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Persino la Lombardia ora protesta per i troppi soldi a Milano E il Sud?

Persino la Lombardia ora protesta per i troppi soldi a Milano E il Sud?
Ottobre 05
08:09 2016

Per farsi perdonare di non aver rubato al Sud anche le briciole, Matteo Manolesta Renzi corre a Milano a portare un altro paio e mezzo di miliarduzzi da consegnare al sindaco ex capo dell’Expo, quel Giuseppe Sala di cui ci si può fidare (a parte la capacità di circondarsi di collaboratori oggi visitabili in galera; spacciare il flop Expo per successo, occultando il fallimentare numero di visitatori e il deficit; tralasciare, giurando sul proprio onore, azz!, il possesso di società in Italia e all’estero e una residenza alpina e votatissimo, non si sa in cambio di cosa, da cinesi meneghini intruppati con un fogliettino in mano, perché non sapevano manco come si chiamasse il “loro” candidato).

Renzi, che alcuni buontemponi (fra cui lui stesso, con la differenza che lui ci crede davvero) spacciano per il capo del governo, è più o meno un fattorino messo lì per raccattare soldi di tutti gli italiani e portarli a Milano e, per estensione, al resto del Nord, ovvero a casa dei suoi padroni.

Così, ecco che molla altri 2,5 miliardi di euro alla città più corrotta d’Italia, ma dotata di senso dell’umorismo, tant’è che si definisce “capitale morale” (questa è proprio forte!). Non solo, ma si continua a parlarne come “città che produce”. Lo è stata e ha saputo ideare, progettare, costruire in grande; poi, in grande, ha saputo solo distruggere (dov’è la grande chimica? E la meccanica? E la grande distribuzione, e la moda che perde pezzi storici e li consegna a gruppi stranieri, e i grattacieli ceduti agli arabi e persino le storiche squadre di calcio, bandiere identitarie, vendute agli orientali, e il pur banalissimo cemento passato in mani tedesche?); corrompere (Tangentopoli mai finita); e rubare sugli appalti pubblici (Expo per tutti), anche attraverso le istituzioni (ricordiamolo: il record di indagati, accusati e incarcerati, per questo genere di cose, è della Regione Lombarda, anche al mutare del colore delle giunte e degli uomini).

Ora, Milano è, di fatto, la città italiana più assistita dallo Stato, perché pur non producendo più come prima, non intende ridurre il suo livello di vita. In parte provvede a far girare i soldi l’economia criminale, in parte il fiume danaro che lo Stato rovescia su Milano in particolare e sul Nord in generale (naturalmente, sentirete solo parlare di quelli che versano e del fatto che sono sempre in credito, basta fare i conti come Luca Ricolfi e presentare le cifre, pur formalmente corrette, come la Cgia di Mestre). E, fatalmente, questi due filoni (criminale e pubblico) si intrecciano e diventano uno solo. E si vede.

Sul capoluogo lombardo, per citare solo le cose maggiori, con la scusa dell’Expo sono piovuti una quindicina di miliardi di euro, per le opere connesse (poche poi davvero fatte e nemmeno in tempo per l’inaugurazione) e collaterali. Poi, con la scusa del dopo-Expo, hanno tirato fuori dal cilindro il Centro ricerche Human Technopole, con dote di 1,5 miliardi (sempre nostri, sia chiaro) a botte di 150 milioni all’anno (più di quanto abbia il resto d’Italia messo insieme) e mentre l’analogo Istituto di Genova, anche quello sovvenzionatissimo, riesce a fare poca ricerca, rispetto alle attese e non ce la fa manco a spendere i tanti soldi, che si accumulano in banca, mentre nel resto del Paese non possono fare tanta possibile e ottima ricerca, per mancanza di fondi.

E ora “il patto” che vale altri 2,5 miliardi, in una irritante parodia di “parità” con quelli per il Sud. Perché al Nord vanno soldi pubblici italiani, più altri europei sottratti al Mezzogiorno e deviati lì; al Sud, lo Stato italiano non investe o investe pochissimo, in compenso ruba quel che vi invia l’Europa e ne fa altro; poi raccoglie le briciole di quel che non è riuscito a rubare e ne fa “un pacco” (in senso camorristico) che mostra di offrire in dono, così i nativi imparano, alla vigilia delle scorse votazioni e adesso del referenzum, come comportarsi.

Solo per quanto riguarda gli ultimi “patti per il Sud” è stato facilmente calcolato che i miliardi avrebbero dovuto essere quasi 35 e ne sono spariti poco meno di una ventina (secondo i conti fatti da Marco Esposito, circa 25). E questa faccia di Renzi, invece di andarsi a costituire come autore del saccheggio, si presenta quale benefattore con i rimasugli.

La spudoratezza del rastrellamento di fondi pubblici (ovvero anche vostri, nostri) da offrire alla sola Milano è tale da far inalberare persino gli altri lombardi. Il presidente della Lombardia, il leghista Roberto Maroni (l’uomo che ha più bracci destri della dea Kalì, e tutti in galera) predica “Prima il Nord”, non “Solo Milano”! E all’ennesimo regalo al suo stesso capoluogo, è esploso e ha protestano: se a Milano, che equivale a un quarto della regione, sono stati dati 2,5 miliardi (per tacer degli altri), al resto della Lombardia ne spettano, quindi, 10.

Ovvero, poco meno di quanti ne siano stati lasciati all’intero Mezzogiorno, sommati tutti i “patti-pacchi” mollati ai terroni dal commesso viaggiatore delle “sole” di Stato. Gli abitanti del Sud sono più del doppio di quelli della Lombardia. Con il criterio-Maroni, di miliardi dovrebbero riceverne non meno di una ventina. Ma se anche avvenisse, si sarebbe solo restituito il maltolto, quindi, non sarebbe stato dato loro, di fatto, ancora dato niente.

Questa deriva ha mutato profondamente la stessa anima di Milano, il suo codice di valori. Quando la città, pur con le scorciatoie che sappiamo, ideava e produceva, chi si faticava i soldi, pochi o tanti, non era propenso a regalarli. Se doveva lubrificare dei meccanismi, lo faceva, ma i quattrini li tirava fuori dalla sua tasca; oggi, con la cassa continuamente riempita con soldi pubblici che lo Stato sottrae agli altri, c’è una sorta di assalto alla diligenza: vince chi più arraffa. E che sarà mai un po’ di galera, se pure ti pigliano.

Il compito assegnato a Renzi dai suoi padroni è solo di portare i soldi; poi a cuccia. Non è in alto che troveremo chi risanerà il Paese; solo dal basso, con la gente comune che si unisce e si oppone al marcio e rifonda la comunità su basi più decenti, fregandosene pure delle differenze ideologiche, si può sperare di farcela. Il male e il potere al suo servizio paiono imbattibili, ma è un effetto ottico: sono fragilissimi, sono il buio distrutto da un raggio di luce, una trama di silenzi, compromissioni e connivenze che regge solo finché le cose non sono chiamate con i loro nomi e un bambino grida: «Il re è nudo».

Questo è un governo di malfattori, nel senso tecnico del termine; Renzi ne è il capo apparente (per “chiamata diretta”, come è successo a sua moglie, assunta nella scuola vicino casa). Di suo, non è capace di niente, manco di arrivare in Parlamento passando per le urne, invece che da certe stanze. Persino la mafia deve temere la mancanza di consenso nei suoi “mandamenti”. E il potere fa solo tutto quello che gli riesce di fare, senza che lo si fermi.

E riflettete su un dato, milanesi e no, terroni e no: questo giro si razzie e corruzione alla fine, non lascia nulla manco ai milanesi, perché tutto finisce a potentati internazionali. E mentre Milano crede di spolpare l’Italia, attraverso Milano e complici in loco, quei potentati stranieri stanno spolpando il Paese e Milano.

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Pino Aprile

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