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Aliquò: “ogni uomo deve essere giudicato nelle sue azioni”

Aliquò: “ogni uomo deve essere giudicato nelle sue azioni”
settembre 21
08:24 2016

Sono grato al dr. Vittorio Aliquò di avermi inviato “Il ricordo e la speranza”, editato da Danaus nel 2011 ma ora introvabile nelle librerie, che racconta la sua lunga esperienza di magistrato, impegnato in importanti inchieste di mafia, in un presidio così importante come quello degli uffici giudiziari di Palermo. Si tratta del racconto di un lungo percorso, circa 47 anni, ripensato con l’equilibrio e la serenità dell’uomo di fede che mai dimentica di essere un servitore dello Stato. Un diario pacato, che non lascia spazio alle sguaiataggini cui ci ha abituato certa letteratura minore, troppo spesso drogata da un retropensiero  su cui fanno aggio le posizioni ideologiche, tutta compresa alla ricerca del sensazionale. Un libro che, in un certo senso, fa scandalo, non perché voglia provocare o rileggere i drammatici fatti di cui la nostra Sicilia è stata vittima, ma perché proprio lo scandalo non cerca, infatti sfugge alla retorica  corrente che ha nutrito certa “antimafia” giacobineggiante, spesso da salotto, portatrice di una sua verità che molto spesso non tiene conto della stessa verità. Ne viene fuori una narrazione lineare nella quale i protagonisti, la gran parte vittime della bestialità mafiosa, sono raccontati per quello che sono, per il loro valore, per la loro competenza, per le loro aspirazioni e, per ognuno di essi, c’è una parola buona, un nostalgico ricordo in positivo, senza le acredini e le invidie che permeano la nostra cultura e che normalmente si scatenano soprattutto negli ambienti di lavoro. In questo senso, ho trovato un solo appunto, segnato più dal dolore che dal risentimento, parlo del riferimento ad Antonino Caponetto che, in un libro intervista, lo ha indicato come uno di quelli che avevano osteggiato Giovanni Falcone. Aliquò, smentisce, dimostrandolo coi fatti, l’ingiustizia di quell’ accusa ma, è qui lo stile dell’uomo, piuttosto che scagliarsi contro chi ha lanciato la falsa insinuazione, passa avanti per descrive persino i meriti del dr. Caponetto, il consigliere istruttore venuto da Firenze. E’ proprio il lavoro, il grande lavoro fatto dalla magistratura e dagli inquirenti in genere [Caponetto compreso], “nonostante i numerosi ostacoli frapposti da molte parti” che, come orgogliosamente scrive Aliquò, “ha [infatti] permesso allo Stato di rioccupare gli spazi usurpati e di applicare con rigore le leggi”. Ma un rigore che, secondo l’autore, non deve mai prescindere dal rispetto per la dignità di ogni uomo, sia pur esso il criminale, che viene sottoposto a giudizio. Mi piace a questo proposito, come esempio emblematico della considerazione dell’altro, trascrivere un passaggio significativo della sua requisitoria al maxiprocesso. “Finalmente, giunti all’epilogo di questo processo ne guardo le dimensioni, la gravità delle conseguenze, l’impegno eccezionale per la giusta valutazione di oltre quattrocento persone – e dico persone e non imputati né individui, per significare il rispetto con cui ogni uomo deve essere giudicato nelle sue azioni, anche se apparentemente le più nefande…”. Parole che andrebbero scolpite su una lapide perché esaltano il senso ed il valore della giustizia. Ricordi dolorosi, appena rischiarati da qualche luce, che diventano stimolo per proseguire la battaglia per la legalità, per portare la gente a sentire la mafia non come qualcosa di ineluttabile e invincibile ma, come tutte le cose umane, lo ricordava Falcone, come fenomeno destinato a finire. E proprio le terribili stragi del ’92, nelle quali perdono la vita i simboli della lotta alla mafia, generano il miracolo; piuttosto che la paura, che gli autori di quegli orribili delitti avrebbero voluto  incutere, è il coraggio che prevale. La gente fino ad allora  assente, prende da quel momento coscienza del pericolo. “Per la prima volta, scrive Aliquò, ognuno si è reso conto di essere vittima della mafia, di avere pagato personalmente qualcosa e di essere esposto, maledettamente esposto, alla violenza mafiosa.” Un risultato enorme, inimmaginabile fino a qualche anno prima, una vera e propria rivoluzione copernicana. Un risultato epocale che ha consentito di sostenere e confortare chi quella lotta conduce in prima linea. Un risultato che viene ulteriormente consolidato con la cattura dei superlatitanti, a cominciare da Salvatore Riina, il criminale per eccellenza capo riconosciuto e temuto della mafia, e di Bernardo Provenzano, il suo successore. E proprio a proposito della cattura di Riina i cui strascichi polemici hanno riguardato la mancata ispezione del suo rifugio, Aliquò ci racconta il motivo di quella che, apparentemente, è stata giudicata una quasi “voluta” negligenza. Quella mancata perquisizione, di cui si era assunta la responsabilità la stessa procura diretta da Giancarlo Caselli, fu dovuta ad un errore di valutazione. Si immaginava, attendendo, di poter sorprendere altri boss e di potere impossessarsi di altre prove, non si era purtroppo, però, tenuto conto che la villa aveva un’entrata segreta che aveva consentito ai familiari e a chi stava dentro di fuggire e di portare via tutto quello che poteva interessare gli inquirenti. Ma tornando alle stragi, Aliquò può affermare che tutto quel che è accaduto dal ’92 in poi ha avuto l’effetto, positivo, di rinfocolare la speranza perché, contro il pessimismo sciasciano, forse “finalmente era giunto il momento di realizzare questi ideali [di libertà e giustizia], o almeno di perseguirli con ogni forza perché la vittoria non potrà tardare ancora.” E la speranza è il messaggio che rilancia questo magistrato che, pur protagonista di quegli eventi, non scrive un libro per innalzare un monumento a se stesso ma per riproporre una memoria di fatti e di uomini, che è dovere morale di tutti noi cittadini che crediamo nella giustizia,  non cancellare.         

 

Sull'Autore

Pasquale Hamel

Pasquale Hamel

Pasquale Hamel, nato nel 1949, residente a Palermo. Laureato in Giurisprudenza e filosofia, docente universitario, è stato funzionario parlamentare, giornalista e, attualmente, direttore del Museo del Risorgimento di Palermo. Autore di numerosi saggi sulla storia della Sicilia, si è ultimamente occupato del problema islamico.

  • Carlo Barbieri

    Conosco Vittorio da quando ho memoria. Amico di famiglia, figlio di grandi amici di famiglia. Una persona di profonda cultura, ma soprattutto dall’animo grandissimo.

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