NientediPersonale.com

SECONDA PARTE/Le origini del Movimento dei Fasci siciliani

SECONDA PARTE/Le origini del Movimento dei Fasci siciliani
febbraio 13
13:29 2017

“Addirittura, Antonio Labriola definisce il movimento come il primo atto del socialismo proletario in Italia. Ben presto però, di fronte al dilagare dei tumulti in molti comuni siciliani, i socialisti prendono le distanze. Non è un caso che, in questo contesto, possa registrarsi un giudizio tranchant come quello di Gaetano Salvemini il quale non si fa scrupolo di definire quanto accedeva in Sicilia “una convulsione isterica, nella quale il socialismo ci entrò solo perché essendovi nel resto del mondo un partito socialista rivoluzionario questi affamati saccheggiatori di casotti daziari credettero di essere socialisti anche essi.” D’altra parte, la rigida interpretazione marxista che era prevalsa nella prima fase del socialismo italiano rifiutava la possibilità che un movimento socialista potesse nascere in un contesto non industrializzato nel quale non potevano riscontrarsi le condizioni tipiche della lotta di classe, e cioè lo sfruttamento operaio , l’alienazione del lavoro, il plusvalore. L’impostazione riformista dava, dunque, l’alibi al Partito socialista per prendere, come difatti avvenne, le distanze dal Movimento. Non c’era motivo per appoggiare un movimento politico che si manifestava non ortodosso rispetto ai canoni del socialismo scientifico. Infatti, nel luglio del 1893, al congresso di Reggio Emilia il Partito Socialista dei lavoratori italiani, la nuova denominazione assunta, prende le distanze dal Movimento. Peraltro, sulla questione, fu interpellato lo stesso Engels, che non ebbe esitazioni ad affermare che un partito troppo giovane e troppo debole non poteva rischiare il suo avvenire per impegnarsi in un’avventura che non appariva in linea con la idea che i marxisti avevano della lotta di classe. In poche parole il Movimento venne abbandonato al suo destino proprio nel momento in cui la borghesia italiana, dando il benservito a Giolitti, aveva richiamato l’uomo forte alla guida della nazione, cioè Francesco Crispi. Di quanto accadeva nel resto del Paese, la insufficiente lucidità politica dei dirigenti del Movimento non percepì nella sua gravità. L’avvento di Crispi significava, in poche parole, l’archiviazione della politica di “tolleranza” e di “vigile attenzione” che aveva fatta propria l’uomo di Dronero. A quel punto infatti sarebbe stata utile una ridiscussione dei metodi di azione, ma tutto proseguì come prima accentuando fenomeni di intemperanze e in qualche caso anche di violenza. La risposta del Governo fu un maggiore rigore che tuttavia non poteva soddisfare la borghesia e gli agrari che chiedevano molto di più e che interpretavano quella “tregua di Dio”, che il nuovo presidente del consiglio aveva chiesta al momento del suo insediamento, come ritorno allo statu quo ante. Senza volerlo giustificare, si può dire che Crispi, l’ex rivoluzionario democratico, non fu aiutato in questo momento critico. Il presidente del consiglio infatti per sfuggire alla richiesta estrema di proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia, si rivolse a Napoleone Colajanni, il suo avversario, per tentare una pacificazione. Di fronte al fallimento di questa sua iniziativa, di fronte al crescere delle violenze, avendo anche chiaro che l’opposizione socialista non sposava la causa dei Fasci, il 3 gennaio 1894, dopo aver chiesto l’autorizzazione alle Camere, proclamava lo stato d’assedio nominando commissario straordinario il generale Roberto Morra di Lavriano. Il generale, cui era stata data carta bianca, non ebbe esitazioni nel procedere, con estrema durezza, allo scioglimento del Movimento. I Fasci siciliani, primo e forse unico movimento di massa della storia isolana, furono infatti repressi alla stregua di un fenomeno criminale come lo era stato il brigantaggio che per lungo tempo aveva impegnato le milizie del Regno nel Mezzogiorno d’Italia. La repressione ebbe l’effetto di soffocare la capacità spontanea di autonoma autorganizzazione delle masse pur in assenza di avanguardie che ne guidassero lo sviluppo e mortificò la capacità dell’isola di essere la terra delle iniziative rivoluzionarie. Amara la conclusione del già rivoluzionario Francesco Crispi che, qualche giorno dopo, parlando col presidente del Senato, Farini, non senza amarezza confessò: «Mah! Chi mi avesse detto che io dovrei essere il Del Carretto della libertà».

Sull'Autore

Pasquale Hamel

Pasquale Hamel

Pasquale Hamel, nato nel 1949, residente a Palermo. Laureato in Giurisprudenza e filosofia, docente universitario, è stato funzionario parlamentare, giornalista e, attualmente, direttore del Museo del Risorgimento di Palermo. Autore di numerosi saggi sulla storia della Sicilia, si è ultimamente occupato del problema islamico.

Cerca nel sito

Seguici su

Iscriviti al blog tramite email




live euronews

Commenti Recenti

Mi permetto di sottolineare che, se è vero che Armao sia stato uomo della squadra...

Concezione shumpeteriana della politica...

Se non Le interessa sapere cosa fanno, cosa scrivono e dicono i "grillini", ce ne...

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial