pubblici. Nello specifico di Conoscenza, Ricerca e Cultura lo Stato spende 63 euro per un cittadino del Nord e 35 per uno del Sud.
Sapete come i bambini del Sud sono esclusi dalla possibilità di frequentare un asilo pubblico? Con il trucco dell’applicazione dei parametri della cosiddetta “spesa storica”, anziché con quelli dei “fabbisogni standard” previsti dalla Costituzione, ovvero dare ad ogni città il necessario per i servizi pubblici in base al numero dei suoi cittadini. Ciò significa che nella legge per la distribuzione dei fondi, poiché le città del Nord hanno “storicamente” speso di più per gli asili (forse perché hanno ricevuto da sempre più fondi?) hanno diritto a maggiori finanziamenti. Per cui, una città come Modena ha diritto, poniamo, a venti asili pubblici mentre a parità di popolazione Reggio Calabria ha zero diritti. L’Italia va a due velocità forse perché a una parte di essa mancano i binari su cui correre?
Finiamo con le Università. A parità di numero di studenti con Bologna, circa 60.000, il rettore dell’Università di Bari Uricchio ha denunciato di ricevere dallo Stato la metà dei finanziamenti dell’Ateneo felsineo. Anche qui il trucco c’è e si vede. Come parametro per finanziare le nostre università, il governo prende quale misura di riferimento quanto un ateneo ha incassato e speso l’anno precedente. Ancora una volta la spesa storica dunque. Ma negli introiti universitari rientrano le tasse pagate dagli studenti in base al reddito delle loro famiglie (nel Nord è doppio rispetto al Sud) e le sovvenzioni “liberali” delle aziende del territorio. Tra cui le fondazioni bancarie, quasi tutte al Nord. Mentre in un Sud economicamente desertificato, e non per sua colpa, le aziende in grado di finanziare ricerche universitarie e di assorbire laureati sono prossime allo zero.
Dunque il principio “italiano” è dare di più a chi più ha e bastonare il cane che annega. Di questo passo, ci informa il prof. Barese Gianfranco Viesti, economista di fama internazionale, le università meridionali sono destinate a chiudere. Nonostante abbiano alcuni istituti di eccellenza nazionale, quali il Politecnico di Bari, Ingegneria di Napoli, Nanotecnologia di Lecce, Ricerca agraria di Foggia, Tecnologia applicata di Catanzaro e altre in Sicilia.

Sull'Autore

Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

Giornalista e scrittore

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