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Renzi si metta l’anima in pace, il Pd non è un partito a vocazione ambientalista

Renzi si metta l’anima in pace, il Pd non è un partito a vocazione ambientalista
settembre 13
09:05 2017

Viviamo ormai in uno stato di calamità permanente, nel nostro Paese. Siccità che desertifica i terreni, incendi che distruggono ciò che di vitale ancora resiste, e poi le piogge torrenziali a invadere le città.

Tutto viene vissuto da buona parte della politica come se si trattasse di fatti normali, ineluttabili. Come fossimo di fronte a naturali processi entropici del mondo. Eppure sappiamo ormai da tempo che non è così, sappiamo con sufficiente certezza, grazie ad anni di studi, di ricerche, di approfondimenti e grazie all’esperienza diretta, che si tratta di fenomeni sempre più violenti, estremi, dovuti alle scelte politiche degli ultimi anni.

Fa specie come troppa parte della politica si accapigli, nelle ore immediatamente successive ai tanti e sempre più frequenti disastri (gli ultimi a Livorno e Roma), per individuare le responsabilità immediate di scarsa capacità di gestione emergenziale dei fenomeni. Quasi tutti guardano al particolare del momento, quasi nessuno si interessa delle cause che stanno portando il nostro Paese (e buona parte del nostro pianeta) al disastro annunciato.

Va chiarito una volta per tutte che le cause hanno a che fare con un modello di sviluppo che ha definitivamente rotto i ponti con la compatibilità fra l’estrazione e l’accumulo di ricchezza e il mondo. L’ambiente in cui viviamo è sempre più vissuto come un freno per la crescita economica delle solite capienti tasche, o tutt’al più come un bene privato da spremere fino in fondo, da cui estrarre profitto, fino alle estreme conseguenze. Conseguenze che si riversano con violenza sulla testa di tutti, mentre le forze politiche tradizionali tacciono complici, o addirittura negano l’esistenza del problema.

Walter Veltroni, su Repubblica, ha detto con sorprendente chiarezza che il Pd non è un partito a vocazione ecologista.

E d’altra parte, il Pd non è e non può essere un partito a vocazione ecologista perché non ha avuto sensibilità sui temi ambientali e, in particolare negli ultimi anni, ha attuato con maggiore virulenza e forza le ricette che per anni ha coltivato la destra. E fa specie che stamattina Matteo Renzi tenti di replicare a Veltroni, provando a suo modo a restituire al Pd una centralità sui temi ambientali e di riconversione del sistema economico, che semplicemente il Pd non ha.

Come ci si può stracciare le vesti per le decisioni “scellerate” di Trump di tornare a gas e petrolio, mentre proprio nelle ultime settimane sono state concesse dal governo italiano autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi al largo di Leuca, in Salento? La ratio mi pare la medesima.

La cifra delle politiche ambientali dei governi Pd è il “ciaone” del deputato Carbone ai comitati che si impegnarono nella campagna referendaria contro le trivellazioni, il giorno del voto, quando ormai appariva evidente che non si sarebbe raggiunto il quorum. E lo stesso Renzi nella sua lettera a Repubblica, in qualche modo, difende le trivelle adducendo la spiegazione che non inquinano il mare, al contrario della mancanza di depuratori. Come se non esistesse il problema del principio di precauzione, che in molte situazioni dovrebbe guidare le scelte politiche, economiche e di approvvigionamento energetico, nel caso di specie, per evitare disastri devastanti.

Come se, per esempio, non fossimo a conoscenza di quanto avvenuto per tanti anni in Basilicata, in Val d’Agri con il processo estrattivo e produttivo di idrocarburi, su cui il governo e il Pd non hanno proferito parola. E a poco serve la pur utile e sacrosanta legge sugli ecoreati, se non c’è un cambio di rotta politico delle scelte che si compiono.

Renzi propone l’ormai triste e vecchio gioco di certa politica, che scarica la responsabilità della mancanza di scelte su piani diversi da quello che le compete. L’introduzione di una fattispecie di reato non garantisce che il reato non venga compiuto e nulla toglie, purtroppo, al fatto che si continui a puntare in Italia su petrolio, gas, discariche, inceneritori, e via così.

Meravigliosa, poi, la difesa d’ufficio dello Sblocca Italia, di cui racconta, come di consuetudine solo una parte piccola e irrilevante, mentre nulla dice sulla concreta possibilità di cementificare che offre.

Con lo Sblocca Italia il Pd ha fatto con l’ambiente e con il territorio italiano, ciò che ha combinato ai lavoratori togliendo loro l’articolo 18: massima libertà per chi ha più potere contrattuale in mano e per chi deve a tutti i costi fare affari, a danno dei più deboli. Semplice, no? C’è alla base di queste scelte una idea di società abbastanza chiara e, dal mio punto di vista, anche abbastanza inquietante. Ovvero, da un lato la totale sottovalutazione della gigantesca questione ambientale in corso, che sempre più si lega alla questione sociale, e dall’altro, conseguenza della prima, l’assoluta mancanza di programmazione economica, industriale e ambientale per il futuro.

Tocca a noi fare questo lavoro. A noi che da qualche anno, ormai, poniamo con sempre maggiore forza il tema della transizione dei modelli produttivi verso forme compatibili con la tutela dell’ambiente, con la protezione del territorio e della qualità della vita.

Fa specie, per esempio, sentire che la Francia chiuderà con la vendita di auto a diesel e benzina entro il 2040, mentre in Italia una discussione simile, che è tutta politica e ha a che fare anche con gli equilibri geopolitici, sempre più influenzati dal tema dell’indipendenza energetica dei paesi, avviene solo nel recinto fondamentale dei centri di ricerca.

Quello dell’energia pulita è un tema fondamentale e cruciale per i prossimi anni, che va affrontato con lo sguardo lungo e con la consapevolezza di chi vuole salvare il presente per dare un futuro più degno a milioni di persone e alle prossime generazioni. Attenzione, non si tratta di ipotesi futuribili e realizzabili fra cento anni, ma di scenari ben più concreti e immediati se un paese come la Francia annuncia una decisione simile da raggiungere nell’arco di soli 23 anni.

Per altro, è di qualche settimana fa il risultato di una ricerca europea condotta da 27 ricercatori, che prevede per la sola Italia un aumento di 500.000 posti di lavoro e un risparmio annuale di 6.700 euro a persona, se ci fosse la transizione completa verso fonti di energia rinnovabile e pulita.

Nel mondo, invece, un piano di questo tipo, potrebbe generare 25 milioni di posti di lavoro.

E invece in Italia vengono adottate scelte diametralmente opposte, che restringono gli spazi economici e i profitti nelle mani di pochi grandi gruppi industriali votati al fossile, affamati di disastri, di incidenti e di ricostruzioni momentanee e incerte, per scaricare i costi sociali delle scelte su tutti gli altri cittadini.

Mai come in questo momento storico, quindi, c’è bisogno di nuova consapevolezza e di una forza politica che proponga con convinzione e intransigenza un cambio di rotta radicale. Soprattutto qui, in Italia, dove social democratici e conservatori condividono lo stesso impianto culturale rispetto alle politiche dello sviluppo economico, con la testa rivolta all’indietro.

Siamo al punto di rottura ed è urgente superare un modello di sviluppo che trae vantaggio dai disastri e dalla mancanza di cura del territorio e dell’ambiente e di programmazione a lungo termine. Non è più solo una “questione di sinistra”, ma di buon senso, con buona pace dei tentativi di recupero da parte di Renzi.

Huffingtonpost

Sull'Autore

Nicola Frantoianni

Nicola Frantoianni

Segretario Nazionale di Sinistra Italiana - deputato

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