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Ecco perché l’obiettivo del NO al referendum costituzionale assume il rilievo di un vero e proprio impegno civile e di consolidamento democratico della sovranità popolare

Ecco perché l’obiettivo del NO al referendum costituzionale assume il rilievo di un vero e proprio impegno civile e di consolidamento democratico della sovranità popolare
marzo 10
12:16 2016

Deve essere chiaro sin d’ora che la battaglia per il successo del NO al referendum costituzionale che si terrà in autunno – contro il DDL Renzi-Boschi che, dietro l’enfasi demagogica di semplificare i processi decisionali, eliminare il Senato (sic!) ecc, stravolge radicalmente l’assetto della Costituzione, senza apportare alcuna “produttiva” e seria innovazione istituzionale –, costituisce un vero e proprio spartiacque nella contesa politica nel nostro paese, nel conflitto che è in corso tra il progetto del “partito della nazione” e la possibilità di una riapertura del gioco politico in Italia. Nonostante l’appuntamento possa apparire, a primo acchito, distante, temporalmente “lontano”, o la consapevolezza dell’esigenza della costruzione di uno schieramento sociale, civico, politico e culturale di grande ampiezza scaturisce da queste settimane, altrimenti il successo del NO non sarà scontato. Quella che entrerà nel vivo nei prossimi mesi sarà una battaglia difficile, ardua e impegnativa. Innanzitutto, perché è già adesso molto alto lo scarto tra la valenza “costituzionale” e democratica che questa pessima modifica intende attuare, da una parte, e la chiara percezione “politica” delle conseguenze negative da parte dell’opinione pubblica, se la riforma Renzi-Boschi passasse, dall’altra. Di più, l’esito del referendum avrà un carattere dirimente, di vero e proprio spartiacque nella composizione democratica, degli assetti istituzionali e delle dinamiche del potere nel nostro paese. Va da sé che nella profonda crisi sociale che stiamo vivendo – alta disoccupazione, incertezze sul futuro, ecc.. –, nel contesto di una profonda delegittimazione delle Istituzioni e della politica, la “narrazione ideologica” di Renzi, della Boschi e del cerchio magico politico-mediatico che ha retto questo pasticcio di deformazione costituzionale è riuscita a costruire una serie di “luoghi comuni” resistenti, mediaticamente convincenti, tali da creare una coltre di conformismo, banalità, sino a capovolgere la percezione degli snodi plebiscitari e oltremodo negativi che da questa pseudo-riforma costituzionale potranno derivare al paese e ai cittadini. Se a ciò aggiungiamo l’aspetto patetico e impolitico con cui la minoranza del PD (da Bersani a Speranza e a tutti gli altri) ha affrontato questo percorso, senza cogliere la deriva di populismo e di confusione istituzionale che lega in uno la legge elettorale (l’Italicum) a questo pasticcio costituzionale, comprendiamo in che senso questa sfida referendaria del prossimo autunno costituisce il punto più alto e consistente del conflitto politico nel nostro paese. Non è un caso che – aspetto che non si era mai verificato in precedenza – sia stato lo stesso Renzi a politicizzare all’estremo la sfida, dichiarando nelle scorse settimane: «qualora dovesse prevalere il NO nel referendum confermativo, mi dimetterò da Presidente del Consiglio», al punto da “personalizzare” a tal punto una

Roberto Fai

Roberto Fai

battaglia politico-istituzionale che, avendo a riguardo un mutamento così radicale della Costituzione del paese, dovrebbe essere sottratta ad una contesa esiziale di taglio governativo. Ecco perché l’obiettivo del NO al referendum assume il rilievo, a un tempo, di un vero e proprio impegno civile e di consolidamento democratico della sovranità popolare, e di un’opportunità politica per «destrutturare il campo politico renziano», il quale, godendo di una frammentazione, confusione e difficoltà delle Leadership del centro-destra, sta godendo oltremisura di una rendita politica che consente al giovane rottamatore fiorentino di giocare tutte le carte dell’azione politico-istituzionale. Di fronte a tutto ciò, la carsica e fragile “opposizione” (sic!) a Renzi e al suo cerchio magico, da parte della minoranza del PD, potrebbe essere rappresentata, come metafora, dall’immagine di quella persona che, vivendo una sfida con l’avversario, a un certo punto, debolmente dichiara: «toglietemelo da sopra, altrimenti gli faccio del male», senza accorgersi del carattere surreale e inconsistente di una minoranza politica che fa fatica a far emergere un antagonismo reale verso le scelte del Governo e alle mire renziane del “partito della nazione”.

Ma tornando al NO alla riforma costituzionale, quali sono i “luoghi comuni” che possono far presa nell’orientamento sociale e che si racchiudono nel frasario ideologico e di banalizzazione comunicativa che la Boschi e il Governo vanno ripetendo? Innanzitutto, la solita tiritera: «finalmente: gli italiani aspettavano questa riforma da venti o trent’anni!», oppure «questa riforma costituzionale assicura e garantisce governabilità»; oppure, «il nuovo impianto costituzionale accelera il processo di approvazione delle leggi», oppure, ancora, «anche il PCI o la sinistra già negli anni ’80 spingevano per eliminare il bicameralismo o lo stesso Senato», oppure – visto il clima giustamente negativo dell’opinione pubblica verso la “casta” e gli sprechi della politica –, con la demagogia secondo cui, «questa riforma costituzione consentirà un risparmio e una drastica  riduzione dei parlamentari», e via farneticando. Non vi è chi non veda come questo frasario sia assolutamente ideologico e demagogico, tentando di occultare il fatto, a proposito del Senato (che, pur ridotto, rimane!), che si creerà un quadro estremamente confuso tra Camera e “nuovo” Senato,  dal momento che la composizione e le dinamiche “elettorali” di quest’ultimo sono connotate da una profonda irrazionalità, col rischio che questa riforma sia viziata già da incostituzionalità (violando l’art. 1 della Costituzione). Inoltre, sono tanti i casi in cui il Senato è coinvolto nel percorso legislativo, sì da alimentare confusione e raddoppiamento/richieste di letture per approvare le leggi. Altro che governabilità! Semmai, il peggiore paradosso è dato dal fatto che, prima ancora di modificare la Costituzione, il Governo ha approvato la nuova legge elettorale (L’Italicum) che, nel suo impianto, riconferma quella porcata del “Porcellum” (secondo Calderoli), e che, pur nella riduzione dei collegi elettorali per la Camera, i segretari dei partiti sceglieranno i 100 da “nominare”, collocandoli a “capilista”, che diventeranno parlamentari (nominati come per il Porcellum) automaticamente – con l’aggravante che, potendo questi “nominati” essere presenti in più collegi, alla fine (giocando sull’opzione dei collegi) i 100 potranno diventare anche 150-180, quasi a garantire a Renzi (e a chicchessia) il controllo dei suoi “deputati”, costruendo così un esito plebiscitario della democrazia. Sicché, un ulteriore aspetto di incostituzionalità della riforma della Costituzione voluta dal duo Renzi-Boschi è dato dal fatto che una semplice legge elettorale (l’Italicum) – di rango inferiore – è stata approvata prima, piegando così la successiva riforma della Costituzione (di rango superiore), proprio per rendere funzionali i nuovi assetti istituzionali e legislativi al potere personale del Leader che quest’ultimo deriverà dall’Italicum.

C’è tanta materia sul fuoco e ampia necessità democratica affinché il NO a questa riforma pasticciata si affermi in autunno. Ecco perché occorre grande unità e un impegno di forte ampiezza.

Sull'Autore

Roberto Fai

Roberto Fai

Roberto Fai, già Presidente del Collegio siciliano di Filosofia, ideatore e promotore del Premio di Filosofia Viaggio a Siracusa, è dottore di ricerca in “Profili della cittadinanza nella costruzione dell’Europa”. Collabora con la cattedra di Filosofia del diritto e Metodologia della Scienza giuridica dell’Università di Catania. Ha curato con Elio Cappuccio il volume Figure della soggettività, 1995, e insieme a Pietro Barcellona e Fabio Ciaramelli il volume Apocalisse e post-umano. Il crepuscolo della modernità, 2007.

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