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Teoria e pratica della minorita’ del Sud nella fallita riforma “razzista” della Rai

Teoria e pratica della minorita’ del Sud nella fallita riforma “razzista” della Rai
Gennaio 07
10:45 2017

I cattivoni della Rai e della politica sporca hanno costretto alla fuga “l’esterno” Carlo Verdelli, il giornalista messo a capo di un neonato dipartimento per “l’Offerta informativa”, che doveva rilanciare la più grande azienda culturale italiana, la tv pubblica (ovvero: noi paghiamo e chi comanda la usa come fosse roba sua, riempendola di volenterosi tirapiedi pronti non a eseguirne gli ordini, così sono bravi tutti, ma ad anticiparne i desideri, in concorrenza fra loro).

Una volta tanto, brutti metodi, per fini forse peggiori ottengono un buon risultato: fermare un parto cervellotico e lunare che, pur di non mirare a una informazione banalmente corretta ed equa, moltiplicava le divisioni di cui già abbonda questo Paese. Non dubito delle buone intenzioni di Verdelli (incontrato una volta sola, in vita mia, al “Corriere della sera”), ma è proprio questo che rende il suo piano pericolosissimo e “onestamente razzista”. Cosa che gli sembrerà offensiva, perché di sicuro si ritiene lontanissimo da sentimenti così impuri, ma io mi attengo a quel che fa, non a quel che pensa.

Dopo un anno di silenzioso cogitar (leggete le cronache ispirate da fonte diretta, si può supporre, sull’austero costume del riformatore), Verdelli presenta un progetto che prevedeva il trasferimento di Rai2 a Milano (manovra che si tenta da quando la Lega governava: se Milano non fotte qualcosa agli altri, si sente derubata) e la nascita di un Tg “meridionale e meridionalista” ma “nazionale”, con sede a Napoli. Se c’è, giustamente, il Tg per sordi, anzi: non udenti, ci sia quello per i terroni, anzi: “diversamente settentrionali”.

Si sospetta che la cosa sia stata aggiunta dopo la botta che Sua Riformanza Matteo Renzi ha preso al referendum dal Sud, che ha votato “No” quasi in blocco. Fosse così, essendo arrivata dai giovani una randellata ancora più grande, peima o poi dovremo attenderci un Tg-young, under 35? (Le riforme, milady, in Italy, si fanno in inglese: a fregatura incompresa e impreziosita, anzi, light).

La trovata (ma proprio per terra) era connessa all’idea di suddividere l’Italia in 5 macro-regioni-tv (immaginate il plenipotenzario con pennarello a tracciar li confini sul mappamondo: “La Sardegna l’attacchiamo al Sud o all’ex Regno Sabaudo?”. Segna, cancella, togli la Basilicata ma aggiungi l’Abruzzo… Altro che i pasticcioni di Yalta e del Congresso di Vienna!).

Il Sud avrebbe avuto due macro-regioni: Lazio-Abruzzo-Molise-Puglia (i terroni più nordici, per dati economici. I laziali non so come l’avrebbero presa questa consacrazione terronica predicata da Bossi e attuata dal “super partes”) e Campania-Basilicata-Calabria-Sicilia (terroni-terroni). Poi c’erano Centro (Toscana-Emilia-Marche-Umbria), Nordest (Lombardia-Veneto-Friuli-Trentino) e Nordovest (Liguria-Val d’Aosta-Piemonte-Sardegna: risorto il regno sabaudo).

E perché solo per il Sud un Tg dedicato? Forse perché quello “nazionale” è già “settentrionale e settentrionalista” e si voleva “compensare” aggiungendo, ma a parte, senza mischiare, veh? Valeria Cremonesini e Stefano Cristante, sociologi (veneti) all’università di Lecce, hanno condotto una ricerca (“La parte cattiva dell’Italia”) sui Tg1 negli scorsi 30 anni: solo il 9 per cento dei servizi sono dedicati al Sud; e quell’esigua fetta è, per il 93 per cento, cronaca nera, il restante 7, cronaca altra (se Verdelli ne è al corrente, un piccolo dubbio sulla sua correttezza mi viene; se non ne è venuto al corrente, avendo quell’incarico, il dubbio mi viene sulla sua professionalità)

Con il Tg-Sud, quindi, i Tg nazionali (e i Giletti di complemento) avrebbero continuato a descrivere i terroni sporchi, brutti e mafiosi e da quello del Sud, “ma nazionalizzato”, si sarebbe appreso comm’è doce, comm’è bella ‘a città ‘e Pullecenella?

Le divisioni sulla carta sono trasposizioni delle geografie mentali che vedono il Sud a parte e a parte vogliono tenerlo (a proposito di Italia unita…), persino nella convinzione di dargli, mentre gli sottraggono (non sono come noi, signora: a noi il Tg1; a loro ‘o Tiggì co’ a pizz e ‘o manduline, jammo ja!). Ignoranza retta da supponenza. Tg-Sud da Napoli in una macroregione che include la Sicilia-nazione con Palermo-capitale che, per liberarsi dei Borbone “di Napoli”, non fece a pezzi Garibaldi; si fece fare a pezzi dai sabaudi nelle rivolte del Sette-e-mezzo e dei Fasci, per liberarsi dei Savoia di Torino e fece guerra all’Italia, una settantina di anni fa, per liberarsi di Roma?

Questo vuol dire che Verdelli è la fotografia perfetta della cultura media italiana: la cattiva informazione della tv pubblica, appecoronata al potente di turno e tutta squilibrata a favore del Nord e a diffamazione del Sud (poche chiacchiere: 9 per cento dei servizi, quasi tutti sulla criminalità è questo, non altro) non si cura con il ricorso a una informazione libera ed equilibrata valida per tutti e ovunque, nel Paese, ma con la parcellizzazione dell’“Offerta formativa”, il che, considerati metodi e inclinazioni dell’ente, moltiplicherebbe il servilismo, ma “territorializzato”. Cuntent, terruncielli?

Fatte salve le intenzioni di Verdelli, che penso oneste (e più pericolose, perché “innocentemente razziste”), esaminiamo il suo apporto in Rai: il suo progetto di riforma assecondava le idee diffuse nei salotti chic del Nord (che può frequentare o no, ma con i quali è in perfetta sintonia) e nei bar di Ponte di Legno (che il TgSud fosse qualcosa di “etnico”, lo confermerebbe il fatto che, a dirigerlo sarebbero stati, a rotazione, tre indigeni “inseriti e accetti”: Lucia Annunziata, Michele Santoro e Roberto Saviano. A rotazione. A rotazione? Non ci credo: il direttore a rotazione è la negazione del direttore, il cui potere dev’essere unico e totale. Sarebbe una follia. E perché ruotare a Sud e non a Nord e al Centro? Non sono come noi, signora).

Che Verdelli sia espressione e parte di quella intellighentia lumbard autoreferenziale e convinta di esser depositaria e responsabile dei destini del Paese (purché sempre a vantaggio della “loro” Milano), è confermato dalle nomine con cui ha impreziosito la Rai, insieme a Campo Dall’Orto, direttore per meriti renziani. La sintesi del radical-chicchismo è Rai3 affidata alla Daria Bignardi che fa fuori Bianca Berlinguer (poi titolare del record positivo di ascolti sulla Rete, con un programma rimediato) e impone Gianluca Semprini (cui toccherà passare alla storia per il record negativo di ascolti). Mentre, nel silenzio verdelliano e campodall’ortiano, sulla Rete 1, Giletti ogni domenica pomeriggio scopre che il Sud è sporco e marcio, lasciando il Nord a una futura Arena “meridionale e meridionalista”, con sede a Napoli e conduttore un po’ più famoso, che ne so…: Pullecenella?

Che Verdelli (avallò l’intervista di Vespa al figlio di Riina, Salvo, che firmò la liberatoria dopo la trasmissione, non prima; brutta dimenticanza o ancor più brutto privilegio) sia stato indotto alla fuga è un bene, se quelli erano i suoi progetti; che lo si sia fatto per buone ragioni, non ci crede manco il cavallo morente della Rai; che il piano ora sia “nelle mani” di Campo Dall’Orto desta preoccupazioni serie. Altri, così deligittimati, si sarebbero già dimessi, come ha fatto Verdelli. Altri…

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