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PUGLIA/Capitanata, la mafia è invisibile, lo Stato pure

PUGLIA/Capitanata, la mafia è invisibile, lo Stato pure
agosto 10
18:10 2017

La strage di mafia ieri nel foggiano in cui in un agguato in campagna, sono stati ammazzati il capoclan Mario Romito, suo cognato e due contadini, testimoni involontari e innocenti? Nessuna meraviglia, il sonno dello Stato e della ragione genera mostri. L’agguato a colpi di mitra è avvenuto nei pressi di una piccola stazione delle Ferrovie del Gargano, in aperta campagna, ormai chiusa, tra San Marco in Lamis e San Severo, laddove Sergio Rubini girò il suo bel film “La Stazione”. Da film sentimentale a tragica realtà della stazione il passo non è stato breve. Ci sono voluti vent’anni, in cui i clan mafiosi, inizialmente in embrione, crescevano man mano, spacciando droga, arricchendosi con il pizzo e i furti d’auto, il traffico di rifiuti e quant’altro potesse servire. Vent’anni in cui le istituzioni dello Stato non hanno mai voluto riconoscere lo status di mafia ai clan, seppure vi fossero stati decine di morti, sminuendoli a faide tra allevatori sul Gargano interno, a bande di spacciatori su quello costiero turistico, a quello di bande cittadine a Foggia e nei grandi centri del Tavoliere, Cerignola, San Severo, Manfredonia.
Portata per infezione contagiosa negli anni ’80 a Foggia, dai confinati di camorra, tra i quali un vice di Cutolo, che trasformavano le vecchie bande balorde della città in “società” mafiosa vera e propria, fosse stata fermata sul nascere, non ne avremmo sentito più parlare. Si ricordano ancora i folcloristici vecchi boss che campavano di contrabbando e affarucci sporchi, panzoni e ignorantissimi, dovevano persino lavorare sotto padrone e commerciare per campare, o fare i papponi di strada. Trattati per babbei qual erano e presi a schiaffi pubblicamente dai cittadini più coraggiosi.

Poi tutto cambiò, i rubagalline si fecero feroci criminali. Dopotutto, altro che piccolo contrabbando, era arrivata la cocaina, la prostituzione si faceva internazionale, sul Gargano arrivavano i turisti milanesi, gran consumatori di coca e tasche piene di sghei, e poi migliaia di imprese turistiche da taglieggiare.
Laddove la “società” foggiana si organizzava a misura di quella, contigua, campana, “aperta”, dunque più facilmente visibile, anche perché si lanciava in affari con l’imprenditoria cittadina, figurando come mafia dei “colletti bianchi”, quella garganica, chiusa e montanara, si rifaceva alla impenetrabile ‘ndrangheta familiare calabrese, diventando così “invisibile”, solo a chi non voleva vedere, come la definì il giudice Domenico Seccia in un suo storico libro.
Laddove i clan familiari crescevano, nel numero di 26 arruolando 800 uomini, investendo capitali nelle attività economiche edilizie e turistiche, condizionando molti politici e uomini delle istituzioni, cui portavano voti e soldi, la risposta dello Stato era insufficiente o assente, per mancanza di uomini e mezzi certo, ma più di tutto per precisa volontà politica. Parliamone.

Esemplare è stata la vicenda dello stesso giudice Domenico Seccia, procuratore capo del Tribunale di Lucera. Il cinquantenne barlettano che, un decennio fa, si mise all’opera efficacemente, arrivando vicino alla distruzione della mafia garganica, inchieste clamorose, arresti molteplici, pentiti, vieppiù donne di mafia come Rosa Di Fiore, che rivelavano l’orrore esagerato e facevano i nomi dei responsabili. Orrori osceni, dei quali vi risparmio i dettagli, inutili se non al sensazionalismo da serial pulp, sul quale campano certi sceneggiatori. L’osceno è tale perché nell’antica tragedia greca era “o-scena”, ovvero fuori scena, e seppure aleggiasse sulla tragedia non si raccontava, per non deviare il senso della trama verso facili emozioni. Per combattere il male, il Logos deve prevalere sul Pathos.
La vittoria del Giudice Seccia sembrava vicina. Intanto, sul Gargano gli imprenditori, stanchi di pagare il pizzo, si organizzavano in antiracket, combattendo apertamente le bande criminali, mentre a Foggia, dove le imprese edilizie erano in qualche modo vittime e complici della “società”, gli imprenditori ci arrivavano qualche anno dopo a dire no al pizzo.
Che cosa fece lo Stato per aiutare la lotta contro la mafia condotta dalla buona magistratura e dalla popolazione? Nel 2012, chiuse il tribunale di Lucera, competente per il Gargano, con il pretesto del “riordino dei tribunali” e trasferì il giudice Seccia nelle Marche. A nulla valse la protesta di diecimila cittadini su trentamila abitanti lucerini, a nulla valse che il vescovo di Lucera suonasse le campane a morto nel giorno del Santo patrono, tutto fu vano: dove non arrivò la mafia, arrivò lo Stato. Prima i giudici antimafia s’ammazzavano, ora si delegittimano o si trasferiscono.

La mafia garganica riprendeva forza, dandone anche a quella foggiana, poiché investiva in città, nel mattone, più redditizio della stessa droga e del pizzo, pur continuando a praticare le due attività di base. Seguirono anni di pax mafiosa, rotta solo dalle bombe notturne contro i commercianti renitenti e da qualche omicidio tra boss garganici. Una pax mafiosa di cui tutti tacevano, politici collusi e magistrati silenti. Vent’anni in cui in nessun processo i boss erano condannati con l’aggravante dell’associazione mafiosa, così scampando al 41bis e al sequestro dei beni. Solo un mese fa il tribunale di Bari ha riconosciuto l’aggravante a un boss garganico.
Il tribunale di Foggia ingolfato, pochi i giudici e scarsi i carabinieri e poliziotti, mentre i boss s’arricchivano continuando ad ammazzarsi tra loro, i cittadini si organizzavano. A Vieste in una forte associazione antiracket formata da imprenditori turistici, a Foggia facendo nascere il comitato “Appelliamoci” che chiede l’istituzione della Dia e della Dda, insieme alla mancante Corte d’appello.

Oltre la carente opera di repressione, manca totalmente quella di prevenzione sociale, la più importante. La Capitanata, ormai desertificata economicamente, è tra le province più povere, il reddito pro capite si attesta al di sotto di quello greco, ha il 65% di giovani senza lavoro, percentuale che tra le donne raggiunge l’85%. Lo Stato nega investimenti pubblici che aiutino lo sviluppo e rifiuta di concedere qualsivoglia paracadute sociale, tipo il reddito di cittadinanza, utile più di tutto al Sud.
Oggi il ministro Minniti viene a Foggia per un incontro sul da farsi. Benvenuto ministro, ma il sospetto che si tratti della solita passerella di Stato è d’obbligo. C’è un unico modo per fugarlo, ascoltare i cittadini, i magistrati e gli investigatori e dare loro soddisfazione.
Se lo stato volesse per davvero eliminare il problema, lo farebbe in pochi anni, ma vuole? Per dirla con Sciascia, lo Stato per sconfiggere la mafia dovrebbe suicidarsi.

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Raffaele Vescera

Raffaele Vescera

Giornalista e scrittore

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