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Hillary, Donald e le guerre elettroniche che cambiano il mondo

Hillary, Donald e le guerre elettroniche che cambiano il mondo
Novembre 24
08:08 2016

Il milione e mezzo di voti popolari che la Clinton ha avuto in più rispetto a Trump echeggiano i 500 mila di Al Gore nel 2000. Entrambi i candidati democratici avrebbero vinto le elezioni in una competizione diretta senza il meccanismo del collegio dei grandi elettori. Ma le scelte in democrazia si muovono in conseguenza delle regole. E anche se l’elettorato non ha plebiscitato Trump gli ha tuttavia assicurato un ampio vantaggio tra i delegati che lo eleggeranno il lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre.

Ma quello che adesso conta per l’Italia periferia del neoimpero americano è la ricaduta europea del nuovo vecchio corso presidenziale.  A un’Europa da sempre definita nano politico e gigante economico il probabile progressivo disimpegno economico americano nel finanziare l’alleanza militare dovrebbe finalmente far compiere il passo da sempre rinviato verso la predisposizione di un’unica forza di dissuasione che assicuri attendibilità alle numerose ma spesso impotenti prese di posizione dell’Europa rispetto alle agitazioni belliche ai suoi confini dell’est e del sud

Quello che dunque si prospetta appare con forzata ma non troppo similitudine, un periodo di anarchia politico militare con la cessazione del ruolo guida esercitato dagli Stati Uniti e la diffusione nelle aggregazioni politiche del suo protettorato globale di robuste ma dissolutrici tentazioni di autonomia che lasceranno splendere nel loro isolazionismo gli USA segnando l’inizio, come fu per i Romani, del loro declino su scala mondiale.

Ma insieme a questi scenari che si prospettano apocalittici se si prende come riferimento l’impero romano e il suo crepuscolo, è interessante notare quale possibilità danno i nuovi mezzi tecnologici di combattere invisibili guerre che influenzano e modificano il corso della storia.

Se nel passato si procedeva all’assassinio dei capi politici per sostituirli con altri graditi magari finanziando o proteggendo leader avversi, oggi la demolizione può avvenire lasciandoli travolgere da scandali sollevati attraverso incursioni e disvelamento dei loro segreti. Oppure nella opportuna manipolazione dei dati elettorali che impediscano a un leader ritenuto ostile di ascendere al potere. L’impero tedesco mise fine all’interventismo degli zar russi portando la miccia infuocata della rivoluzione (Lenin) dentro i suoi confini.

Nella recente competizione elettorale in America queste armi sono state usate contro la candidata alla Presidenza accedendo segretamente ai suoi server e consegnando corrispondenza riservata al sistema mediatico con lo scopo ben riuscito di cortocircuitare e danneggiare la raccolta del consenso. E se il presidente americano uscente ha sentito il bisogno di avvertire le oscure divisioni di hacker, che hanno con successo messo in ginocchio per un giorno intero il sistema economico e finanziario americano, l’utilizzo delle stesse pratiche per infliggere una articolata e dirompete controffensiva, cosa avrebbe potuto impedire ad altri abili squadre di commando elettronici di influire sul risultato finale delle elezioni presidenziali  intervenendo nello spoglio delle schede di alcuni dei cosiddetti swing state?

La grande massa di voto popolare che si profila a conteggi ancora aperti a favore del candidato sconfitto, maggiore di ogni altra consultazione precedente negli Stati Uniti ne è un indice inquietante. Se fosse solo plausibile un tale scenario, e il voto elettronico così diffuso negli USA lo rende potenzialmente praticabile, ci troveremmo nell’ipotesi finora paventata da film di bassa fortuna di una potenza planetaria influenzata nel processo più delicato, la selezione della sua leadership, da forze esterne, probabilmente straniere che manipolato il dato elettorale hanno fatto saltare ogni pronostico e rilievo della vigilia in misura così rilevante e uniforme da suscitare più di un interrogativo.

Naturalmente questa supposizione forse non si è poi verificata e gli Stati Uniti hanno evitato che si continuasse nella contaminazione dinastica della democrazia più antica del mondo e il neoisolazionismo di Trump tra qualche mese farà sorridere.

Gli Usa non sono un’autocrazia, il Presidente ha grandi poteri ma anche grandi limitazioni. L’interesse nazionale è frutto di una mediazione tra molte forze e un Presidente che faccia deflagrare tutte le contraddizioni o spinga sull’acceleratore ideologico trascurando che è minoranza popolare nel paese appare davvero difficile. La stessa personalità di Trump dovrebbe volgere alla mediazione tra i falchi oltranzisti di tutte le specie che lo hanno appoggiato e le categorie di lavoratori che vogliono soltanto vivere meglio e non perseguire cambiamenti radicali nel sistema di principi che regolamenta la democrazia americana.

Ma se solo per un piccolo tratto la possibilità di manipolazione si è trasformata in realtà, se davvero la volontà popolare con sapienti intrusioni elettroniche è stata beffata avremo davanti davvero scenari impensabili fino a pochi mesi fa. E lo stesso attacco degli hacker al sistema economico americano e la contromossa minacciosa della presidenza americana è forse servita solo a sguarnire la vigilanza su attacchi manipolativi provenienti dall’interno.

Una volta si finanziavano i partiti che nel campo avverso sostenevano le proprie tesi. L’hanno fatto gli Stati Uniti e i loro competitor sovietici. Nel mondo che cambia il potere cerca nuovi mezzi per aprire le antiche strade del controllo, della subalternità, del favore.

Negli stati a vocazione autoritaria le elezioni sono una rappresentazione addomesticata tesa a confermare il consenso esibito. Nelle democrazie liberali così permeabili agli interessi di gruppi economici o di spregiudicati uomini d’affari può accadere che i risultati siano “orientati”. Vedremo nei prossimi mesi quanta verità contiene questo allarme.

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Aldo Penna

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