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Attentato di Barcellona e misure di sicurezza

Attentato di Barcellona e misure di sicurezza
agosto 23
08:49 2017

Nei giorni scorsi sono stato in trasmissione sul La7 e mi è capitata una cosa che merita d’essere commentata. Il presentatore, Parenzo, mi ha chiesto cosa pensassi delle misure di sicurezza adottate in tutte le città italiane (barriere di cemento o fioriere per sbarrare la strada alle auto o gruppo di militari con mitragliatore in collo con jeepponi ecc.) ricordando come, se Barcellona avesse accettato di installare barriere, l’attentato delle Ramblas non ci sarebbe stato. Ho risposto che le difese fisse sono la difesa più stupida ed inutile che si possa immaginare, perché il terrorista studia il teatro della sua azione e che adegua alle condizioni presenti, per cui, nel caso specifico di Barcellona, non ci sarebbe stato quell’attentato perché ne avrebbero fatto uno diverso o non usando mezzi automobilistici, ma, ad esempio, attentatori suicidi, o avrebbero fatto l’attentato da un’altra parte.

Un esperto di sicurezza presente, si agitava nervosamente sulla sedia ha puntualizzato che si, certo, il terrorista modifica il suo comportamento, ma almeno gli rendiamo più difficile la vita (e sai che soluzione!). Poi mi hanno chiesto cosa farei io ed ho risposto che adotterei una tattica diversa: uomini ed auto in borghese con l’ordine, in caso di attacco terroristico, di aprire il fuoco senza preavviso sugli attentatori. Apriti cielo!

Sansonetti e Sallusti, in singolare concordanza di intenti, mi dicevano che la mia era una proposta inammissibile, che in questo modo si mette a rischio la vita della gente e così via. Gli si leggeva negli occhi il terrore di prendere sul serio la sfida terrorista che vogliono solo allontanare con qualche placebo. Nel pochissimo spazio che avevo ho fatto una domanda cui nessuno ha risposto: ma se a Barcellona fossero stati sul posto dei poliziotti, come è normale armati, non avrebbero aperto il fuoco? Aggiungo in questa sede, quel giovanottini in divisa di guardia nei possibili teatri di attentati, che ci stanno a fare? Se c’è un attentato debbono sparare o no? E se no, perché metterli in bella vista con tanto di fucili mitragliatori, che non devono usare? Per farne bersagli?

I miei scaltri interlocutori si stavano comportando come quelli che se gli indichi la luna, guardano il dito. La differenza fra quello che propongo e quello che si sta facendo, non è sullo sparare, che in ogni caso sarebbe inevitabile, ma sul fatto che loro vogliono misure a vista (barriere, divise, mezzi militari riconoscibili) ed io voglio il grado zero di visibilità. Se metti gruppi di militari in divisa o barriere di cemento, rendi manifesto il tuo apparato difensivo al terrorista che, invece, non deve mai sapere se e quanti uomini ci siano in un certo posto, quante auto della polizia ci siano il zona, quante videocamere collegate alla centrale ci siano in giro, quali altri apprestamenti difensivi ci siano. E questo gli rende effettivamente più difficile la vita. Senza calcolare l’effetto psicologico che avrebbe sulla gente una battaglia vinta “sul capo” impedendo o bloccando una azione terroristica.

E sin qui parliamo di difesa, ma poi dovremmo parlare di offensiva, ma diremo in altro pezzo. Non dovrebbe essere difficile essere d’accordo e, invece, i miei contraddittori preferiscono mezzi in bella vista come dissuasori. Poi, ripeto, il terrorista complisce nel punto che gli lasci sguarnito e, siccome è impossibile coprire tutti i possibili obiettivi, la guerra (perchè di guerra si tratta: asimmetrica, non ortodossa, irregolare, a bassa intensità o come vi pare ma sempre guerra è) proseguirà da altre parti, magari più periferiche.

A me interessa difendere, per quanto possibile, la vita dei cittadini, a loro interessa creare un senso si sicurezza fra la gente che abbia la sensazione di essere protetta anche se le difese sono le più inutili. Insomma, io voglio la visibilità zero, loro vogliono la parata sui fori imperiali, con tanto di divise e di fanfara. Il coro unanime è: “Non cambieranno il nostro stile di vita”, “non dobbiamo aver paura”, “dobbiamo sconfiggere il terrorismo dimostrando di non temerlo” e persino “Dobbiamo abituare i cittadini a convivere con il terrorismo”. Quindi, dobbiamo “normalizzare” il terrorismo abituandoci alla sua presenza.

Ma cosa c’è dietro questa litania di inviti al coraggio? Semplicemente il terrore che gli attentati intacchino il businnes del turismo, della movida, degli eventi sportivi eccetera e, visto che ci siamo, serve a rassicurare i cittadini in prossimità di scadenze elettorali.

Dunque, l’importante non è che le misure servano a proteggere realmente i cittadini ma a creare in loro un falso senso di sicurezza. Ma la verità è che questi non hanno la più pallida idea di cosa e come fare per vincere la guerra con il terrorismo jihadista.

E con questi generali ed esperti di sicurezza vogliamo vincere la guerra? Il confronto però non è stato inutile, se di Sallusti mi ha compito, come sempre, l’intelligenza delle osservazioni… l’intervento di Sansonetti mi ha fatto capire una cosa: perché, quando fu direttore di Liberazione, il giornale chiuse.

Sull'Autore

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

Ricercatore in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Milano

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