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I disastrosi Governi Crocetta e la assoluta incapacità politica della classe dirigente siciliana

I disastrosi Governi Crocetta e la assoluta incapacità politica della classe dirigente siciliana
agosto 03
11:32 2017

Pietro Perconti, nel suo intervento sul quotidiano “La Repubblica” della settimana scorsa, registrando la preoccupante impasse politica offerta dall’esperienza Crocetta e dal clima da “Hotel Abisso” che vive la nostra isola, ha provato a rimettere al centro un tema al quale Pietrangelo Buttafuoco, appena tre anni fa, era riuscito a dare un certo clamore nazionale, con il suo “Buttanissima Sicilia”, rivendicando l’iperbole di una sorta di commissariamento politico della Regione, perseguendo l’obiettivo radicale dell’eliminazione di quella “autonomia speciale”, identificata come la causa dei fallimenti di tutte le esperienze di governo degli ultimi decenni nell’isola. Vi è da dire che, a tutt’oggi, dopo mesi estenuanti di ricerca – da parte del principale partito di governo –, la figura di un Presidente di prestigio e autorevole, quale candidato all’ARS appare un’araba fenice, a poco meno di quattro mesi dal voto, imponendo un’impasse che rischia di implodere, mentre un clima di profondo scollamento tra società e Istituzioni, cittadini e politica, sembra rappresentare il dono avvelenato che l’esperienza confusa, approssimativa e inconcludente dei Governi Crocetta consegna all’isola. Certamente, Perconti ha ragioni da vendere nel rimarcare il fallimento generale – e “terminale” – della classe dirigente siciliana, a tutti i livelli: politici, istituzionali e dell’alta burocrazia regionale, compresa una parte del ceto imprenditoriale che – con le dirette mediazioni dei vertici di Assindustria Sicilia – ha potuto intrecciare “relazioni pericolose”, bloccando o imponendo scelte strategiche fondamentali – dalla gestione dei rifiuti, alle gestioni dell’acqua, ecc. – che purtroppo continuano ad inchiodare la Sicilia nell’arretratezza. Tuttavia, anche Perconti, come Buttafuoco – e non possiamo non rilevare come sembra poi caduto nel dimenticatoio l’appello dei tre coraggiosi (Buttafuoco, Claudio Fava e Fabrizio Ferrandelli) che, nell’ottobre del 2015, assumevano in comune la battaglia contro l’autonomia speciale, nell’illusione di aprire un processo costituente in un’isola in caduta libera di “rappresentanza” –, sembra rinviare le ragioni dell’attuale “rovina” politico-istituzionale dell’isola proprio in quello Statuto speciale che, dal secondo dopoguerra, ha conferito funzioni e poteri esclusivi ai Governi della Regione, sino a toccare il punto di preoccupante delegittimazione istituzionale, lungo il trittico Cuffaro-Lombardo-Crocetta.

Tuttavia, sorge il dubbio che il bersaglio individuato anche da Perconti rischi di trasferire sul piano istituzionale – o addirittura, “costituzionale”, visto che a tale livello rimanda la natura dello Statuto speciale – quella che a noi sembra una profonda crisi “politico-partitica”, di rappresentanza e di legittimazione dell’intero ceto politico e burocratico siciliano, e che un esame attento dei fallimenti dell’esperienza Crocetta sembra confermare in modo inoppugnabile. Infatti, se mettiamo insieme i pezzi del mosaico legislativo di riforme (mancate e/o fallite!) che hanno connotato i Governi Crocetta dal 2012 a oggi, è indubbio come la parte decisiva di tale attività abbia riguardato la funzione “ordinaria” della Regione. In altri termini, i fallimenti accumulati, le improvvisazioni o il pressappochismo che hanno segnato le diverse attività in questi cinque anni di ARS – dal cosiddetto “flop day” del “piano giovani” alla mancata utilizzazione dei fondi U.E.; dall’assenza di una chiara politica energetica e del “piano rifiuti” al devastante quadro della rete (ferro)viaria siciliana; dallo scandalo dei 700 milioni di euro sulle reti idriche (non utilizzati per impicci burocratici), dallo scontro tra Riscossione Sicilia e l’ARS alla bocciatura di 180 milioni di Euro di Fondi U.E. per le coltivazioni biologiche in agricoltura; dalla fallita riforma delle Province, aggravando il dissesto finanziario e funzionale di questi Enti nei territori, sino al dramma della mancata prevenzione degli incendi di quest’estate – rimandano esclusivamente all’ordinaria funzione di governo politico dell’Ente, al “ruolo ordinario” della Regione (tralasciamo i fatti segnati da corruttela, derivanti dalla pervasività finanziaria della Regione), alla assoluta incapacità politica della classe dirigente siciliana. Basti fare il confronto con la Puglia, regione a statuto ordinario, che nel corso delle due ultime legislature – su temi analoghi a quelli negativi indicati in merito ai vari governi siciliani –, ha saputo esprimere processi di modernizzazione politico-istituzionale. In altri termini, è al livello politico-partitico – “statuto speciale” o meno – che rimanda la crisi profonda di legittimità della classe dirigente siciliana degli ultimi decenni. Assumere come causa dei mali e fallimenti della Sicilia politica il tema dello statuto speciale, rischia di deviare la capacità critica di una risposta politico-culturale e strategica all’altezza delle attuali contraddizioni. Il che non vuol dire escludere come questione “nazionale” il tema della permanenza di una radicale differenza tra Regioni a statuto ordinario e a statuto speciale. Ma questo presupporrebbe l’autorevolezza di una classe dirigente nazionale in grado di prendere il toro per le corna della costruzione federalistica dello Stato, con un respiro strategico opposto a quello che ci ha condotto al referendum del 4 dicembre scorso.

Sull'Autore

Roberto Fai

Roberto Fai

Roberto Fai, già Presidente del Collegio siciliano di Filosofia, ideatore e promotore del Premio di Filosofia Viaggio a Siracusa, è dottore di ricerca in “Profili della cittadinanza nella costruzione dell’Europa”. Collabora con la cattedra di Filosofia del diritto e Metodologia della Scienza giuridica dell’Università di Catania. Ha curato con Elio Cappuccio il volume Figure della soggettività, 1995, e insieme a Pietro Barcellona e Fabio Ciaramelli il volume Apocalisse e post-umano. Il crepuscolo della modernità, 2007.

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