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L’arcivescovo di Palermo rivela il suo volto di despota?

L’arcivescovo di Palermo rivela il suo volto di despota?
Aprile 04
12:45 2017

 

A qualche osservatore è sembrato strano, anzi decisamente inopportuno, che l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice abbia assunto, in pochi giorni, due decisioni severe dal punto di vista disciplinare: ha negato al sedicente veggente brasiliano Pedro Regis (interlocutore abituare della Madonna)      la possibilità di esternare la propria esperienza in una chiesa cattolica  e ha destituito dalla funzione di parroco don Alessandro Minutella   (che ha ripetutamente sostenuto che, Bergoglio a Roma e Lorefice a Palermo, con l’eccessiva permissività verso gay e divorziati, stanno tradendo l’autentico insegnamento cristiano o per lo meno cattolico, riducendo l’intera chiesa a una “meretrice”).

Non è questa la sede per entrare nel merito delle questioni sollevate: in un breve articolo non si può certo pretendere di dimostrare perché il vescovo di Roma e il vescovo di Palermo costituiscono una novità per la (lettera della) tradizione cattolica, ma una continuità per l’originario (spirito del) messaggio gesuano.

Mi limito dunque a una questione di metodo.

Agli osservatori esterni al mondo cattolico che, come il mio amico Francesco Palazzo, ritengono “medievale” la decisione di censurare il sedicente veggente osservo che in una situazione sociologica medievale  – cioè di monopolio esclusivo degli spazi pubblici da parte della Chiesa cattolica – sarebbe antidemocratico togliere a chicchessia il diritto di parola. Ma, per fortuna, siamo in una società secolarizzata dove chi vuole uno spazio, un teatro, un cinema, un’aula scolastica o universitaria…trova facilmente ciò che cerca. Deve per forza parlare in un ambiente cattolico? Se si intestardisce su questa richiesta è perché, apertamente o cripticamente, desidera che le sue idee abbiano per così dire il supporto dell’autorità ecclesiastica. Dunque mi pare lapalissiano che la medesima autorità decida quando e a chi dare il proprio supporto. Quando nel 2000 l’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” ha invitato a Palermo don Giovanni Franzoni (già ex-abate benedettino destituito e “ridotto allo stato laicale” per punizione dal Vaticano), il Rettore dell’Istituto “Gonzaga” che ci ospitava gratuitamente ebbe una tirata d’orecchie dall’Arcivescovo dell’epoca e ci invitò gentilmente a trasferirci per sempre altrove. Ce ne siamo andati in punta di piedi, senza battere ciglia: un’associazione laica come la nostra non poteva avanzare alcun diritto di ospitalità da un’istituzione cattolica che riteneva inopportune le nostre scelte culturali (quali, nel caso in particolare, invitare un teologo ritenuto – dal Magistero del tempo – eretico).

Nel caso del parroco di Romagnolo le obiezioni di un altro mio stimato amico, Luciano Sesta, sono di segno diverso, ma non opposto. Il mondo laico e cattolico-progressista sta plaudendo le decisioni dell’Arcivescovo: ma starebbero sulle stesse posizioni se, a essere colpito dai provvedimenti disciplinari, fosse un parroco di idee avanzate anziché uno di idee conservatore-reazionarie? Evidentemente non posso rispondere a nome di tutti quelli che – come me – plaudono alla decisione dell’Arcivescovo Lorefice. Per quanto mi riguarda, nei primi trent’anni della mia vita ho frequentato vari ambienti cattolici e, dopo gli studi di filosofia a Palermo e di scienze sociali alla “Sapienza” di Roma, ho completato un primo ciclo di studi al ”Laterano” (che, come è noto, è un’Università pontifica). Lo studio ‘scientifico’ della teologia mi ha convinto dell’insostenibilità della dottrina cattolica e, dunque, da quel momento, il mio insegnamento, le mie esternazioni in presenza, le mie pubblicazioni…hanno preso una piega inconciliabile con l’ortodossia cattolica. Con gradualità – per convincimento personale o  su inviti più o meno cortesi – ho così abbandonato tutti gli incarichi che comportavano una missio canonica  o comunque una qualche forma di riconoscimento ecclesiale (insegnamento di religione cattolica nei licei statali, insegnamento di teologia filosofica nell’Istituto di scienze religiose di Monreale, segretariato nazionale dell’Associazione docenti italiani di filosofia…). Mai mi sono sentito vittima, perseguitato, emarginato. Nessuno mi obbligava a dirmi cattolico, ero libero di aderire o meno alle regole della Chiesa cattolica. Ero anche libero di tentare di cambiare le regole che non condividevo, come facevano o continuano a fare i miei amici del movimento internazionale  operante anche a Palermo “Noi siamo chiesa” ; ma non ero  libero di restare nella Chiesa cattolica e pretendere di presentarmi in pubblico come suo esponente, pur senza condividerne la maggior parte dei dogmi e delle norme morali.

La chiarezza delle posizioni non esclude, anzi può persino incentivare, la cordialità delle relazioni personali. L’unica volta che, in un’occasione pubblica, ho incontrato don Lorefice, ha avuto delle parole molto lusinghiere sul mio conto. Quando gli ho risposto che, sebbene esterno alla Chiesa cattolica, sarei stato lieto di collaborare con lui su progetti specifici (soprattutto circa la cultura antimafia), mi ha risposto sorridendo che “la diversità è un dono dal coltivare”. E mi ha abbracciato.

Se questa chiesa è più simpatica ai “laici” della chiesa di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI, dei cardinali De Giorgi e Romeo, i cattolici nostalgici dei “valori non negoziabili” (quasi tutti afferenti alla sfera sessuale) e del “muro contro muro” dovranno farsene una ragione.

Sull'Autore

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Filosofo consulente riconosciuto dall’Associazione “Phronesis”

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