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Ci hanno accusano di essere marginali, insignificanti, superflui Invece i siciliani stanno rispondendo positivamente

Ci hanno accusano di essere marginali, insignificanti, superflui  Invece i siciliani stanno rispondendo positivamente
settembre 20
12:19 2017

Le cose stanno così: c’è un sondaggio di Piepoli, agenzia seria, che dà la mia candidatura in Sicilia seconda al 25%, con 16 punti recuperati in dieci giorni. Il segretario regionale del Partito Democratico, tal Raciti, ha commentato giulivo: “Se Fava è al 25% io farò il Papa!”. Bene: stasera ci dicono che c’è un altro sondaggio di Ghisleri, non commissionato da noi, che dà i medesimi risultati: Musumeci in testa, Fava al 25%, Micari assai lontano in coda. Cosa dovremmo pensare adesso: che il segretario del PD siciliano domani prenderà i voti e si farà prete?

Ci hanno accusati di essere marginali, insignificanti, superflui. Invece i siciliani stanno rispondendo che così non è. Che un voto d’opinione ha ancora un suo spazio e una sua dignità. Ci hanno accusati di puntare solo alla sconfitta del PD. Invece i sondaggi dicono che il loro candidato è sconfitto a prescindere. Ci hanno accusati di essere “agenti” del PD, anzi dei 5 Stelle, no, della destra… eppure io ho ripetuto cento volte che non mi candido contro nessuno. E che l’unico “voto utile” per me è quello libero, a chiunque esso vada. E’ un messaggio minoritario? O è il rispetto dovuto agli elettori, a tutti gli elettori, non più considerati mandrie al pascolo da spostare da una lista all’altra ma donne e uomini liberi di decidere con la loro testa?

Infine ci hanno accusati di parlare, parlare, parlare… ma il programma? Ieri a Palermo per un’ora abbiamo spiegato minuziosamente ai giornalisti cosa vogliamo per la Sicilia. Punti, obiettivi, pratiche, metodi, priorità, cifre. Ma sono sicuro che anche adesso qualcuno scriverà, qui sotto, che vogliamo solo rompere, che sappiamo solo accusare, che siamo agenti del nemico…

Mi avevano avvertito: è il web, bellezza! Eppure, da vecchio illuminista, io continuo a pensare al gusto di una discussione anche dura ma costruita sui fatti, sulle concretezze, sulle cose da fare, non sugli sputi in faccia. Vi racconterò una cosa: quando ieri ho letto su un’agenzia la battuta da ginnasio di un dirigente del PD che parlava del sondaggio di Piepoli come d’una frottola “trovata nelle patatine” ho telefonato al Magnifico Rettore. Per dirgli che, pur avversari, sarei felice di conservare civiltà di parole, di modi, di argomenti. E che magari lui, il rettore, non sapeva di quel rutto prodotto dal suo staff (che adesso, peraltro, rischia una querela da Piepoli…). Ecco, mi aspettavo che il Magnifico fosse d’accordo con me, che tra gentiluomini le forme valessero più dei voti e dei sondaggi. Invece mi ha risposto con una risatina isterica: “E’ vero, è vero, il vostro sondaggio è una truffa!”. Come una truffa, scusi? Ma di che parla, professore? “Truffa, inganno, raggiro… Tanto ci vedremo il 5 novembre!”.

Allora ho capito. Che non esiste cortesia di modi nè civiltà di parole se la campagna elettorale fa suonare la tua corda pazza. Che puoi fare il Rettore ed essere pure Magnifico ma se lasci che l’animo venga avvelenato dalle tossine diventi uno dei tanti che sa solo sputare contumelie in faccia all’avversario.

E mi sono convinto, una volta di più, di aver fatto bene a candidarmi. Per dimostrare che esiste ancora un’idea della politica dove si può fare bene o male, ma assumendosi sempre la responsabilità delle propri parole e delle proprie scelte. Senza dover chiedere permesso, senza ricevere ordini, senza fare il pupazzetto nelle tenaglie della propria coalizione. Se mi avessero detto: caro Fava, ti candidiamo ma poi dovrai far finta che Crocetta abbia governato bene, che il  Pd in Sicilia sia un partito di specchiati dirigenti, che la ciurma di Alfano sia un pedaggio da pagare… ecco, io avrei risposto come lo scrivano Bartleby: preferire di no.

Perché la politica può anche essere, come si usava dire un tempo, merda e sangue: ma non inganno, ipocrisia, menzogna, compromesso. Altrimenti meglio tornare a fare i nostri mestieri. Io, il giornalista. E lei, Micari, il professore.

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Claudio Fava

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