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L’Italia di oggi vista dall’ISTAT: sempre più poveri e all’estero non contiamo più

L’Italia di oggi vista dall’ISTAT: sempre più poveri e all’estero non contiamo più
maggio 23
13:59 2017

Non spetta certo all’Istituto di Statistica spiegare perché il nostro Paese si è ridotto in questo modo. E’ inutile nasconderlo: sotto il profilo economico l’unica cosa che cresce nel nostro paese è la povertà, ormai di massa. Pochi hanno il coraggio di ammettere che tutto questo coincide, guarda caso, con l’avvento della moneta unica europea.

Negli anni ’80 del secolo passato l’Italia era uno dei Paesi industriali più importanti del mondo. Oggi il nostro Paese sembra irriconoscibile. Ci sono 6,4 milioni di cittadini senza lavoro e sono cresciute a dismisura le mense per i poveri. Buona parte di grandi e anche di medie imprese che un tempo erano di proprietà di imprenditori del nostro Paese sono state vendute a soggetti esteri. Ci dicono che è un fatto positivo, perché così la nostra economia è internazionalizzata. Ma se fosse positivo com’è che aumenta la disoccupazione? E perché aumenta la povertà?
Negli anni ’80 del secolo passato le partecipazioni statali italiane – IRI, ENI ed EFIM – erano, nei rispettivi settori, tra le prime al mondo. Oggi rimane solo l’ENI, che conta sempre meno.
L’Italia è cambiata. In peggio. Se n’è accorto perfino l’ISTAT che, a corrente alternata, ci racconta della scomparsa della classe piccolo borghese e operaia. Sì, i rappresentanti di quella che era la classe intermedia, oggi, spesso non arrivano a fine mese, impoveriti da una sanità che in buona parte è a pagamento (chissà perché questo non lo dice nessuno: perché nascondiamo il fatto che una percentuale di medicinali sempre più alta è a pagamento e se non si paga ed è prescrivibile si deve pagare il ticket?) e da una pressione fiscale che è tra le più alte d’Europa.
L’ISTAT, nel suo ultimo ‘Rapporto annuale’ traccia una nuova mappa socio-economica dell’Italia. Il nostro Paese viene diviso in nove gruppi, in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza. Non si guarda più alla professione, come avveniva nel passato con le classificazioni tradizionali.
I due sottoinsiemi più numerosi individuati dall’ISTAT sono le ‘famiglie di impiegati’, considerate benestanti (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e le ‘famiglie degli operai in pensione’, una fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone).

Giorgio Alleva, presidente dell’ISTAT, dice che le persone in cerca di occupazione sono 3 milioni” nel 2016. Ma aggiunge che, a questi, bisogna sommare le “forze di lavoro potenziali”: cioè le persone che vorrebbero lavorare, ma non hanno cercato lavoro. Cosi si arriverebbe a 6,4 milioni di disoccupati.

Secondo l’ISTAT, il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle “famiglie a basso reddito con stranieri” (1,8 milioni di famiglie pari a 4,7 milioni di persone); seguono le ‘famiglie a basso reddito di soli italiani’ (1,9 milioni di famiglie, pari a circa 8,3 milioni di persone) e le meno numerose ‘famiglie tradizionali della provincia’. Poi c’è il gruppo che riunisce “anziane sole e giovani disoccupati”.

Per motivi che non ci è facile comprendere l’ISTAT considera a reddito medio le famiglie di operai in pensione e i ‘giovani blu collar’ (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). La nostra, magari, è una visione legata al fatto che viviamo in Sicilia: ma nella nostra Isola gli operai in pensione, spesso, non ci sembrano a reddito medio: semmai a reddito basso.

Nell’area dei benestanti, l’ISTAT inserisce le ‘famiglie di impiegati’ e i titolari delle cosiddette ‘pensioni d’argento’ (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Passino i ‘pensionati d’argento’: ma come si fa a dire che gli impiegati sono benestanti, soprattutto se sono famiglie monoreddito?

Sempre secondo l’ISTAT, quelli che se la passano meglio – un tempo si chiamavano i ‘ricchi’ – sarebbero i rappresentanti della cosiddetta ‘classe dirigente’ (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone).

“- si legge nel ‘Rapporto’ dell’Istat -. La crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni, ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse”.

Vediamo, adesso, per grandi linee gli scenari descritti dall’ISTAT.

Giovani a casa dai genitori – Quasi sette giovani under 35 su dieci vivono ancora nella famiglia di origine. Motivo (aggiungiamo noi): non hanno dove andare perché il lavoro non c’è. L’ISTAT ci dice che nel 2016 i giovani di età compresa tra 15 e 34enni sono il 68,1% dei coetanei, corrispondenti a 8,6 milioni di persone.
In crescita le famiglie senza lavoro – Nel 2016, in Italia, si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro: ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro.

L’Italia non è un Paese per giovani – La popolazione italiana invecchia. Al 1 gennaio 2017 la quota di persone che ha raggiunto i 65 anni di età sfiora il 22%; ciò significa che il nostro Paese presenta un livello che è tra i più alti al mondo.

Il cibo – L’ISTAT ci presenta un’Italia divisa anche a tavola. Le cosiddetta famiglie ‘ricche’ – che vengono identificate con la classe dirigente (ma tale identificazione fino a che punto è vera?) – spendono, per i cibo, una cifra doppia rispetto alle ‘famiglie a basso reddito con stranieri’. Le famiglie ‘ricche’ spenderebbero ogni mese 3.810 euro, mentre le famiglie povere 1.697 euro.

Gli stranieri – Secondo l’ISTAT, nel nostro Paese vivrebbero 5 milioni di stranieri. L’Istituto li considera residenti (sarebbe interessante sapere quanti di questi residenti hanno già la cittadinanza). In prevalenza, ci dice sempre l’ISTAT, vivrebbero nel Centro Nord Italia (ovviamente l’ISTAT non tiene conto di chi non è censito: e nel Sud i non censiti sono tantissimi). La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%).

Che dire? Che, oltre che una ‘radiografia’ dello stato attuale delle cose, servirebbe anche un perché delle cose. Perché l’Italia è più povera? Il Pci, negli anni ’80 del secolo passato, criticava il sistema di Governo italiano. Stigmatizzavano la corruzione. Ma quando governavano Dc e Psi l’Italia era un paese ricco è temuto. Oggi che a governare sono gli eredi del Pci e gli eredi della sinistra democristiana (che insieme hanno dato vita al PD) più Berlusconi l’Italia è ridotta malissimo.

Non tocca all’ISTAT individuare i motivi della crisi. Ma è sotto gli occhi di tutti che, da quando l’Italia è entrata a far parte dell’Euro a trazione tedesca, la povertà è aumentata a dismisura e il nostro Paese, a livello internazionale, non conta più nulla. E’ un fatto oggettivo, sotto gli occhi di tutti. Prendiamone atto.

Sull'Autore

Angelo Forgia

Angelo Forgia

Agronomo, impegnato nel sociale, amante della natura.

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