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PRIMA PARTE/Le origini del Movimento dei Fasci siciliani

PRIMA PARTE/Le origini del Movimento dei Fasci siciliani
febbraio 12
09:01 2017

 

Cosa fu il Movimento dei Fasci siciliani e quali sono le sue origini ? Per rispondere a queste domande, bisogna fare un passo indietro nel tempo per confrontare lo stesso movimento con l’associazionismo operaio che negli ultimi anni del governo della destra storica, con il patrocinio di Giuseppe Garibaldi e l’attivismo di Andrea Costa, si manifestarono in alcune aree dell’Italia centro-settentrionale. Proprio in quell’area, promossi da gruppi anarco operaisti avevano dato vita Il primo Fascio nasce infatti a Bologna nel 1871, cui segue quello di Firenze. In Sicilia bisogna aspettare il 1888, quando Nicola Petrina fonda a Messina il primo Fascio. Nel 1891, promosso da Giuseppe De Felice Giuffrida, nasce quello di  Catania cui segue, nel 1892, quello di Palermo, promosso da Rosario Garibaldi Bosco. A favorire la loro costituzione è la grande crisi dell’agricoltura siciliana che aveva interrotto, drasticamente, lo sviluppo e l’espansione del ventennio precedente. La crisi aveva avuto un’accelerazione a seguito della guerra commerciale con la Francia che penalizzò i comparti produttivi su cui si era maggiormente investito. A fare le spese di questa situazione furono soprattutto le masse contadine, il cui disagio sociale era già evidente nei momenti di espansione economica e che ora erano ridotti ai limiti della sussistenza. Fu dunque quasi naturale che, nonostante la poca disponibilità a stare insieme, si manifestarono, in modo spontaneo, fenomeni di aggregazione tra contadini, braccianti, mezzadri e piccoli proprietari a cui si unirono artigiani e commercianti. In questo modo vennero per essere rivitalizzati e allargati i programmi delle già presenti Società operaie di Mutuo soccorso. Le proposte iniziali del Movimento, a parte il mutuo soccorso, puntavano soprattutto alla creazione di cooperative di lavoro e di cooperative di consumo nei comuni aperti a seguito dell’abbattimento della cinta daziaria. Solo in una fase successiva la piattaforma politica si allarga per comprendere rivendicazioni di tipo normativo e salariale ed arrivare alla formulazione della richiesta di liquidazione del latifondo per soddisfare la fame atavica di terra dei contadini siciliani. Il Movimento si diffuse rapidamente tanto da coinvolgere dai 200.000 ( secondo le stime delle autorità di pubblica sicurezza) ai 400.000 (secondo stime più vicine al Movimento) aderenti, un’oscillazione che da il segno della difficoltà di operare un censimento e, comunque, cifre imponenti e mai prima registrate. A questa rapida espansione contribuirono almeno tre situazioni favorevoli. La prima riguarda il mutamento di indirizzo della politica nazionale. Giolitti aveva inaugurato una politica di maggiore attenzione ai fenomeni sociali e al classico “muso duro” aveva sostituito un atteggiamento di forte “tolleranza” nei confronti delle organizzazioni operaie. Non è un caso che, proprio nei confronti dei Fasci dei siciliani, nonostante le forti pressioni e le richieste di intervento repressivo avanzate da parte del padronato, si fosse limitato a dare blande disposizioni alle forze di polizia impegnate a garantire l’ordine e la sicurezza nell’isola. Il secondo fattorestava tutto dentro il movimento socialista. Non era infatti ancora prevalsa la tendenza dogmatica che sarebbe stata adottata nel congresso di Reggio Emilia del settembre 1893, nel corso del quale il partito, originariamente “Partito dei lavoratori italiani” aveva mutato denominazione in “Partito socialista dei lavoratori italiani”. Ma, a nostro modo di vedere, fattore decisivo è la stessa natura del movimento e il nucleo di idee da esso professate. Il socialismo degli aderenti al Fascio era lontano dalla rigida concezione marxista, era infatti intriso di caratteri umanitari con riferimenti forti ad un cristianesimo primitivo. Gli stessi simboli che adornavano le sedi dei “fasci”e che venivano portati in giro nel corso delle manifestazioni dei “fascianti”, con scandalo di borghesia e clero, costituivano un’anomalia. Accanto ai ritratti di Carlo Marx e di Federico Engels, alle bandiere rosse dei lavoratori, si aggiungevano spesso le immagini della Madonna, di San Giuseppe e, perfino, dello stesso re Umberto.  Tutto questo rendeva il Movimentoaccettabile agli occhi dei contadini così fortemente attaccati alle tradizioni, soprattutto a quelle religiose. D’altra parte il fascianti non si muovono per la rivoluzione ma intendono porre in termini organizzativi nuovi, il tema dei rapporti di classe a cominciare dalle campagne. Il Movimento si qualifica, dunque, piuttosto come rivendicazioni sta, qualcosa di simile al movimento cartistico britannico. Lo rende evidente il dibattito e le conclusioni del congresso di Corleone del luglio del ’93, nel quale si manifestano rivendicazioni di tipo squisitamente normativo, come la trasformazione del “terratico” in “mezzadria”. Detto questo c’è da chiedersi quale fosse il rapporto del Movimento con il socialismo  e quale sia stato l’atteggiamento dei Partito socialista nei confronti di questo fenomeno. Cominciamo col dire che, in una prima fase, ilMovimento viene individuato, ed è questa la tesi ufficiale che il Partito dei Lavoratori italiani espone nel rapporto al Congresso di Zurigo del 1893, come espressioni di aggregazioni di classe ascrivibili, sul piano programmatico e per quanto riguarda gli obiettivi, alla concezione socialista.

 

( sintesi dell’intervento alla Unipegaso del 10 febbraio 2017)

Sull'Autore

Pasquale Hamel

Pasquale Hamel

Pasquale Hamel, nato nel 1949, residente a Palermo. Laureato in Giurisprudenza e filosofia, docente universitario, è stato funzionario parlamentare, giornalista e, attualmente, direttore del Museo del Risorgimento di Palermo. Autore di numerosi saggi sulla storia della Sicilia, si è ultimamente occupato del problema islamico.

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