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Lettera ai colleghi Pd sulle proposte di modifica dell’italicum

Lettera ai colleghi Pd sulle proposte di modifica dell’italicum
luglio 28
07:45 2016

Quante proposte stiamo sentendo sul referendum, sull’italicum?

Ormai, è diventato il passatempo pre-feriale.

Sul referendum – quando ancora non tutti avevano letto le norme che ne regolano i tempi e i termini – abbiamo, addirittura sentito supporne l’indizione per il 2017.

Poi è iniziata la fase dello “spacchettamento”, anche questa superata dalla ratio del 138, che stabilisce un referendum (eventuale) per ciascuna legge costituzionale, nel suo complesso, con il quale il Popolo viene chiamato a confermare o a non confermare l’atto prodotto dal Parlamento. Diversamente, si sarebbe dovuto sostenere un potere legislativo diretto del Popolo, capace di modificare (a pezzi, tramite più referendum) quanto approvato dal Parlamento.

Intanto, a giorni alterni, abbiamo assistito alle proposte di modifica dell’italicum. Le più varie, ma ciascuna dettata da intenti politici più o meno palesi (a volte, tecnicamente discutibili).

Premetto e ribadisco: il problema italicum è un problema di sistema. Non è un problema contingente. Non andrebbe bene neanche se dovesse vincere il PD al ballottaggio. La sproporzione tra primo e secondo turno varrebbe per chiunque. Nessuno sarebbe legittimato da un premio che darebbe il 55% dei seggi a chi ha ottenuto il 30% dei voti.

Detto questo, da qualche mese a questa parte, il tema più ricorrente è stato quello di prevedere il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista.

In altri termini, significherebbe lasciare intatto l’italicum, attribuendo il premio alla coalizione che dovesse ottenere il 40% dei voti o, non raggiungendo il 40%, alla coalizione che dovesse vincere il ballottaggio.
A parte che – almeno nei confronti di alcuni – non si è capito se l’idea del premio alla coalizione venga proposta come una soluzione normativa “sostitutiva” della previsione del premio alla lista o “alternativa”.

La proposta del premio alla coalizione presenta un limite di fondo: con la coalizione formata prima del voto, si avrebbe la riproposizione di passati governi impossibilitati a governare perché ostaggi di forze minoritarie, entrate, appunto, in coalizione (modello governo-Prodi).
Per cui, la coalizione formatasi prima, serve soltanto a far numero per cercare di vincere le elezioni, magari raggiungendo il 40%, raggruppando tutto e il contrario di tutto. Tutto e il suo contrario, poi, trasferito nella composizione del governo, con le note conseguenze della relativa disomogeneità politico-programmatica.

Ciò apre ad un’altra riflessione sul cosa dobbiamo intendere per “governabilità”. Nel senso, se la governabilità dobbiamo intenderla “numericamente” o “qualitativamente”.

Mi pare evidente che la quantità di partecipanti non garantisca la stabilità di un governo, anzi. Probabilmente, il numero aiuta a vincere le elezioni ma non garantisce che il consequenziale governo rimanga stabile, data la mancanza di un vero patto di governo, sostituito da un mero ed indefinito patto elettorale.

Forse, potremmo dire che, in realtà, la governabilità la garantisce soltanto la politica, quando vi sia la condivisione di un (patto di) programma su cui si forma un governo. E ciò prescinde dal fatto che il governo sia composto da uno o da più partiti.

Altre ipotesi di modifica dell’italicum sono state avanzate: doppio turno di collegio, il mattarellum corretto con premio (2.0), il sistema (alla greca) di assegnazione di un numero predeterminato di seggi come premio.

È evidente che tutti devono considerarsi con il nostro sistema ormai tripolare. Il che li rende probabilmente sterili sul piano della “vocazione maggioritaria”.
Senza dire che prevedere un premio di maggioranza a sistemi maggioritari è un ossimoro (giuridico).

Inoltre, con il sistema tripolare, nessuno può, ragionevolmente, pensare che tali modelli possano dare una maggioranza autosufficiente (cioè, ad una sola lista). Quindi, si andrebbe, comunque e in ogni caso, ad un governo di coalizione.

C’è, dunque, bisogno di tutti questi giri e arzigogoli per giungere ad un governo di coalizione?

Perfino il Presidente Napolitano, pur, opportunamente, denunciando l’anomalia del ballottaggio, conclude indicando quale soluzione un mattarellum corretto.

Non capisco.

Le liste con candidature bloccate scompaiono anche con la proposta apparsa ieri: un provincellum applicato all’italicum, con collegi, premio (al primo turno) se raggiunto il 50% e con ballottaggio. Anzi, data la soglia del 50%, il ballottaggio diverrebbe la regola.
Un dato – essenziale – sembra non aver risolto quest’ultima proposta: la previsione del ballottaggio.

Però, un risultato, comunque, tutti questi sistemi proposti lo otterrebbero certamente: eliminare i capilista bloccati e quadruplicare i collegi.

Sarà questo il vero obiettivo di tutti i sostenitori dei modelli diversi dall’italicum?

Non penso che sia questo il problema. Mi sembrerebbe di stretto respiro.

D’altro canto, i ragionamenti (o, come si direbbe, i conti) si debbono fare pur sempre con l’Oste!

E – per dirla alla Bersani, senza la pretesa di equipararne l’estro – l’Oste potrà pure addivenire alla modifica del menù ma non fino al punto di farsi sottrarre la possibilità di stabilire la scelta dei piatti!

Sempre se dobbiamo, davvero, credere a quanti hanno chiesto di modificare l’italicum per evitare le conseguenze del “combinato disposto”.
Se, allora, il punto critico è davvero questo, ritengo che il modo per ottenere più obiettivi con una semplice e precisa operazione sia eliminare il ballottaggio dall’italicum.

È la proposta di legge che ho presentato il 28 ottobre 2015, in linea con quanto avevo sostenuto alla vigilia dell’approvazione dell’italicum (un anno e mezzo fa).

In tal modo:

eviteremmo di rinnegare una legge che abbiamo approvato (con la fiducia) e ci siamo intestati;
manterremmo il principio della “vocazione maggioritaria”, atteso che rimarrebbe il premio alla lista;
rimarrebbe, infatti, la soglia del 40% per ottenere il premio;
si eviterebbe la sproporzione – dovuta al ballottaggio – tra voti effettivamente ottenuti (al primo turno) e seggi attribuiti (con il ballottaggio): il premio si ottiene solo se la lista raggiunge il 40%. In tal caso, chapeau! La lista sarebbe legittimata ad avere la maggioranza (con il premio). Dicono che l’attuale Parlamento non sia legittimato. Ma chi si sentirebbe legittimato da un premio ottenuto pur essendo effettivamente una minoranza?
Pertanto, se nessuna lista raggiunge la soglia-premio (40%) vuol dire che l’elettore non intende affidare ad una sola lista la maggioranza. Dunque, non si può forzare il sistema attraverso un ballottaggio che, comunque, darebbe la maggioranza ad una minoranza;
se nessuna lista ottiene il premio (perché non ha raggiunto il 40%), la distribuzione dei seggi avviene proporzionalmente tra tutte le liste che hanno ottenuto il 3% (soglia di sbarramento).
La maggioranza si troverebbe in Parlamento, dopo il risultato elettorale. Ma sarebbe una coalizione sulla base di un programma condiviso. Quindi, un patto di governo, non un patto meramente elettorale, appunto.

Così succede in tutte le democrazie parlamentari (come in Germania, per esempio), dove, in mancanza di una formazione politica che abbia, da sola, ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, ci si preoccupa di trovare una maggioranza in parlamento per formare un governo – udite, udite – di coalizione. Nessuno grida allo scandalo, perché così funziona una democrazia parlamentare.

Sull'Autore

Giuseppe Lauricella

Giuseppe Lauricella

Professore di diritto pubblico e costituzionale, avvocato cassazionista. Deputato nazionale del Partito Democratico. Commissione affari costituzionali.

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