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Brexit e TTIP, due facce della stessa medaglia

Brexit e TTIP, due facce della stessa medaglia
Luglio 12
07:11 2016

In questi ultimi decenni abbiamo purtroppo assistito ad una radicalizzazione nell’uso dello strumento economico come elemento di pressione e di coercizione di popoli e di intere aree geografiche. Il mercato è stato e lo è tutt’ora, un esercito non convenzionale con cui alcuni popoli opprimono altri, condizionano la crescita e il benessere della popolazione, sottomettono minoranze ed etnie.

Potremmo fare una lista lunghissima che parte dall’Iraq e passa per l’Iran, colpevoli di un radicalismo religioso neanche confrontabile per durezza a quello Saudita, eppure gli equilibri politici hanno usato la pressione economica, l’embargo per piegare i cosiddetti nemici. Il più storico e lungo credo sia quello inflitto a Cuba,  che dopo cinquant’anni sta in fase di soluzione. Oggi abbiamo anche l’embargo alla Russia che crea non pochi problemi alla nostra industria agroalimentare che ha in quell’area geografica una radicata collocazione di export ed import.

L’uscita della Gran Bretagna dall’UE era stata preceduta da varie analisi di impatto che evidenziavano come l’ipotesi Brexit avrebbe creato danni economici oltre che alla stessa Inghilterra, ai Paesi Europei, compreso l’Italia che è per alcuni settori un partner commerciale importante per la Gran Bretagna. Siamo il secondo Paese fornitore di ortofrutta e di Vini, il primo fornitore per Pasta, il quarto di formaggi e latticini e il sesto per i preparati di carni suine e salumi.

Se poi proviamo a valutare l’impatto nei settori più rilevanti oltre all’agroalimentare, dobbiamo registrare un potenziale rischio per settori quali la meccanica strumentale, i mezzi di trasporto, il settore tessile e dell’abbigliamento.

Una No Brexit che offre previsioni di crescita per le esportazioni italiane e una Brexit che ipotizza drammatiche riduzioni di scambio, con una previsione di riduzione delle esportazioni italiane tra il -3 e il -7%, questo ad esclusione del settore agroalimentare dove le previsioni non evidenziano variazioni significative. Quasi certamente fra un po’ di tempo la Gran Bretagna dovrà attivare dazi alle importazioni ma certamente potremo ipotizzare che su alcune relazioni economiche l’uscita non darà impatti così drammatici.

La questione è un’altra. Perché il popolo della Gran Bretagna ha scelto di uscire da un mercato comune europeo che di fatto lo favoriva, essendo anche Paese fondatore e rilevante negli equilibri. I mass media hanno sempre parlato di paura degli immigrati e forse un fondo di verità c’è tutta, ma come può un’Isola come la Gran Bretagna pensare di essere coinvolta in maniera vistosa nei flussi migratori. Sarebbe forse bastato introdurre strumenti limitanti l’ingresso, maggiori controlli alle frontiere.

Credo invece che la leva della Brexit sia anche da collegare ad un ritorno verso una visione nazionalista che sta solcando i popoli. L’integrazione è un processo difficile, significa cambiare e mettere in discussione le proprie radici e questo deve essere sostanziato ed accompagnato con politiche sociali capaci di generale vantaggi tangibili per le popolazioni stesse.

La BREXIT è un primo esempio dove le ragioni economiche e di mercato, violentemente usate dai media come strumento di deterrenza, non siano riuscite a spegnere una visione di Stato più nazionalista, più centrato verso equilibri interni. Le ragioni economiche c’erano tutte per evitare la Brexit, dobbiamo quindi concludere che la visione economica e la centralità delle politiche di mercato non sono sufficienti in alcuni momenti storici a governare gli istinti e le pulsioni dei popoli.

Il TTIP era ed è un progetto che va pienamente verso un uso del mercato come esercito occulto con cui gli USA e l’Europa pensano di imporre confini, stabilire che è dentro e chi è fuori. Poco male che questo progetto non prevede il riconoscimento delle qualità italiane (280 DOP + le DOC e DOCG del vino) e quelle francesi e spagnole, poca cosa che non avremo una equivalenza dei processi produttivi e che la catena del prezzo sia marcatamente differente tra i due mondi.

Il TTIP è il padre di tutti gli accordi commerciali, è la produzione di uno stato economico che guarda gli affari e non guarda la gente.

E’ quindi con una certa speranza che voglio concludere registrando in primo luogo che in questa settimana la Commissione Agricoltura della Camera dovrebbe approvare una proroga o slittamento dell’analisi del TTIP e come secondo elemento, che la Francia per nome del suo Presidente Francois Hollande, boccia pubblicamente il TTIP in quanto non garantirebbe il rispetto commerciale da parte degli USA dei nostri prodotti di qualità, scarso se non assente contrasto alle contraffazioni dei prodotti italiani e francesi che è presente negli Stati Uniti. Il tempo poi, che non è mai una variabile indipendente, sembra escludere la possibilità di un accordo entro la fine del 2016 così come era nelle intenzioni dei protagonisti.  Poi le elezioni in molti Paesi importanti non ultimo quelle degli Stati Uniti che si svolgeranno a novembre determineranno uno scenario internazionale nuovo in cui noi speriamo che il TTIP non sia mai all’ordine del giorno.

Lo scambio commerciale è stato sempre foriero di pace e di conoscenza, ogni popolo dovrebbe poter essere libero di commerciare con tutti gli altri. Il commercio, lo scambio di merci è alla base della convivenza umana. Non può essere uno strumento coercitivo, in nessun caso.

Sull'Autore

Simone De Rossi

Simone De Rossi

Agronomo

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